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lunedì 9 novembre 2015


MARCUSE, LA DIALETTICA, L’ILLUMINISMO E IL ROMANTICISMO


    La Scuola di Francoforte ha, nel Novecento, indiscutibili meriti critici, ma questi erano già da considerare “superati” alla loro nascita se si tiene presente quanto di “ribellione critica” verso la civiltà moderna c’era nel Romanticismo e negli sviluppi anarchici dell’Ottocento, da Stirner fino a Nietzsche e a Michelstadter. La base di partenza della Scuola di Francoforte, cioè il marxismo, per quanto ampiamente revisionato, fino, in certi momenti, ad una quasi negazione, lascia, tuttavia, la pesantezza delle sue tracce sugli orizzonti mentali degli autori della Scuola stessa. La contrapposizione tra la “teoria critica” della società e la “sociologia”, mette certamente a nudo la mancanza di senso critico di una scienza, come quella sociologica (lo stesso si può dire in generale della Psicologia), che è un semplice “specchio” della società in cui vive e di cui fornisce un formulario “tecnico” sostanzialmente collaborante con l’apparato repressivo della società amministrata stessa. Ma la “teoria critica” della società, anche se rappresenta un’evoluzione della teoria rivoluzionaria marxista, ne serba comunque dei miti, come ad esempio l’idea di “dialettica”, nonché la radice illuministica (l’illuminismo è sempre stato neutrale tra liberalismo borghese e socialismo, anche se, all’inizio, per motivi storici, la borghesia essendo più pronta, venne a caratterizzarsi soprattutto in senso borghese), radice illuministica che, grazie all’idea di “dialettica”, viene condannata e salvata allo stesso tempo (condannata in quanto “ragione strumentale” e salvata come “ragione critica”). La “ragione critica”, però, per esercitare le sue funzioni, non ha bisogno della cornice illuministica, nella quale, in ogni momento, rischia di essere sopraffatta dalla “ragione strumentale” o “tecnologica”. Al contrario, i romantici, pur rischiando pericolose tangenze con l’ideologia religiosa clericale (che, però, sono facilmente superabili dalla “ragione critica” o “negativa”), abbandonarono del tutto la via della “ragione”, sia perché una “ragione negativa” ha bisogno di supporti che vadano al di là della ragione (corpo, natura, istinti, sentimenti, individualità come unicità ecc.), sia perché considerare la ragione stessa come via d’uscita, visto che la “ragione negativa” presa in se stessa si chiude o nella vuotezza o nel potenziamento delle sue facoltà, non può non far ricadere in quella “ragione strumentale” in cui, a ragione, la Scuola di Francoforte individuava la base di quel totalitarismo e di quella repressione che si svolgono nel segno della “civiltà” e della “tecnica” (concetti base dell’Illuminismo). L’equivoco per cui l’Illuminismo è anche la sede esclusiva della “critica” e quindi di una possibile via di liberazione spinge la Scuola di Francoforte a ritenere che l’uscita dall’Illuminismo avvenga nel segno di un più alto Illuminismo, magari costruito nel segno della “dialettica”. Una specie di Hegel revisionato nel segno illuministico del progresso e della giustizia sociale, insomma un Hegel che, grazie al superamento dei limiti “reazionari”, somigli sempre di più a Marx. Solo che la “dialettica” hegeliana è essa stessa estensione della razionalità strumentale illuminista, rappresenta il suo dilatarsi all’infinito della scienza (non certo della “critica”), fino al punto in cui scienza e teologia coincidono, visto che hanno la stessa radice, cioè la megalomania e la fuga dalla realtà naturale operata dall’uomo che nel pensiero vuol sentirsi “padrone” del tutto. Quello che la scuola di Francoforte, a ragione, attribuisce all’Illuminismo, cioè un’arrogante “padronalità”, si trova, in realtà, nell’intera filosofia dialettica hegeliana (e anche in Marx), nella quale la ragione ha assunto vesti dialettiche, non per concessioni all’irrazionalità della natura, ma per poter dilatare all’infinito il carattere totalitario della ragione strumentale: “L’illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore con gli uomini: che conosce  in quanto è in grado di manipolarli. Lo scienziato conosce le cose in quanto è in grado di farle” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). Il marxismo, mentre assume il carattere bipolare della dialettica senza esitazioni, è molto ambiguo riguardo alla “sintesi”, che, a giudicare dal passaggio dalla “dittatura borghese” alla “dittatura del proletariato”, sembra piuttosto l’assolutizzazione di uno dei due poli a danno dell’altro. Tuttavia non ci si deve neppure far troppo ingannare dalla “sintesi” hegeliana, in essa il lato reale e naturale è decisamente abbandonato e si sviluppa solo sotto forma di idee sempre più astratte, per cui diventa una sorta di “dittatura del pensiero”, che in questa vocazione razionale non può, alla fine, non somigliare a Dio. Nel marxismo, quindi, l’idea di “conciliazione” hegeliana, che a livello sociale (mentre non è così a livello naturale) finisce per essere vicina a posizioni “reazionarie”, non sussiste o avviene attraverso un “salto” (rivoluzionario) che lo scivolamento nella sintesi nel senso hegeliano non prevede. Ciò spiega per quale motivo la Scuola di Francoforte ama presentarsi, di fronte alla sociologia borghese, come “teoria critica”, là dove avrebbe dovuto precisarsi meglio come “sociologia critica”, cioè appunto “marxismo revisionato”. “Sociologia critica” che prevede il momento “rivoluzionario” come necessario, come “palingenesi” della società: su questa lontana radice marxista si collocano l’“uomo nuovo” e il “grande rifiuto” di Marcuse. Ma, dicendo ciò, si è certamente detta una verità circa le radici marxiste della Scuola di Francoforte, ma non si è reso giustizia a quanto di “revisionistico” del marxismo c’è in essa. Ad onore della Scuola di Francoforte, almeno dei singoli autori presi nei loro sviluppi di pensiero individuali, va detto che l’uomo nuovo di cui si parla spesso rivaluta l’individualità e non è infarcito delle costruzioni “proletarie” del marxismo e che, quindi, il “grande rifiuto” non porta alla società socialista o comunista storica, la quale ultima mantiene le stesse strutture del totalitarismo tecnologico della società borghese senza un “uomo nuovo”, come giustamente dice Marcuse:”Ma dove queste classi <lavoratrici> sono diventate un sostegno al modo di vivere stabilito <struttura sociale e tecnologica del potere>, la loro ascesa al controllo prolungherebbe tal modo di vivere in un quadro diverso” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). Questo è stato dimostrato dalla storia e dal fallimento dell’esperimento comunista che ha portato a un numero di morti non inferiore a quello del nazi-fascismo. Dato che, di fatto, i lavoratori hanno sempre più collaborato con la borghesia industriale, piuttosto che elaborare una “teoria critica”, appare chiaro che il socialismo e il comunismo rappresentano una modificazione “reazionaria” della società. Non c’è alcuna “liberazione” che passi per le vie del socialismo. In questo senso sia la Scuola di Francoforte, così come farà Zerzan, con il suo anarco-primitivismo a sfondo sociale, hanno superato il marxismo in senso stretto. Rimane in tutti loro, però, l’illusione di una “palingenesi” sociale che consenta il successo in altri contesti (alternativa astratta, là dove, al contrario, la natura, come alternativa, seguita perennemente a non essere astratta), definiti “utopici” solo perché il mondo amministrato e tecnologico odierno impedisce ogni ipotesi che non sia la ripetizione del mondo amministrato e tecnologico stesso, Ma questa “palingenesi” non può essere “sociale”, perché la società, che esiste in quanto, almeno attualmente, sussiste solo in modo “amministrato” e “tecnologico”, non può far altro che proporre la presunta “liberazione” nei termini della struttura amministrata e tecnologica stessa. Si tratta, quindi, sempre di false liberazioni, quando si parte dalla società. L’uomo nuovo non nasce dalla società, nemmeno ideale, perché la società ideale fa solo diventare vittima l’individuo che porta in sé l’ideale (vedi Socrate). L’uomo nuovo nasce dalla propria individualità in senso stretto. La Scuola di Francoforte si avvicina spesso a tale soluzione “individuale”, però, non solo non la approfondisce nei suoi legami naturali, ma perfino non riesce a capire che tale percorso “individuale” è stato già percorso dall’opposizione del poeta romantico alla modernità e dall’anarchismo individuale di Stirner o dall’anarchismo aristocratico di Nietzsche. Al contrario, si seguita a rimanere nell’alveo della ragione (magari quella dialettica) o dell’Illuminismo, perché non ci si rende conto che l’uomo nuovo non può esistere all’interno di un mondo razionale e protetto, cioè quello amministrato e tecnologico. Dato che il carattere selvaggio della natura, che l’Illuminismo vanta di aver conquistato, seguita a far paura, si esce e non si esce da questo mondo protetto, cioè amministrato e tecnologico. Nietzsche già notava questa continua “insicurezza” dell’uomo moderno: “’Io non so né uscire e né entrare; io sono tutto ciò che non sa uscire né entrare’ - sospira l’uomo moderno” (F. Nietzsche - “L’anticristo” 1). Questa insicurezza e ambiguità appartenne per intero alla Scuola di Francoforte, dei quali autori, particolarmente Marcuse, ora esaminerò qualche affermazione.

    La verità è che non esiste alcuna “protesta” o “opposizione” al totalitarismo della società disciplinare amministrata e tecnologica moderna, che non faccia capo alla natura esaminata dall’ottica romantica come qualcosa che “trascende” la sua versione scientifica e tecnologica, versione che altro non è che la “reificazione” dell’ordine sociale esistente in quanto ideologia. L’ideologia è quella borghese/socialista che nasce dall’Illuminismo stesso. Sul carattere ideologico di scienza e tecnica Marcuse e l’anarco-primitivista Zerzan concordano: “il concetto stesso di ragione tecnica è forse ideologico. Non solo l’applicazione della tecnologia, ma la tecnologia stessa è dominio..controllo metodico, scientifico, calcolato e calcolatore” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”), poi: “Coloro che ancora sostengono che la tecnologia è ‘neutrale’, ‘un semplice strumento’, non hanno ancora cominciato a riflettere sulla vera posta in gioco..Oggi viviamo questo controllo come una diminuzione costante del nostro contatto con il mondo vivente <la tecnologia, in effetti, ci circonda di ‘cose morte’>, un vuoto accelerato dall’Era dell’informazione, risucchiato dalla computerizzazione e avvelenato dall’imperialismo addomesticante dell’alta tecnologia” (J. Zerzan - “Dizionario primitivista” - Tecnologia). La “trascendenza romantica” appare religiosa soprattutto perché la “reificazione” operata dalla ragione mediante scienza e tecnica fa apparire come “metafisica” o “utopistica” la stessa realtà naturale “non controllata”. Però, mediante il concetto del “sublime”, cioè di ciò che sfugge al controllo e alla previsione umana, presentandosi al mondo protetto come “terribile”, il Romanticismo ebbe accesso a questo mondo della “trascendenza naturale”, giacché, spinozianamente, il Romanticismo non insegue una trascendenza spirituale, platonica, cristiana, protestante che sia (la polemica contro il protestantesimo è costante nel Romanticismo: da Novalis fino a Heine e Nietzsche), ma una “trascendenza estetica”, che coincide con la materialità della natura. Questo “materialismo romantico”, che fa da retroterra al più “grande rifiuto” della modernità che ci sia stato, un “grande rifiuto” ben più solido di quello di Marcuse, porta direttamente all’“Unico” di Stirner e al “Superuomo” di Nietzsche. Questa “trascendenza” della natura, del corpo, della individualità come irripetibile entità limitata, si trova chiaramente nel “materialismo” di Nietzsche, in cui il corpo non viene letto tramite il formulario dell’amministrazione della natura creato da scienza e tecnica, ma come immediata corrispondenza con il soggetto, un soggetto che avverte se stesso e la sua unicità a partire dal suo corpo e non dalla ragione: “Dietro i tuoi pensieri..sta un possente sovrano, un saggio ignoto - che si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo..Tramontare vuole il vostro Sé, e perciò siete divenuti dispregiatori del corpo!” (F. Nietzsche - “Così parlò Zarathustra” - Dei dispregiatori del corpo). La “ragione negativa” non può far altro che mettersi al servizio di tale “possente sovrano”, mentre la “ragione strumentale”, come hanno detto Horkheimer e Adorno, “manipola” concettualmente (scienza) e praticamente (tecnologia) i corpi, tutti i corpi del mondo, finché non “ricostruisce” l’universo secondo gli schemi della “ragione”, creando quel mondo amministrato e tecnico, dominato e protetto, che caratterizza la civiltà moderna. La “ragione negativa” non può seguitare ad avere alcun rapporto “dialettico” con la “ragione strumentale” che non sia pura e semplice ambiguità e contraddizione. Nel momento in cui, grazie al Romanticismo, la natura si oppone alla ragione, non solo si oppone sì alla “ragione strumentale”, che, come giustamente viene scritto, porta, assieme all’Illuminismo, la “trionfale sventura”: “la terra interamente illuminata splende all’insegna della trionfale sventura” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”), ma pone anche una base, certamente irrazionale (fatta di corpi, sentimenti, istinti, ovviamente non filtrati o deformati da schemi sociali), per una separazione profonda della “ragione negativa” dalla “ragione strumentale”, portando, con ciò, al superamento di tutte le ambiguità e contraddizioni, che favoriscono il proliferare della “ragione strumentale” e del suo mondo protetto, controllato, dominato, che seguitano a sussistere là dove semplicemente si parla di “dialettica” dell’illuminismo e della ragione. Occorre stabilire, una volta per tutte, che la “ragione critica” o “negativa” sta al servizio di un mondo reale che trascende il mondo artificiale creato da scienza e tecnica con la “reificazione”. A questo mondo possono accedere tutti tramite i sensi, i corpi, i sentimenti e gli istinti. E’, quindi, anche il più democratico di tutti i mondi possibili, pur nella diversità individuale più assoluta.

    Appare, quindi, inevitabile che forme culturali di provenienza socialista, più legate alla revisione del marxismo negli anni Sessanta (di qui il successo di Marcuse presso le giovani generazioni di quegli anni e non solo), generazioni che, animate dal “grande rifiuto”, fecero indubbiamente tremare le strutture della modernità, ma si “incancrenirono” nell’idea di un socialismo, secondo modalità progressiste e illuministe, posto “al di là” del comunismo reale (sia in politica interna che estera), che portò dapprima al mito maoista e cubano e poi alle Brigate rosse. Su questo ha ragione Zerzan nel denunciare come, la incapacità di staccarsi dalla modernità, imputabile al fatto di restare fermi nella prospettiva illuminista (un illuminismo intrinsecamente contraddittorio, cioè anti-illuminista), porti il marxista, anche se revisionista, a immaginare, come fa appunto Marcuse, un “civiltà non repressiva”, là dove era indiscutibile quello che aveva detto Freud, cioè che civiltà e repressione vanno di pari passo. Freud, come si sa, sebbene negli anni Sessanta passasse per un “liberatore” (cosa che nessuno più crede), si schierò dalla parte della civiltà e quindi di una necessaria repressione. In questo Freud è profondamente diverso da Nietzsche che reputa la civiltà moderna il frutto della “morale dello schiavo”. In realtà il socialista rivoluzionario mantiene, sebbene lo denunci, un legame segreto con la civiltà totalitaria e repressiva, perché, come dice Zerzan, chi non vuole far saltare per aria l’illuminismo, non fa saltare per aria neppure la società amministrata e tecnologica: “il pensiero marxiano recente continua a cadere nella trappola di dovere in sostanza esaltare la divisione del lavoro nell’interesse del progresso tecnologico” (J. Zerzan - “Dizionario primitivista” - Divisione del lavoro). La visione socialista di Zerzan, non essendo più “modernista”, sviluppa la visione stessa del revisionismo della Scuola di Francoforte verso un socialismo che possa ancora di più svincolarsi dall’illuminismo tradizionale. In un certo senso la filosofia di Zerzan è il punto estremo di arrivo della “critica” della Scuola di Francoforte e della ribellione degli anni Sessanta, che, appunto come estremo, non cerca il socialismo nel futuro tecnologico, ormai irrimediabilmente condannato dalla visione “alternativa” socialista, ma lo trova in una dimensione “primitiva”, coniugando l’estremo punto dell’illuminismo, identificato in un olismo sociale di tipo rousseauiano, con un rifiuto effettivo, e non ambiguo come il “grande rifiuto” di Marcuse, della modernità. Certo bisogna poi vedere se un socialismo, ancorché primitivo, non sia superato, comunque, dall’anarco-individualismo.  Zerzan, quindi, sta un passo avanti rispetto a Marcuse e ai socialisti alternativi che tengono, contemporaneamente, i piedi nel “rifiuto” e nella modernità tecnologica. In realtà il “progressismo alternativo”, per i motivi stessi che indica la Scuola di Francoforte, è una mistificazione, come è una mistificazione un illuminismo che viva di sola “critica” e abbandoni la “ragione strumentale”. Per questo la “ragione critica” non può viaggiare all’interno dell’orizzonte illuminista, dove convive con il totalitarismo tecnologico della “ragione strumentale”. Al contrario, deve abbandonare l’orizzonte illuminista per abbracciare l’orizzonte romantico, limitatamente all’aspetto vitalistico, estetico e panteista. Cosa capita, invece? Che tanto Zerzan, quanto Marcuse, si trovano ad appoggiarsi ad esempi della cultura romantica, là dove vedono strade “liberatorie” che poi non percorrono, perché porterebbero alla dimensione naturale, libera e tragica della vita naturale che non hanno il coraggio di affrontare come fecero Leopardi e Nietzsche e, su un piano più di critica politica, anche da Stirner. E naturalmente, a questo punto, il socialismo non è solo una maggiore considerazione dell’individuo (come capita in Zerzan e nella Scuola di Francoforte in generale) in un ambito che rimane, comunque, illuministico-socialista, ma un superamento totale della visione sociale e illuminista, per affidarsi al “mare aperto”, di cui parlava Nietzsche, in cui l’individuo, guidato dalla “necessità” naturale, conta solo sulle sue forze e quelle di coloro che sono a lui individualmente e personalmente legati. Non è quindi un caso che Zerzan e Marcuse citino il Romanticismo, allorché cercano spazi non contaminati dalla razionalità tecnica che ha reso il mondo brutalmente “unidimensionale”: “Riducendo e anzi annullando lo spazio romantico dell’immaginazione, la società ha costretto l’immaginazione a dar prova di sé in campi nuovi <quelli tecnico-scientifici, questa tesi del ruolo 'creativo' dell’immaginazione in scienza e tecnica è un ritornello di tutta la cultura scientista del Novecento, basti pensare alla 'falsa anarchia' detta 'anarchia epistemologica')(H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”), poi: “Circa 250 anni fa, il romantico tedesco Novalis lamentava che ‘il significato autentico della vita è andato perduto’. Ci si incomincia a domandare a livello diffuso sul significato della vita solo all’incirca in quest’epoca <tardo Illuminismo, riflessione che porta, appunto, al Romanticismo>, proprio quando l’industrialismo fa le sue prime incursioni” (J. Zerzan - “Dizionario primitivista” - Reificazione).

     Appare chiaro, quindi, che il discorso della Scuola di Francoforte è particolarmente interessante solo quando mette in evidenza la follia del mondo moderno amministrato, protetto e tecnologico. Quando riserva per sé l’appartenenza al mondo illuminista o mantiene l’idea di un socialismo e di una civiltà non repressivi, non solo prosegue inconsciamente la società amministrata, specialistica e tecnologica della borghesia, ma la chiude in se stessa, facendone un segno, non più del profitto e dell’interesse, ma della stessa modalità di essere “uomo”. In pratica, se nel capitalismo tecnologia e controllo stanno al servizio di un guadagno e, in teoria, possono interrompersi quando questo guadagno non c’è più, nel socialismo la società “unidimensionale” del controllo amministrativo, scientifico e tecnologico diventa il modo stesso di essere dell’uomo, per cui uomo=padrone. Il dominio di scienza e tecnica nel capitalismo è sottoposto ad una condizione: quella del profitto, nel socialismo, al contrario, è un presupposto ideologico della politica. Dato che solo una società tecnologica e industriale può dominare il mondo e portare il benessere moderno a tutti, il socialismo rischia di ignorare, più ancora del capitalismo, quello che lo stesso Marcuse ha messo in evidenza e che ogni anarchico serio condivide, cioè che: “con l’avanzare della conquista tecnologica della natura aumenta la conquista dell’uomo da parte dell’uomo; e tale conquista riduce la libertà, che è un a priori necessario della liberazione” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). E’ chiaro, a questo punto, che l’irrazionale, cioè la natura (la natura era irrazionale era anche per Hegel, se presa nel suo “quid” variegato e individuale), non può essere il semplice polo irrazionale-reale di una “dialettica” che fa capo alla ragione illuminista, perché in tal modo si ottiene solo una duplice contaminazione. Se la logica non dialettica, di tipo matematico e simbolico, si oppone alla logica dialettica, nel senso che quest’ultima affonda le sue radici nella realtà: “La logica dialettica non può essere formale poiché è determinata dal reale, che è concreto..E’la razionalità della contraddizione..dell’opposizione di forze, tendenze, elementi, che costituisce il movimento del reale” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”), allora questo vuol dire che la logica che sta alla base della scienza e della tecnica non si fonda sulla realtà. L’accusa è pienamente fondata, tanto è vero che Zerzan nei suoi percorsi “primitivisti”, vede il sorgere del linguaggio simbolico, che sta alla base della scienza e della tecnica, proprio dai rituali sciamanici. Il linguaggio, come successivamente le immagini artificiali (talmente mimetiche da ingannare perfino gli animali), nasce come simbolo del pensiero: “il linguaggio è la simbolizzazione del pensiero, e i simboli sono le unità elementari della cultura, il discorso è un fenomeno culturale fondamentale per la civiltà” (J. Zerzan - “Primitivo attuale” - Linguaggio: origine e significato). Il linguaggio non rappresenta in alcun modo la realtà, è simbolo del pensiero, diverge dalla realtà quanto e più del pensiero. La realtà non è rappresentabile se non in modo astratto e mutilato. Ogni discorso scientifico contiene una percentuale più o meno alta di astrazione e mutilazione della realtà. Il linguaggio simbolico, alla fine, diventa un gioco fine a se stesso, al massimo pilotato dall’egocentrismo antropologico. Il linguaggio è la struttura dialogante del sistema repressivo e di ordine, ciò fin dalle interpretazioni sciamaniche fatte nelle società tribali. Le grandi religioni, prima, la scienza e la tecnica, dopo, sono il proseguimento e lo sviluppo di questo sistema che si sviluppa attraverso il linguaggio simbolico. La scienza non è altro che una simbolizzazione sistematica orientata dalla logica del pensiero. Ma oltre il simbolo c’è la realtà. Se la logica formale e simbolica genera il mondo “unidimensionale”, tramite la scienza e la tecnica, è altrettanto vero che la logica dialettica non è affatto autenticamente “reale”, perché in essa: “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale” (G. W. F. Hegel - “Lineamenti di filosofia del diritto” - Prefazione). La realtà, nella dialettica, è già inquinata “a priori” dalla ragione, per cui, poi, realtà e ragione risultano essere dei poli dialettici, anziché dimensioni del tutto estranee. Poli dialettici che trovano una sintesi in una razionalità storica che conferma, ancora una volta, l’antropocentrismo illuminista, anziché superarlo. Per questo, poi, la “ragione negativa” non riesce mai a scindersi del tutto e definitivamente dalla “ragione strumentale” e l’illuminismo diventa la gabbia in cui, ambiguamente, convivono la ragione strumentale e quella negativa, come se l’Illuminismo stesso, come la tela di Penolope, disfacesse di notte, con la ragione negativa, quello che fa di giorno con la ragione strumentale. L’opposizione natura-ragione, come ben capirono i romantici, non è dialettica e l’opposizione libertà-natura, da un lato, civiltà-società stabilita, dall’altro lato, diventa radicale. In questa opposizione irriducibile a qualsiasi gioco dialettico, la ragione negativa svolge un ruolo subordinato a qualcosa che la “trascende”, giacché la libertà e la natura preesistono alla ragione negativa e vengono da essa difese dagli abusi che contro la libertà e i corpi vengono compiuti dalla ragione strumentale, che, non dimentichiamolo, rappresenta la parte trionfale e dominante del progressismo illuminista. Il rapporto che sussiste tra “ragione negativa” e “natura libera e individuale” può paragonarsi a quello del sacerdote con Dio, secondo un’immagine che venne già usata dal romantico Novalis: “Poeti e sacerdoti erano in origine una cosa sola..Il vero poeta è però rimasto sempre un sacerdote, come il vero sacerdote è sempre rimasto un poeta” (Novalis - “Frammenti” - “Polline” 71). Ovviamente il poeta è sacerdote in epoche pagane, non certo in epoche in cui la religione è metafisica e puramente spirituale, perché, in quest’ultimo caso, è avvenuta una scissione tra natura e spirito. Dove, invece, natura e spirito coincidono, come nel panteismo romantico, la natura appare viva e “trascendente” la razionalità umana scientifica e tecnica, per cui la “ragione negativa”, non rendendo morta la natura, come fa la ragione strumentale con i suoi simboli e sovrapposti nessi logici e causali, prende la natura così com’è immediatamente. La ragione negativa prende la natura come trascendente la ragione in sé e solo così può avere un solido fondamento, perché, altrimenti, come “pura ragione negativa”, girerebbe a vuoto nel nulla e infatti il nichilismo esistenzialista oscilla tra il girare nel nulla della ragione e le nostalgie teologiche. La positività della natura impedisce il girare a vuoto della “ragione negativa” e nello stesso tempo denuncia la falsità e la mistificazione delle costruzioni razionali, scientifiche e tecniche della “ragione strumentale”, cioè della “reificazione”, aiutata in ciò dalla “ragione negativa”. In questo senso la ragione negativa sta alla natura come il sacerdote sta a Dio. E’ lo strumento comunicativo e dialogante di quella trascendenza naturale che la ragione in sé non comprende, trascendenza naturale, rigorosamente individuale, che comunica con il corpo, i sentimenti e gli istinti. Conseguenza di ciò è il fatto che il poeta capisca la natura meglio dello scienziato: “Il poeta capisce la natura meglio della testa scientifica” (Novalis - “Frammenti” - Allgemeines brouillon 1093). Questo capita perché la scienza riproduce solo una “sovrastruttura” simbolica e tecnico-razionale della natura, cioè la “reificazione” (che fa tutt’uno con quel dominio sulla natura e sull’uomo che Marcuse denuncia come mondo “unidimensionale”), non coglie la natura stessa nella sua individualità particolare e nella sua soggettività vivente materializzata nei corpi, compito che, secondo i romantici, può essere svolto solo da chi, dopo aver usato la “ragione negativa” per destrutturare la scienza con lo scetticismo, si pone nell’immediatezza del corpo singolo e vivente, il “Sé” di cui parlava Nietzsche. Per i romantici questo Sé vivente, individuale e corporeo si esprimeva attraverso l’arte, per cui il poeta diventa “il profeta della rappresentazione della natura” (Novalis - “Frammenti” - Il regno del poeta). Questo regno del poeta è il regno stesso della natura e in esso tutto è individuale, sentimentale, istintivo, corporeo, si colloca, cioè, “al di là” della ragione, al di là dell’Illuminismo e di ogni presunta dialettica dell’Illuminismo. Nella realtà naturale l’universale in sé, strumento della scienza, non esiste, e l’universale è il particolare stesso, come ebbe a notare, giustamente, Goethe: “E’ molto diverso che il poeta <o il filosofo> cerchi il particolare in funzione dell’universale <Hegel, Marx, la scienza in generale> oppure veda nel particolare l’universale <romanticismo, individualismo, anarchismo>. Nel primo caso si ha l’allegoria <il simbolismo, vedi quello scientifico, ma il simbolismo in generale tende a ignorare la natura e l’individualità, leggere simbolisticamente gli autori romantici significa avere in testa una gran confusione provocata dalla ragione>, in cui il particolare vale solo come esempio, come emblema dell’universale; nel secondo caso invece si svela la vera natura della poesia: si esprime il caso particolare senza pensare all’universale e senza alludervi” (J. W. Goethe - “Massime e riflessioni” 279). Questo significa che la filosofia romantica si sarebbe dovuta basare sul naturale immediato, senza simbolismi creati dalla ragione, e avrebbe dovuto descrivere le caratteristiche dell’individuo particolare, in quanto particolare. Ovvio che la filosofia trovasse qualche difficoltà, dato che usava i concetti. Per questo nessun filosofo idealista ha espresso quella che avrebbe dovuto essere la filosofia romantica, che, perciò, rimase espressa solo dai poeti e dai frammenti (Novalis, Schlegel, Leopardi, ecc.). Solo successivamente la filosofia seppe far sua questa eredità romantica, con l’Unico di Stirner, nella contestazione anarchica e individualista della società politica, e con il Superuomo di Nietzsche a livello generale esistenziale e tragico. Leopardi fu un anticipatore di questa tendenza e si avvicinò all’autentica filosofia romantica molto di più di quanto fecero i figli di Kant, cioè i filosofi dell’Idealismo filosofico (vedi Fichte, Schelling e Hegel, fino a quel Croce che non capì mai che il romanticismo voleva proprio la fusione di poesia e filosofia e sulla base di questa sua incomprensione criticava assurdamente Leopardi), ne è riprova la stretta congiunzione, che Leopardi e i romantici fanno, tra poesia e filosofia: “il vero poeta è sommamente disposto ad essere gran filosofo, e il vero filosofo ad essere gran poeta” (G. Leopardi - “Zibaldone” 3383), passo che ha l’esatto corrispondente nel Romanticismo tedesco: “il filosofo diviene poeta. Il poeta è solo il grado più elevato del pensatore” (Novalis - “Frammenti” - Allgemeines brouillon 717). Tutto questo significa che la “protesta” o il “rifiuto critico”, se non hanno una base ontologica nella natura, poggiano, come diceva Goethe, con i piedi nel vuoto e ondeggiano nel vento: “Giacché con gli dei/ nessun mortale/ deve provarsi./ Se egli si innalza/ e con il capo/ sfiora le stelle,/ allora in nessun luogo/ poggiano i piedi incerti/ e con lui giocano/ nuvole e venti” (J. W. Goethe - “Poesie diverse” - “Limiti dell’umano”). Il “grande rifiuto” di Marcuse e degli anni Sessanta rischiava questo “nulla” e questo movimentismo da “banderuola”, infatti terminò o nel terrorismo marxista delle Brigate rosse o nella droga. Il merito della “ribellione”, però, resta. Ma negli anni Sessanta furono anche poste le basi per un nuovo naturalismo (purtroppo ormai del tutto inquadrato nella tecnologia e nella società "unidimensionale": vedi raccolta differenziata, energie rinnovabili, ecc.) e per la "rivoluzione sessuale" (anch'essa, dapprima sfruttata economicamente con l'industria del porno e ora, addirittura, imbavagliata di nuovo dal bigottismo dei benpensanti). Marcuse cercò disperatamente nell’Es freudiano un appoggio ontologico per la “protesta” , immaginando una società non repressiva che, a rigore, si può concepire presente nell’ispiratore segreto di Freud, cioè Nietzsche, ma non in Freud e nella psicoanalisi, in cui l’Es, invece, è il compagno fedele della repressione della civiltà, più o meno come il lavoratore è il fedele compagno dell’imprenditore industriale. Il tutto ignorando quel “rifiuto” della modernità che fu il Romanticismo, dapprima, l’anarco-individualismo di Stirner, poi, l’amor fati di Nietzsche, infine, che esplicavano tutti la linea del “rifiuto” della modernità. Questo “ignoranza” c’era a causa della censura operata dalla ragione, perché la prospettiva illuminista, cioè borghese e socialista, catalogava, a priori e senza esame critico approfondito, nella categoria del “reazionario” sia il Romanticismo, sia Stirner e sia Nietzsche. La società non repressiva di Marcuse, alla fin fine, è la civiltà tecnologica resa buona, cioè un “ossimoro”, il cattivo reso buono. Pregiudizio illuminista più forte non poteva esserci e così la società disciplinare detta civiltà, fatta di controllo e di tecnica, è andata tranquillamente avanti.

    Marcuse e la Scuola di Francoforte, nonostante l’ottima critica fatta alla società amministrata e tecnica, non seppero trovare un fondamento per quella critica, così che la società tecnologica ha potuto proseguire indisturbata il suo percorso devastante della natura e della libertà dell’uomo. Vediamo alcune ottime osservazioni critiche della Scuola di Francoforte, per poi passare ad esaminare il paragrafo conclusivo del lavoro di Marcuse “L’uomo a una dimensione”.

    Dicono Horkheimer e Adorno: “Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell’utilità, è, agli occhi dell’illuminismo, sospetto. E quando l’illuminismo può svilupparsi indisturbato <vedi dal 1945 in poi> da ogni oppressione esterna, non c’è più freno..L’illuminismo è totalitario..La società borghese <e socialista, moderna in generale> è dominata dall’equivalente. Essa rende comparabile l’eterogeneo riducendolo a grandezze astratte. Tutto ciò che non si risolve in numeri, e in definitiva nell’uno, diventa, per l’illuminismo, apparenza; e il positivismo moderno lo confina nella letteratura” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). E’ esattamente quello che è stato fatto nei confronti del Romanticismo e di Leopardi: relegati a “letteratura”, quindi a qualcosa che non possiede “verità”. Nietzsche è stato relegato nella “filosofia”, anch’essa ritenuta dallo spirito illuminista qualcosa di simile alla “letteratura”, perché il positivismo illuminista ritiene ormai “verità” solo la scienza, soprattutto nel suo articolarsi infinito, sul modello del DNA. Come se la moltiplicazione all’infinito della falsità dei simboli, di cui ognuno è falso per natura, potesse dare una cosa vera. Stirner, infine, è stato relegato nel silenzio a causa della stessa ignoranza della filosofia. La civiltà scientifica e tecnologica moderna, erede dei pregiudizi illuministi e positivisti, ha creato i contorni del modello ideologico per molti secoli a venire.

    Dicono ancora Horkheimer e Adorno: “Come signori della natura, dio creatore e spirito ordinatore <scienza e tecnica> si assomigliano. La somiglianza dell’uomo con Dio consiste nella sovranità sull’esistente, nello sguardo padronale, nel comando..L’illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore con gli uomini.. L’astrazione, lo strumento dell’illuminismo, opera coi suoi oggetti come il destino, di cui elimina il concetto: come liquidazione. Sotto il dominio livellatore dell’astratto, che rende tutto ripetibile nella natura, e dell’industria, per cui esso lo prepara, i liberati stessi <i presunti ‘liberati’ dall’Illuminismo> finirono per diventare quella ‘truppa’ in cui Hegel ha mostrato il risultato dell’illuminismo..l’illuminismo è totalitario più di ogni altro sistema. Non in ciò che gli hanno rimproverato i suoi nemici romantici - metodo analitico, riduzione agli elementi, riflessione dissolvente <ma come? Non sono proprio questi i principali fattori dell’astrazione?> - è la sua falsità, ma in ciò che per esso il processo è deciso in anticipo. Quando, nell’operare matematico, l’ignoto diventa l’incognita di un’equazione, è già bollato come arcinoto prima ancora che ne venga determinato il valore” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). Ogni previsione scientifica si pone nella posizione di principio per cui gli eventi futuri devono somigliare all’incognita di un’equazione, tanto è vero che molte “previsioni scientifiche” usano “proiezioni matematiche”. In ogni caso “il processo è deciso in anticipo” proprio perché i dati vengono dissolti nell’analisi in elementi semplici, cioè proprio per quello che gli rimproveravano i romantici. Dunque, perché prendere le distanze dai romantici? Perché la critica all’Illuminismo può venire solo dall’Illuminismo stesso? Perché è “dialettica dell’illuminismo”? Come dire che è Illuminismo sia la “ragione strumentale” che la “ragione critica”. No! La “ragione critica” non è un monopolio dell’Illuminismo, che ne fu solo un momento storico che portava con sé, inscindibilmente, la “ragione strumentale”. L’Illuminismo otteneva positività dalla “ragione strumentale”, non dalla “ragione critica”, è dunque in nome del “nulla” che dovremmo criticare la scienza e la tecnica che sono il frutto della “ragione strumentale”? La verità è che la “ragione critica” o rimanda alla positività della natura non più letta mediante gli schemi della ragione scientifica, oppure non fonda su niente la sua critica. Per questo i romantici dicevano che, per percepire la natura quale essa è, bisogna liberarsi, prima di tutto, del “sapere”, culturale in generale, ma, nel caso in questione, soprattutto di quello scientifico e tecnico: “Il mondo deve essere romanticizzato. Così si ritrova il senso originario. Romanticizzare non è altro che un potenziamento qualitativo..Nel momento in cui do a ciò che è comune un senso elevato, a ciò che è consueto un aspetto pieno di mistero, al noto la dignità dell’ignoto, al finito un’apparenza infinita io lo rendo romantico” (Novalis - “Frammenti” - Lavori  preparatori per raccolte di frammenti - Poeticismi 105). Vedere la realtà come se ci fosse sempre “ignota”, questo vuol dire vedere la natura al di là della scienza e della tecnica. Ed è lo sguardo dei fanciulli, degli animali e, aggiungevano i romantici, dei “poeti”: “Il nostro invadente intelletto/ deforma la bellezza delle cose/ - con l’analisi noi uccidiamo./ Basta con le arti e le scienze,/ chiudi queste pagine avvizzite,/ esci fuori e porta con te un cuore/ che osserva e percepisce” (W. Wordsworth - “Ballate liriche” - “Il rovescio della medaglia”). Al di là del “conosciuto” si trovano la natura, la vita e noi stessi e si trova anche quella morte che nel mondo amministrato e tecnico neppure lontanamente è prevista: l'ora della morte non è un concetto scientifico e tecnico: "L''ora della morte' non è un concetto cristiano" (F. Nietzsche - "L'anticristo" 34). Questa umiltà, la saccenteria illuminista, scientifica e tecnologica, con la sua arroganza e padronalità su tutto, piante, animali ed esseri umani stessi, non la conosce e gli sfugge il senso stesso della vita, che è incomprensibile bellezza e tragedia (sublime) assieme.

Ancora Horkheimer e Adorno: “L’eliminazione delle qualità, la loro traduzione in funzioni, passa dalla scienza, tramite la razionalizzazione dei metodi di lavoro, al mondo percettivo dei popoli..La regressione delle masse, oggi, è l’incapacità di udire con le proprie orecchie qualcosa che non sia stato ancora udito” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). Perfettamente vero, ma il principale responsabile di questo stato di cose è l’Illuminismo, come ammettono i nostri due illuministi anti-illuministi. Ma perché non notare, allora, che proprio il Romanticismo aveva difeso “le qualità”, vale a dire le differenze naturali, individuali e nazionali? Dove regnano le differenze naturali, la scienza e la tecnica non possono esercitare il loro nefasto potere omologante e uniformante. Ma di Romanticismo non si parla, perché il pregiudizio del borghese e del socialista è quello di vedere in esso solo una cultura “reazionaria”. Eppure qui, come altrove, si può facilmente notare come si possa enucleare un “materialismo romantico” assolutamente rivoluzionario, ben al di là delle rivoluzioni moderne, perché si tratta di una rivoluzione “contro la modernità” ed è chiaro, da quello che dice la stessa Scuola di Francoforte, che è la modernità il totalitarismo più perfetto che sia mai stato immaginato. Lottare “contro” la modernità non vuol dire tornare al Medioevo, il corpo non è un evento storico, somigli o meno ad età preistoriche o di mezzo, il corpo, le emozioni personali e l’oggettiva differenza individuale sono la base romantica della “ragione critica”, altra base non c’è.

    Dicono ancora Horkheimer e Adorno: “La civiltà è la vittoria della società sulla natura che trasforma tutto in mera natura..L’irrazionalità dell’adattamento docile e solerte alla realtà diventa, per il singolo, più ragionevole della ragione..La dialettica dell’illuminismo si rovescia oggettivamente in follia” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). Le masse, in altri termini, si rapportano irrazionalmente alla civiltà e prendono per principio l’adattamento alla realtà sociale senza uso della ragione. Dato che la realtà di cui qui, però, si parla è quella sociale e tecnologica della civiltà, che ha reso “oggetto” di scienza anche l’uomo, ne consegue che l’adattamento alla realtà e l’adattamento all’appiattimento dell’equivalente sociale, tipico della tecnica, vengono ritenute la stessa cosa. Per cui, poi, Marcuse cercherà un’assurdo rifugio dell’Es come opposizione, in vista di una fantomatica civiltà non repressiva, opposta alla realtà sociale. Ma la realtà sociale, soprattutto nella versione appiattita dalla ragione tecnico-scientifica, non è affatto la realtà, bensì è la realtà già manipolata dalla ragione e dalla società, è una “reificazione”, non una “realtà”. Realtà è solo quella naturale, antecedente ad ogni manipolazione fisica e intellettuale. Non è affatto necessario affidarsi ad una ragione che si dissoci dal principio di realtà, soprattutto perché la realtà e la ragione si confondono solo nel mondo artificioso della scienza e della tecnica, solo nell’Illuminismo e nel Positivismo e infine anche nella "dialettica". Non bisogna cercare una ragione posta contro la realtà razionalizzata, così come non bisogna cercare un Es che nelle persone coscienti non esiste. E’ il mondo della ragione che va rimosso, come dicevano i romantici, cioè quello del “sapere”: rimosso questo mondo fasullo, il mondo reale riemerge da solo. La rimozione della ragione porta con sé la rimozione del mondo unidimensionale "reificato" nella scienza e nella tecnica (oltre che nella religione e nella politica). Se l’uomo smettesse di parlare e di rappresentare, linguisticamente o per immagini, il mondo reale tornerebbe in primo piano da solo. D’altra parte, ragione o non ragione, la realtà naturale ci attanaglia sempre, con il suo potere di vita e di morte.

    Se la società, come dice Adorno e anche Zerzan dopo di lui, appare “reificata”, nel senso che i fenomeni culturali vengono fatti apparire come un destino necessario, allora bisogna smascherare questa mistificazione: “Theodor Adorno, fra gli altri, asseriva che la società e la coscienza sono diventate quasi completamente reificate..La tecnologia è innegabilmente diventata il grande veicolo della reificazione” (J. Zerzan - “Dizionario primitivista” - La reificazione). Per poter smascherare la “reificazione” non ci si può affidare alla ragione in generale, occorre la “ragione critica”, ma occorre anche il fondamento della “ragione critica”, cioè la natura presa in modo pre-culturale, perché, appunto, la cultura appare reale solo nella “reificazione”. La “reificazione” riflette i modelli artificiali e culturali che la civiltà impone progressivamente agli individui e tale atteggiamento nella cultura tecnico-scientifica è più duro che mai: “Anche la forma deduttiva della scienza riflette gerarchia e coercizione..l’intero ordine logico, la dipendenza, la progressione e l’unione dei concetti si fondano su condizioni equivalenti della realtà sociale - vale a dire, la divisione del lavoro” (M. Horkheimer - T. W. Adorno - “Dialettica dell’illuminismo”). La dimensione tecnico-scientifica, quindi, è una “gabbia culturale” che è “reificata” intorno alla vita delle persone, le quali si rapportano tra di loro solo nei termini di tale ideologia, a cominciare dall’attribuzione delle responsabilità, ormai tutte ricondotte alla legge di causa ed effetto e misurate da procedimenti tecnici disposti dalla polizia, per cui già nel gabinetto scientifico vieni a sapere se sarai condannato o meno. Il processo giudiziario diventa una formalità. La “reificazione” tecnico-scientifica è assolutamente necessaria là dove la società vive in modo “organizzato” e pratica una sistematica, quanto ingiusta, “divisione del lavoro”. Il progresso organizzativo, scientifico e tecnologico nascono dalla divisione del lavoro e lo riproducono all’infinito. A livello di opinione pubblica una critica ad un simile apparato manca totalmente e, laddove viene vagamente proposta, la gente reagisce dicendo “oddio il benessere? oddio il pane?”. Siamo, quindi, in piena società “unidimensionale”, non ci si può meravigliare se anche la sessualità riproduca, con l’ideologia “transgender”, una sessualità “unidimensionale”. Si tratta di conformismo al modello “uomo a una dimensione”. Tutto questo avviene solo là dove si riesce a separare l’individuo dalla sua natura primaria attraverso la reificazione artificiale prodotta dall’arte e dalla scienza: “L’arte fornì lo strumento concettuale con il quale l’individuo venne separato dalla natura e dominato socialmente nel profondo” (J. Zerzan - “Primitivo attuale”). Arte e tecnica, in effetti, collaborano sempre di più per dare un volto estetico alla “reificazione”: è il famoso “bello tecnologico”. Un bello sostanzialmente da snaturati, giacché il bello autentico ha sempre qualcosa di naturale.

    Se è vero, come è vero, che, sulla scia di una radice romantica, consapevole o meno nei ribelli, cresce il fastidio per questa società interamente amministrata, controllata e tecnicizzata, allora, dicono gli autori della Scuola di Francoforte, bisogna salvaguardare l’individuo dai feticci sociali della civiltà amministrata e tecnologica, che rappresentano il proseguimento della dittatura nazi-fascista: “La salvaguardia dell’individuo in un’epoca che ne minaccia la scomparsa: attorno a questo fuoco prospettico ruotano dunque le analisi più mature degli esponenti della prima generazione francofortese” (E. Donaggio - “Introduzione a ‘La Scuola di Francoforte’”). Ma come può una prospettiva illuminista e razionale tutelare l’individuo naturale quando è essa stessa a creare la barbarie della civiltà amministrata e tecnologica? La barbarie nazi-fascista, in quanto moderna, è contaminata dall'Illuminismo molto di più di quanto si ritiene, per motivi opposti, a destra e a sinistra. E' l'universalismo illuminista che ha reso fanatico il nazionalismo nazi-fascista, perché una nazione particolare ha preteso di diventare il modello "unidimensionale" dell'intero globo. Esattamente la stessa cosa sta avvenendo con il modello mercantile-militare americano, chiamato impropriamente "globalizzazione". E’ l’assurdità della “dialettica dell’illuminismo”, l’illuminismo, se è il demone che crea il moderno totalitarismo, non può essere il liberatore dal totalitarismo. Se la civiltà moderna è la repressione, non può essere una società non repressiva. L’individuo viene tutelato solo se si superano l’Illuminismo e la ragione (facendo di questa una semplice serva, tipo “ragione critica”, posta al servizio non di scopi politici diversi, ma della natura primordiale che vive repressa in ognuno di noi e risorge da capo ad ogni nuova nascita), solo se si prende la strada della varietà individuale dei romantici, di Stirner, di Leopardi, di Nietzsche. La teoria critica, liberata dal peso delle ultime forme di socialismo, esiste già, è bella che pronta, occorre soltanto volerla vedere, anziché rimanere in preda a pregiudizi illuministici, cioè borghesi e socialisti, secondo i quali il Romanticismo, Stirner e Nietzsche sono autori “reazionari”, pregiudizio fatale di chi non li ha letti e scavati con attenzione. La soluzione è il superamento dell’Illuminismo, non una “dialettica dell’Illuminismo” che ci parla di un razionale che diventa irrazionale (totalitarismo di scienza e tecnica), per poi chiedere al razionale di liberarci di nuovo, al che, correttamente, si fa la seguente obiezione: “Una situazione di stallo: confina la riflessione filosofica di Adorno al fondo del vicolo cieco cui sfocia ‘Dialettica dell’illuminismo’: come può, infatti, la ragione comprendere e criticare una barbarie che le è connaturata?” (E. Donaggio - “Introduzione a ‘La Scuola di Francoforte’”). Proprio perché capì che con la ragione illuminista non si poteva superare la barbarie che l’Illuminismo stava preparando nacque il Romanticismo. Le collusioni avvenute, specialmente in Italia, tra falsi romantici e la religione (quanti danni ha fatto la Chiesa in Italia!), non possono far ignorare che proprio nel Romanticismo c’è quella risposta che rivaluta la qualità, la varietà, l’individualità a cui, confusamente, si richiamano i membri della Scuola di Francoforte (Marcuse pretende di farlo tramite l’Es, nella psicoanalisi compagno di strada della repressione, allora perché non Nietzsche?) per considerare superato il totalitarismo della società amministrata: “Cresce però la consapevolezza che l’insopportabile pressione esercitata dalla società sull’uomo non è inevitabile, e c’è da sperare che gli uomini capiranno come essa non sia la diretta conseguenza delle esigenze puramente tecniche della produzione, bensì abbia radice nella struttura sociale..La disciplina industriale, il progresso tecnico, promettono..di dar vita a un nuovo mondo in cui l’individualità potrà riaffermarsi come elemento di una forma d’esistenza meno ideologica e più umana” (M. Horkheimer - “Eclisse della ragione”). Il pregiudizio politico anti-capitalista e il pregiudizio tecnico-razionale illuminista vanno qui di pari passo. Come dice correttamente Donaggio, la ragione, anche se critica l’Illuminismo, non può far altro che ricrearne la barbarie, perché la “ragione critica” non ha positività e quando la ragione si fa positiva viene fuori la barbarie della “ragione strumentale”. Si sostiene, poi, che il totalitarismo della ragione tecnica, cui assistiamo impotenti oggi, dipenda da una società sbagliata come sarebbe il capitalismo. Per cui, in una struttura sociale “più umana”, la tecnologia non sarebbe più oppressiva. Insomma, di fronte all’inferno creato dal mondo amministrato e tecnologico (tecnologia cattiva o capitalista), si prospetta l’idea di un mondo amministrato e tecnologico diverso (buono, forse socialista?), dove l’individualità possa riprendere vigore e far valere quegli anti-corpi che l’individuo possiede per non farsi soggiogare dall’equivalente della piattaforma tecnologica. Si cerca, insomma, una ragione più ragionevole, un illuminismo più illuminista, una modernità più moderna. Questo spiega perché siamo andati sempre peggio e nella stessa direzione. Perché stiamo solo accelerando sulla strada del totalitarismo illuminista. L’unica strada di emancipazione, quella che va dal materialismo naturalistico romantico verso Leopardi, Stirner e Nietzsche, non viene percorsa, sia per un pregiudizio illuminista nei confronti di tali movimenti e autori (definiti “reazionari”, quasi fossero dei semplici nostalgici dell’antico regime o della Chiesa medievale), sia perché si vuole la botte piena e la moglie ubriaca, cioè si nota che la civiltà moderna del benessere è anche una civiltà repressiva, e si immagina una civiltà moderna del benessere che non sia repressiva. E la si cerca anche nella psicoanalisi, magari isolando l’Es da tutto il contesto della dottrina psicoanalitica (come fa Marcuse), là dove la dottrina psicoanalitica è chiara: non si da civiltà del benessere senza repressione: “Sembra piuttosto che ogni civiltà debba edificarsi sulla coercizione e sulla rinuncia pulsionale” (S. Freud - “L’avvenire di un illusione”). Immaginare civiltà dove non c'è repressione è come immaginare un cerchio quadrato, è ancora più utopistico dell’immaginare un ritorno alla natura di tipo edenico, perché l’esperienza della civiltà è legata ad una struttura organizzativa e razionale che è sempre stata, storicamente, repressiva, e che non può essere diversa per il semplice fatto che la struttura organizzativa razionale inevitabilmente rende passivi e meccanici gli individui. Una civiltà non repressiva non può esistere. Né l’Es è una via d’uscita, sia perché manca del senso della realtà e sia perché nella psicoanalisi è la vittima predestinata dell’analisi che riconduce alla supremazia dell’Io, il quale obbedisce, con minore slancio del Super-io, agli ordini della normalità sociale e civile. La funzione seguente che Marcuse assegna alla psicoanalisi non può sussistere e rivela che il pregiudizio illuminista impedisce di osservare che la psicoanalisi è il trasferimento dentro l’ambito “normativo” di una pseudo-scienza (la psicoanalisi) di un’esigenza istintiva e “oscura”, ma solo per la ragione, che era venuta fuori con il Romanticismo ed era andata avanti nell’Ottocento attraverso gli autori “ribelli”, cioè Leopardi, Stirner e Nietzsche. Dice Marcuse: “affinare i concetti psicoanalitici significa affinare la loro funzione critica, la loro opposizione alla forma vigente della società. E questa funzione sociologica critica della psicoanalisi scaturisce dalla funzione fondamentale che la sessualità ha come ‘forza produttiva’; le esigenze libidiche spingono il progresso verso la libertà..La psicoanalisi porta alla luce l’universale dell’esperienza individuale”(H. Marcuse - “Eros e civiltà”). Che la sessualità possa essere un’energia liberatrice è possibile e augurabile. Ma non si può confondere la sessualità con la psicoanalisi. La psicoanalisi, deformando in senso razionale scientifico il messaggio che arrivava dal Romanticismo e dal “Sé” corporeo di Nietzsche, rappresenta la “reazione” della società amministrata nei confronti di quel lato “oscuro” per la ragione e per la civiltà che il Romanticismo, in polemica con l’Illuminismo, aveva scoperchiato. Questo lato “oscuro” per la ragione è il corpo come entità vivente posto al di là e al di sopra degli schemi analitici della scienza (atomi, cellule, elementi chimici, ecc.), lato oscuro-corpo che, in quanto “corpo vivente”, esprime “sentimenti” e “istinti”, i quali sono altrettanto “oscuri” per la ragione. L’intero mondo naturale, in realtà, è “oscuro” per la ragione, ma quest’ultima, con le sue “reificazioni” di rapporti e mediazioni, tramite un continuo simbolismo, non lo ammette. Quel lato “oscuro” per la ragione che era nato con il Romanticismo, il Romanticismo stesso lo espresse nella forma della “liberazione”: il fanciullo, l’animale, fino al Superuomo nicciano; al contrario, in Freud appare nella forma della “repressione” (l’Es), in una forma psicologica svincolata dal reale (mentre istinti e sentimenti agiscono solo in un contesto reale), in una forma che appare pericolosa perché sviluppata quasi in senso maniacale e che la psicoanalisi razionalizza in modo del tutto arbitrario (come è arbitraria ogni codificazione della scienza) nel tentativo di riportare i fenomeni “oscuri” a una “chiarezza” compatibile con la razionalità e la civiltà, che li hanno provocati con la repressione. La psicoanalisi è la forma in cui la repressione civile tiene a bada il lato oscuro dell’uomo, è il tentativo di negare che qualcosa sfugga alla ragione, cioè, alla fin fine, alla repressione stessa. Lo psicoanalista somiglia tanto al confessore, il confessore è uno strumento della repressione, non un liberatore. E’ al naturalismo romantico e ai suoi sviluppi anarchici e individualisti che bisogna guardare per andare nella direzione della liberazione, non ad uno strumento scientista come la psicoanalisi. Il fatto che Marcuse vada a cercare la liberazione in una forma della repressione mostra con evidenza come la confusione regnasse sovrana in chi si ostinava a seguire la ragione anche quando affermava di combattere il totalitarismo illuminista. E’ evidente anche che Marcuse risente del clima degli anni Sessanta in cui Freud passava per un liberatore, anche se aveva simpatizzato per il regime fascista austriaco. Il fatto è che questa forza liberatrice nella psicoanalisi non esiste affatto, essa rappresenta solo un controllo più sofisticato e scientifico della sessualità. La psicoanalisi non parte dalla prospettiva dell’Es, ma dalla prospettiva della schematizzazione scientifica e del controllo delle pulsioni al fine di far diventare il paziente, dopo la terapia, un cittadino ben integrato. La psicoanalisi sta dalla parte della civiltà e questa, come diceva Freud, è necessariamente repressiva. Tutta la lettura del caso clinico che fa lo psicoanalista non ha nulla a che fare con l’individualità, dato che le reazioni e i comportamenti del paziente vengono subito ricondotti dalla psicoanalisi a schemi psicologici precostituiti che non hanno nulla di veramente personale. Per di più il fatto che si adotti l’Es come forza liberante, dato che l’Es non conosce la realtà, è una forzatura psicologica della liberazione che solo un secolo malato di psicologia come il Novecento poteva concepire. L’Es è un concetto nicciano mal recepito da Freud, perché l’energia vitale della necessità o volontà di potenza in Nietzsche si staglia, attraverso il corpo cosciente come Sé e non per nulla inconscio (tale è solo nella rimozione sociale, ma il superuomo non subisce la rimozione sociale), all’interno della realtà naturale (non sociale) come “amor fati”. L’Es freudiano appare come un minorenne gettato nella realtà e quindi autorizza la tutela da parte dell’Io o del Super-io, in pratica non solo non sarebbe un individuo che segue i suoi liberi istinti, ma anche un irresponsabile, il che ha sempre dato giustificazione per creare un potere repressivo. Solo un individuo istintivo e responsabile può sfuggire alla tela di ragno della società amministrata e tecnologica. Questo individuo descrissero i romantici, Leopardi, Stirner e Nietzsche. In realtà il superuomo nicciano altro non è che il “Prometeo” romantico di Goethe che affronta il destino del suo percorso di vita terrestre, senza sottomettersi ad alcuna autorità (sottomissione che equivale alla “morale dello schiavo”). Ma con ciò siamo nell’alveo della tradizione romantica, che i socialisti non comprendono, visto che sono incancreniti nella tradizione borghese di origine illuminista. Non si tratta più di “sociologia critica”, cioè di “socialismo moderno”, ma di superamento della prospettiva sociologica, critica o non critica che sia, borghese o socialista che sia. Quell’individuo e quell’inconscio che la Scuola di Francoforte e Marcuse inseguono è, invece, ben delineato nell’individualismo estetico, etico, cosciente e qualitativamente percepito della tradizione romantica e arcaicizzante che va dal Romanticismo a Leopardi, a Stirner, fino a Nietzsche.

   Dice Marcuse: “La fusione oscena del momento estetico con la realtà, rifiuta le filosofie che oppongono l’immaginazione ‘poetica’ alla Ragione scientifica ed empirica. Al progresso tecnologico si accompagna una razionalizzazione progressiva ed anzi la realizzazione dell’immaginario” (H. Marcuse . “L’uomo a una dimensione”). Non c’è dubbio sul fatto che questo sia accaduto e stia accadendo ancora. L’immaginazione è stata catturata dalla ragione scientifica per spingere quest’ultima sempre più avanti. Nel contempo la ragione tecnologica ha sempre di più contaminato l’arte che, in teoria, almeno se presa nel suo aspetto romantico, si opporrebbe alla ragione scientifica e tecnica. Ne è venuta fuori un’arte sempre più astratta e mostruosa (i cui monumenti vengono perfino messi nelle piazze per ricordarci l’orrore quotidiano in cui viviamo) e allo stesso tempo un’accelerazione della conquista tecnologica come non si vedeva da tempo. A ragione, quindi, Marcuse definisce “osceno” il connubio tra arte e tecnica, tra “immaginazione poetica” e “ragione scientifica e empirica”. Tuttavia ignora che l’esempio più potente che ci sia mai stato di “immaginazione poetica”, che si staccava, schifata, dalla ragione, sia stato proprio il Romanticismo. Il paraocchi illuminista impedisce di vedere l’opposizione più grande che ci sia mai stata alla ragione strumentale e vagheggia ancora una modernità non repressiva, come se fosse possibile non reprimere la gente là dove la si deve inquadrare nell’organizzazione come in un esercito.

Dice ancora Marcuse: “Riducendo e anzi annullando lo spazio romantico dell’immaginazione <si cita il Romanticismo quale spazio creativo ma libero e nello stesso tempo lo si ignora completamente, come se non fosse una via da percorrere e appartenesse ai preti a priori>, la società ha costretto l’immaginazione a dar prova di sé in campi nuovi, nei quali le immagini sono tradotte in capacità e progetti storici..Separata dal regno della produzione materiale e dei bisogni materiali, l’immaginazione era un semplice gioco <spirito romantico, cibo e poi gioco>, impotente nel regno della necessità, e dedita soltanto ad una logica fantastica e ad una fantastica verità <questa separazione tra realtà e fantasia è troppo schematica, l’immaginazione può conciliarsi con la realtà naturale, nel Romanticismo avvenne spesso, ma non si concilia con la 'produttività' economica e sociale, che qui viene chiamata impropriamente ‘realtà’, come se la realtà fosse esclusivamente la ‘realtà sociale’: è il vizio politico marxista che sopravvive nella Scuola di Francoforte>. Quando il progresso tecnologico annulla codesta separazione, esso investe le immagini con la sua propria logica e la sua propria verità, riducendo la facoltà libera della mente. Ma ciò riduce anche la lacuna tra immaginazione e Ragione. Le facoltà antagonistiche diventano interdipendenti su un terreno comune. Alla luce delle capacità della civiltà industriale avanzata, ogni gioco dell’immaginazione non gioca forse con possibilità tecniche, che possono essere messe alla prova per vedere se è possibile realizzarle? L’idea romantica di una ‘scienza dell’immaginazione’ sembra assumere un aspetto più che mai empirico <pratico, tecnologico, più che estetico>. Il carattere scientifico e razionale dell’Immaginazione è stato da lungo tempo riconosciuto nella matematica, nelle ipotesi e negli esperimenti delle scienze fisiche. Esso è stato parimenti riconosciuto nella psicoanalisi, che si fonda in teoria sul presupposto della razionalità specifica dell’irrazionale; l’immaginazione compresa e interpretata diventa, dopo essere orientata in una nuova direzione, una forza terapeutica.. L’immaginazione non è rimasta immune al processo di reificazione..Razionale è l’immaginazione che può diventare l’a priori della ricostruzione e del riorientamento dell’apparato produttivo..Liberare l’immaginazione in modo che possano esserle concessi tutti i suoi mezzi di espressione presuppone la repressione di molte cose che ora son libere e perpetuano una società repressiva” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). L’immaginazione, intesa come libertà romantica, è stata messa al servizio della ragione, come produzione economica, come regola organizzativa. In questo senso essa potenzia a dismisura la capacità repressiva dell’apparato produttivo e organizzativo, potenza la razionalità. In effetti, questo è proprio quello che ha teorizzato il Novecento, dopo aver superato i trionfalismi della ragione e della scienza tipici, rispettivamente, dell’Illuminismo e del Positivismo. E’ chiaro che, per la liberazione, l’immaginazione deve tornare nel suo ambito naturale, che è quello romantico del libero individuo e della solare natura. Ma allora, a maggior ragione, l’unica strada da percorrere è quella romantica e delle sue ribellioni. Il panteismo romantico non sopporta teocrazie, ma questo sembra che i cervelli incancreniti nell’Illuminismo non lo capiscano. Per questo la Scuola di Francoforte cerca vie di liberazione senza vedere l’uscita. Suo merito è la denuncia del totalitarismo che si cela nella razionalità forte della scienza e della tecnica. Ma si usciva appena dalla Seconda guerra mondiale e dagli orrori provocati dai totalitarismi, c’era molta più sensibilità verso il problema rispetto a oggi. Oggi si gioca con gli strumenti tecnologici allo stesso modo in cui lo farebbe un bambino deficiente. Che il connubio razionalità-immaginazione sia pericolosissimo è fuori di dubbio, rende la razionalità meno statica e meno prevedibile e quindi costringe ad uno stress da inseguimento bestiale. L’innovazione tecnologica continua, che ci assedia da ogni parte, è frutto, appunto, dell’immaginazione messa al servizio della ragione. Per cui oggi “liberare l’immaginazione” può significare soltanto “liberare l’immaginazione dalla ragione e dalla tecnica”.

    Dice Marcuse: “Oggi, l’opposizione alla pianificazione dal centro in nome di una democrazia liberale che è negata nella realtà serve da sostegno ideologico per interessi repressivi. La possibilità di realizzare un’autentica autodeterminazione degli individui dipende da un effettivo controllo sociale sulla produzione e distribuzione delle cose necessarie..Su questo punto la razionalità tecnologica, spogliata delle sue caratteristiche sfruttatrici, è il solo criterio e guida valido per pianificare e sviluppare le risorse da porre a disposizione di tutti. L’autodeterminazione nella produzione e distribuzione dei beni e dei servizi vitali sarebbe rovinosa..L’autodeterminazione sarà reale nella misura in cui le masse si saranno dissolte in individui liberi” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). Il passo, estremamente confuso, sembra dire che la democrazia liberale esprime, mediante il suo apparato amministrativo e tecnologico, intenti repressivi, mentre un controllo dal “centro” (il solito “centralismo democratico” delle dittature di sinistra?) sulla produzione e distribuzione pone le risorse a disposizione di tutti e determinerebbe una vera autodeterminazione degli individui. Se si partisse dall’autodeterminazione, questa sarebbe rovinosa, perché, per essere reale, gli individui dovrebbero superare la condizione di “massa” per diventare, appunto, “individui liberi”. Ma per poter diventare “individui liberi” gli individui devono diventare “un Soggetto storico essenzialmente nuovo”, giacché, se i lavoratori restano quello che sono nel capitalismo, anche il socialismo fallirà: “dove queste classi <lavoratrici> sono diventate un sostegno del modo di vivere stabilito, la loro ascesa al controllo prolungherebbe tal modo di vivere in un quadro diverso <comunista>(H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). Sembra un progetto marxista spostato oltre il marxismo: stando la cultura attuale l’autodeterminazione di individui liberi non è possibile, perché i lavoratori proseguirebbero, in altra forma (quella politica dell’ideologia comunista), le caratteristiche repressive della società borghese. Occorre, quindi, che l’individuo diventi "libero" ed esca dagli schemi della massa e dei lavoratori figli del capitalismo. Se questo può apparire giusto, viene da chiedersi, allora, perché contrapporre la centralizzazione produttiva e la democrazia liberale, sono entrambe “repressive” là dove non è nato il nuovo individuo libero. Sarebbe un centralismo democratico che si appoggia ai politici e allo Stato oppure sarebbe la visione dello Spirito santo. L’individuo libero esclude tanto la democrazia liberale quanto il centralismo produttivo, anzi esclude perfino la storia, perché ogni individuo avrebbe una storia a sé e non esisterebbe più una storia ufficiale dei politici e dei potenti. C’è una sorta di nostalgia dell’individuo libero, ma non lo si vede nella tradizione romantica e anarchica, perché è confuso all’interno di schemi olistici illuministici che sperano di salvare la modernità e il benessere prodotto dall’apparato tecnologico. Dimenticando che quest’ultimo è repressivo per la natura e anche per il suo gestore, cioè l’uomo. Oggi non si può essere più moderni e rivoluzionari assieme, cioè volere la civiltà e la non repressione assieme, significa volere la botte piena e la moglie ubriaca. La labilità del discorso diventa imbarazzante là dove è Marcuse stesso ad ammettere che la conquista tecnologica della natura va di pari passo con la riduzione della libertà dell’uomo: “con l’avanzare della conquista tecnologica della natura aumenta la conquista dell’uomo da parte dell’uomo; e tale conquista riduce la libertà, che è un a priori necessario della liberazione” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). Ma, se le cose stanno così, il problema è la modernità tecnologica, non la distinzione tra assetto liberale e socialista. Se non si riduce il potere di dominio dell’uomo sulla natura, non si riduce nemmeno il potere di dominio dell’uomo sull’uomo, che si tratti di democrazia liberale o di centralismo sul controllo della produzione non cambia nulla. Né si vede come possa esistere una “razionalità tecnologica, spogliata delle sue caratteristiche sfruttatrici” là dove è assodato che la “conquista tecnologica della natura aumenta la conquista dell’uomo da parte dell’uomo”. Qui c’è qualche incongruenza. Solo il superamento della “razionalità tecnologica”, dunque della “conquista tecnologica della natura”, può portare al superamento della “conquista dell’uomo da parte dell’uomo”. Una prospettiva illuministica rimane qui sempre “strabica”, vede la compatibilità di tecnologia e non repressione, solo perché ora la tecnologia è a priori cattiva (capitalismo?) e ora è a priori buona (socialismo fatto dall’uomo nuovo?). Ma le cose non stanno nei termini del buono o cattivo, la tecnologia produce dominio comunque e, non solo può essere diretta sia sulla natura che sull’uomo (come la storia dimostra), ma comprime la libertà dell’uomo anche come gestore stesso della tecnologia, perché induce ad appiattire i modi di pensare e i comportamenti per adattarli allo strumento tecnico che è diventato necessario per comunicare con gli altri o dominare qualcosa. Non esiste una società tecnologica non repressiva, questo capirono i romantici, per questo divennero amanti delle epoche arcaiche, eroiche, allorché la vita era segnata dal destino e non dalla voglia padronale della tecnologia.

    Dice Marcuse: “Davanti all’efficienza onnipresente del sistema dato di vita <cioè del progressista sistema di controllo organico-tecnologico>, le alternative di chi discerne tale necessità sono sempre apparse utopistiche” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). In effetti il sistema amministrato e tecnico, essendo fortemente protettivo, fino a rendere “impotenti” le singole persone, distrugge, con la relativa facilità del suo benessere e il terrore assoluto costituito dalla morte, ogni ipotesi di liberazione dal sistema, rende tali ipotesi automaticamente delle “utopie”. Non a caso il Romanticismo è stato relegato nella “letteratura”, l’anarchia nell’utopia pura, spesso accompagnata anche da un concetto che, bene o male, è entrato prepotentemente nella storia, cioè il concetto di “democrazia”. La “democrazia”, in quanto eterna incompiuta, è relegata nell’utopia quanto l’anarchia. Certo, fino a quando porremo davanti a noi solo il benessere, la paura della morte, l’ansia di dominio che ne deriva e di cui l’apparato tecnologico sembra fornirci gli strumenti, nel momento stesso in cui ci rende più innocui ed inermi, non faremo altro che andare avanti nel dominio psicologico dell’ideologia moderna che bolla come “utopia” tutto quello che non ha le radici nella ragione strumentale dell’Illuminismo. Eppure, come dimostrano i terremoti e le altre catastrofi naturali, bastano pochi minuti per far saltare tutto. Dunque non è che “non si può”, la verità è che “non si vuole”, perché la volontà dell’opinione pubblica è “drogata” dal “medium” razionale, che fornisce l’impressione illusoria di dominare tutto. La divulgazione scientifica ha fatto più danni dei monaci predicatori. La repressione stessa è vista come strumento di salvezza.

    Dice Marcuse: “Ma se il carattere astratto del rifiuto è il risultato della reificazione totale, allora il terreno concreto per il rifiuto deve ancora esistere, poiché la reificazione è un’illusione. Allo stesso proposito, l’unificazione degli opposti nel mezzo della razionalità tecnologica deve essere, con tutta la sua realtà, una unificazione illusoria, che non elimina né la contraddizione tra la produttività crescente ed il suo uso repressivo, né il bisogno vitale di risolvere la contraddizione..Le tendenze totalitarie della società unidimensionale rendono inefficaci le vie ed i mezzi tradizionali di protesta; forse perfino pericolosi, perché mantengono l’illusione della sovranità popolare..Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti..La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato” (H. Marcuse - “L’uomo a una dimensione”). Non si tratta di far rivivere “opposti”, la dialettica è essa stessa un gioco che porta alla “reificazione”, perché il lato oggettivo non è svincolato ed è fortemente assorbito nell’apparato razionale, nella dialettica “il reale è razionale”. Per mostrare che la “reificazione” è un’illusione, bisogna togliere dalla realtà il trucco, cioè il gioco razionale e questo non può farlo la ragione. La ragione critica può, al massimo, far entrare in contraddizione la “ragione strumentale”, ma di più non fa: se non si riconosce un’altra guida che si oppone alla ragione strumentale, quest’ultima, prima o poi, ritorna più forte di prima. Questa guida, diceva Nietzsche, è il “Sé”, il “corpo”, il quale, al contrario dei deliri psicologici dell’Es, getta la persona immediatamente nella realtà naturale (non sapendo neppure leggere i messaggi sociali, se non capitasse che la mente, acculturata, intervenisse), come un bambino appena nato, pilotato soltanto dai suoi naturali e primordiali sentimenti e istinti. Questa è la guida da ritrovare e per ritrovarla bisogna saper estraniarsi dai modelli sociali. La natura è il vero luogo del “reietto” che Marcuse cerca per colpire il sistema dal di fuori. Ma questa figura nell’Ottocento è sempre esistita: è il poeta estraneo alla società, è l’anarchico individualista che vuole solo rapporti personali, è il superuomo nicciano amante del destino. Sembra che questi marxisti revisionisti nel passato sappiano vedere solo l’Illuminismo. Il poeta di Baudelaire non è forse un oppositore che colpisce “dal di fuori” il sistema sociale? E’ letteratura? Volete un metodo scientifico per colpire dal di fuori un sistema scientifico? E’ il vecchio pregiudizio marxista del “socialismo scientifico” che viene fuori? Insomma si vuole spegnere un fuoco gettandoci sopra della benzina. Il sistema unidimensionale creato dalla ragione, dalla scienza e dalla tecnica, si supera solo superando la ragione, la scienza e la tecnica, ma, se seguitate a chiamare letteratura o utopia, tutto quello che supera la ragione, la scienza e la tecnica non se ne esce fuori. Il poeta romantico è un primo esempio di individuo che “colpisce il sistema dal di fuori”: “Spesso, per divertirsi, l’equipaggio/ cattura degli albatri, grandi uccelli dei mari/../ Non appena li lasciano liberi sulle plance <la nave simboleggia la società>,/ questi re dell’azzurro, maldestri e sconcertati/ trascinano con pena le loro grandi ali bianche/ sul ponte, come remi abbandonati./ Questo signor dei venti, come si mostra inabile!/ Poco fa così bello, quant’è mai brutto e comico!/.../ Così il poeta,../ ../ l’esiliato quaggiù, tra gii scherni del volgo/ l’ali sue da gigante gli fanno goffo il passo” (C. Baudelaire - “I fiori del male” - “L’albatro”). Ma il poeta romantico è fuori del sistema anche quando scrive in prosa: “La libertà individuale, ciò è la dignità. Gli spiriti comuni non hanno mai compreso e non comprenderanno mai questo” (A. de Vigny - “Diario di un poeta” 1847). Il Romanticismo non è solo il luogo dei cimiteri, tanto meno è il luogo delle chiese, il suo panteismo è sensuale e posto “al di fuori” del sistema sociale, come ben intravide il tardo romantico tedesco Heine: “il sensualismo..può affermarsi anche come risultato del panteismo - e allora è un fenomeno bello, splendido” (H. Heine - “Per la storia della religione e della filosofia in Germania”). Proprio da qui partì l’istanza dionisiaca di Nietzsche, ma sempre da questo risvolto estetico, materiale e individuale, partì l’anarchismo, l’unico autentico senza riserve illuministe (cioè socialiste o capitaliste), vale a dire l’anarco-individualismo: “l’individualità propria non ha alcuna unità di misura estranea, poiché non è affatto un’idea..L’uomo reale è soltanto l’uomo inumano <cioè individuo ‘unico” e non riducibile all’astrazione razionale detta specie>” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Dunque la Scuola di Francoforte (nonostante i suoi meriti critici), come l’intera società moderna, è superata già in partenza, dalla tradizione romantica, anarchica e arcaicizzante dell’Ottocento: Romanticismo, Leopardi, Stirner, Nietzsche. Il Novecento sarebbe meglio non nominarlo.

 Novembre 2015 (C. De Cristofaro)

lunedì 26 ottobre 2015


CARLO MICHELSTAEDTER (1887-1910)

 

Poco conosciuto o addirittura ignorato dai professori di Filosofia e di Letteratura italiana che dovrebbero farlo conoscere, Michelstaedter è, a mio avviso, il pensatore più geniale del Novecento. Proprio per questo, la massa di pecoroni della società odierna lo ignora. Michelstaedter eredita lo spirito culturale dei due più grandi pensatori dell’Ottocento, cioè Leopardi e Nietzsche. Aggiorna il pensiero critico di questi ultimi alla mentalità dei primi del Novecento, quando dilagavano le assurdità scientifiche del Positivismo (mai cessate e connaturate all’idiozia e arroganza della scienza) e si stavano affermando le assurdità neo-cristiane o neo-spiritualiste dell’Esistenzialismo e della Psicologia. Una voce, quindi, fuori da questo coro di dementi. Peccato che si sia suicidato a soli 23 anni nel 1910. Riporto qui solo alcuni passi presi da quel capolavoro ignorato del pensiero che è “La persuasione e la rettorica” (postumo nel 1913), tanto per far capire chi era e quanto sono stupidi i moderni uomini della scienza e della tecnica. Meraviglioso è, soprattutto, il dialogo, riportato al punto 2, fatto in perfetto stile leopardiano (“Operette morali”), sulla follia della “sicurezza” (quindi delle “assicurazioni”) e del conformismo modernista.

1) “Chi teme la morte è già morto. Chi vuol aver un attimo solo la sua vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa, deve impossessarsi del presente, vedere ogni presente come l’ultimo, come se fosse certa dopo la morte..A chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie, poiché niente chiede in lui di continuare, niente è in lui per la paura della morte..Hanno bisogno del sapere <scienza e cultura in generale>, e il sapere è costituito.Così fiorisce la rettorica accanto alla vita..poiché gli uomini si mettono in posizione conoscitiva e fanno il sapere..gli scienziati non possono uscir impunemente dalla loro pelle come i bachi da seta, per guardare come sono fatte le cose, ci è forza ammettere che l’oggettività <la dogmatica e presunta ‘oggettività’ della scienza> è tropn tina < in qualche modo> una soggettività <cioè un’opinione elaborata in circoli ristretti - la comunità scientifica - che usano gli stessi paradigmi formali>..la scienza..ha calato le radici nel più profondo della debolezza dell’uomo e ha dato ferma costituzione per tutti i secoli avvenire alla rettorica del sapere”

2) “Vede - mi diceva dopo un pranzo abbondante in conclusione d’un lungo discorso un grosso signore - vede? la vita ha pure i suoi lati belli. Conviene saperla prendere: non pretender rigidamente ciò che ha fatto il suo tempo, ma adattarsi ragionevolmente, e godere di ciò che il nostro tempo ci offre che nessun tempo ha mai offerto ancora ai propri figli.. - Lei è un artista! - Sì, infatti, credo che sono un artista. Non che io scriva o dipinga ma, lei m’intende: artista, artista nell’anima. Io ho un buon cuore, pieno di sentimenti gentili coi quali mi rendo poetica ogni situazione, mi faccio bella la vita, mi creo dei piaceri.. - Ma lei è un multilatere! - Oh, un dilettante.. - Lei trova tempo per tutto!.. - Nell’anticamera del mio ufficio io depongo tutte le mie opinioni personali, i sentimenti, le debolezze umane. Ed entro nel tempio della civiltà..Allora io sento di portare il mio contributo alla grande opera di civiltà in pro’ dell’umanità.. - Io ammiro la sua fermezza. E, lei non pensa ai suoi interessi? - Lo stipendio corre ed è sicuro. E poi, lei sa, gli incerti.. - Già, già. Ma..e poi? quando, Dio lo tenga lontano, questa sua mirabile fibra sarà affievolita? - C’è la pensione: lo Stato non abbandona i suoi fedeli. Che? - Ma..scusi se le suscito brutte immagini..ma siamo uomini deboli..Nel caso di una malattia? sa, ce ne sono tante ora in giro.. - Niente, niente: appartengo a una cassa per ammalati, come tutti i miei colleghi. Il nostro ospedale ha tutti i comodi moderni e si vien curati secondo le più moderne conquiste della medicina. Vede? - Ah, vedo! Ma, non saprei, i casi son tanti, capisco che siamo difesi dalle leggi, pure i furti sono all’ordine del giorno - Sono assicurato contro il furto. – Ah! ma..e metta il caso d’un incendio. - Assicurato contro il fuoco - Perbacco! Ma un cavallo, scusi, volevo dire un’automobile, che c’investe, un tegolo - Assicurato contro gli accidenti – Ma infine morire..moriamo tutti! - Fa niente, sono assicurato pel caso di morte. Come vede - aggiunse trionfante, sorridendo del mio smarrimento – sono in una botte di ferro, come si suol dire - Io rimasi senza parole, ma nello smarrimento mi lampeggiò l’idea che il vino prima d’entrar nella botte passò sotto il torchio <ecco gli uomini che si credono liberi oggi sono passati sotto il torchio di un’educazione tecnica e scientifica e dei luoghi comuni che ne derivano e sono alla base della stessa opinione pubblica odierna, cioè degli odierni pregiudizi>

3) “L’eschimese e l’etiope s’incontrarono nella zona temperata; esclamarono simultaneamente: ‘Ho freddo - dice l’etiope - dammi le tue pelli’; ‘ho caldo - dice l’eschimese - dammi le tue penne’. Ognuno ha visto nell’altro soltanto la cosa che gli è necessaria, non l’uomo che ha da vivere lui stesso..lo scambio conveniente ad entrambi li ha fatti sicuri pur senza amore vicendevole..la società cura che sempre un eschimese incontri in questo modo un etiope <cioè, non solo crea bisogni artificiali perché dominata dal commercio, vedi società borghese, ma crea la necessità stessa di ‘scambiare’, vedi socialismo, là dove, riducendo al minimo questa necessità, il rapporto sociale, come diceva Leopardi, diverrebbe “scarso” e gli individui sarebbero più liberi, vedi anarchismo individuale>   

giovedì 15 ottobre 2015

COPPIE OMOSESSUALI E COPPIE ETEROSESSUALI “IDENTICHE”? E’ UNA MENZOGNA!


    Quando sento dire dai laici imbevuti di metafisica dell’indifferenziato interiore, cioè drogati dal “pregiudizio di uguaglianza”, che le coppie omosessuali e quelle eterosessuali sono “identiche”, non posso non pensare che stanno mentendo. Stanno negando l’evidenza, come se negassero che il bianco è bianco e il nero è nero. Una tale affermazione si può fare solo ignorando i sensi e la corporeità, visto che la struttura ossea, muscolare, gli organi genitali, i glutei, i seni, le cosce e via dicendo sono assolutamente “diversi” nel maschio e nella femmina. Diversità, ovviamente, che non comporta alcuna valutazione di superiorità o inferiorità, ma solo semplice e naturale diversità. L’affermazione è, dunque, falsa in assoluto. La persona non è un’entità metafisica cristiana fatta secondo il modello interiore protestante, nella persona entra anche il proprio corpo e non è uno “strumento” che si modella come più fa piacere, perché considerare il corpo come uno strumento significa essersi alienati da se stessi. Bisogna amare il proprio corpo come fondamento della propria personalità. Chi dice che coppie omosessuali e coppie eterosessuali sono “identiche” ignora la diversità sessuale e corporea della persona, diversità che viene riconosciuta nelle coppie eterosessuali e non viene riconosciuta nelle coppie omosessuali. Poiché la conformazione fisica dell’accoppiamento mostra che la diversità sessuale e corporea nell’accoppiamento è naturale, mentre quella omosessuale non lo è, ne viene fuori che la coppia omosessuale è innaturale, mentre quella eterosessuale è naturale. La coppia non è un semplice legame affettivo, altrimenti si parla di “coppia di amici”, “coppia di colleghi” ecc.. Si può usare il termine “coppia” per indicare un legame affettivo anche nel caso dell’affetto che c’è tra un essere umano e un cane, perfino tra due banditi. Ora, prescindendo dal fatto che la differenza fisica genera legami affettivi diversi: ad esempio il legame affettivo tra uomo e cane è diverso nel cane e nell’uomo, così come il legame affettivo tra un uomo e una donna è diverso nell’uomo e nella donna, allo stesso modo il legame affettivo tra uomo e uomo e tra donna e donna è diverso nei due casi e tutti e due i casi comportano una diversità affettiva rispetto alle coppie eterosessuali. Infine è diverso anche il legame affettivo tra genitori e figli. Insomma è falso perfino sostenere che tutti i legami affettivi siano “identici” e non vengano influenzati dal fatto di essere uomo, donna, omosessuale, cane, figlio ecc. Viene sempre ignorata la diversità fisica, corporea, individuale e sessuale: “Disprezzano il corpo: lo hanno tenuto fuori del calcolo” (F. Nietzsche - “Frammenti postumi” 1888 - 14(96)). Questi laici sono il prodotto conseguente alla mentalità metafisica interiorista di tipo protestante. Un’interiorità razionalizzata, “cartesianizzata”, perché è chiaro che l’omogeneità con cui trattano i legami affettivi non esiste, il legame affettivo tra un uomo e una donna è sempre diverso rispetto a quello tra un uomo e un altro uomo o a quello tra una donna e un’altra donna, così come è diverso il legame affettivo verso il figlio rispetto a quello verso il proprio compagno di vita. Allo stesso modo è diverso il legame affettivo che c’è tra un essere umano e un cane rispetto a quello che c’è tra due cani. I laici, invece, parlano genericamente di legame affettivo e lo fanno anche in relazione all’adozione dei figli. Per loro i legami affettivi sono tutti uguali. Con questo modo di ragionare si potrebbe consentire perfino l’adozione di un bambino ad opera di una coppia di cani. In fondo i racconti mitologici dell’antichità, che avvertivano la distanza tra uomo e animale come molto minore rispetto a quanto l’avverte la società moderna post-cristiana, ci raccontano di un Romolo e Remo adottati da una lupa.
    Dire, quindi, che le coppie omosessuali e quelle eterosessuali sono “identiche” è una menzogna in assoluto, sarebbe come dire che una coppia di elefanti e una coppia di cani sono identici in assoluto, perché si tiene conto solo di un legame affettivo preso in astratto, cioè ignorando la natura corporea di chi prova il sentimento e la natura corporea di chi riceve quell’affetto. Certamente, vivendo insieme, è chiaro che il bambino si lega da affetto ai genitori adottivi, ma non si può ignorare che il figlio ha anche relazioni con altri bambini. D’altra parte, se si parla di adozioni, partire dal sentimento che nasce dalla convivenza, significa ragionare a rovescio, perché si tratta di stabilire se creare o no quella convivenza. Nello stabilire se creare o meno quella convivenza che potrebbe creare un legame affettivo (ma questo è un evento successivo), bisogna tenere conto anche delle difficoltà del bambino a capire la coppia omosessuale, soprattutto nel paragone che il bambino instaura con i suoi coetanei. Infatti, dato che la differenza corporea tra uomo e donna seguita a persistere, il figlio, quando si compara con gli altri figli (e questo i bambini lo fanno: a volte si sentono trascurati per una caramella data al fratello sì e a loro no), finisce per notare che gli manca un genitore dell’altro sesso, un genitore naturale e che ne ha uno di troppo dello stesso sesso rispetto agli altri bambini. Questi laici, poi, quando i vecchi democristiani gli fanno notare che avere due uomini o due donne per genitori non è naturale, fanno tacere i vecchi democristiani con una “parola d’ordine” fascista, cioè “omofobo”. Questo termine è lecito se viene usato per stigmatizzare un atteggiamento violento, ma se viene usato per far tacere un interlocutore durante un dialogo così detto “civile”, allora il termine assume l’aspetto di una censura, di una violenza fatta da coloro che si ritengono “buoni” a priori, assume l’aspetto di una volontà di far tacere perché ci si trova di fronte ad un argomento scomodo per il quale non si possiede la risposta: cioè quella della naturalezza o meno della coppia omosessuale, specialmente rispetto a un bambino. I vecchi democristiani, che usano schemi critici arretrati, non riescono a rispondere alla censura e questo, nei dibattiti, avvantaggia i laici progressisti che vanno avanti con il loro fanatismo dell’indifferenziato. Occorre una superiore capacità critica per affrontare dei fanatici dell’indifferenziato, questa qui si sta tentando di fornire. La prima cosa da fare è dare del “fascista” a chi, durante una discussione, ti da dell’“omofobo”, tanto per chiarire che si tratta di una censura e non di un verità. Poi, dopo aver ribadito che il corpo provoca differenziazioni nei legami affettivi e che quindi le coppie omosessuali e quelle eterosessuali non possono essere “identiche” da nessun punto di vista, occorre far notare che, anche ad ammettere che gli adulti si rendano conto della possibilità dell’esistenza di coppie omosessuali (ma neppure un adulto sano di mente le vede “identiche” a quelle eterosessuali), i bambini, al contrario, non comprendono l’identità tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali. L’identità di esseri con corpi diversi è un processo “astrattivo” che deve ignorare quello che la visione del corpo manifesta. Fino ai 14-15 anni la percezione delle cose che il bambino ha è di ordine fisico e sensoriale. La capacità astrattiva comincia seriamente solo dai 15 anni in su, come dimostra quanto disse Rousseau, che voleva insegnare la religione ad Emilio solo una volta raggiunta la maggiore età, perché, altrimenti, non avrebbe avuto la capacità astrattiva per capire il concetto stesso di Dio. Piaget, ritenuto il maestro della psicologia evolutiva, affermò che la capacità astrattiva non si completa prima dei 14-15 anni. Io stesso, avendo insegnato, ho potuto verificare che a 16 anni non tutti gli alunni avevano completato l’acquisizione di una robusta capacità astrattiva, anche perché è una dote che va bene per la scuola, ma, per molti aspetti, è contro natura. Questo significa che fino ai 15-16 anni un bambino o un ragazzo può vedere e non vedere la presunta identità tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali. Anzi, essendo il suo mondo solo quello corporeo, vede che gli altri bambini hanno una madre e un padre e che a lui manca o la madre o il padre. Certo, questo può capitare anche per la morte di uno dei genitori, ma il bambino capisce prima cos’è la morte rispetto all’acquisizione della capacità astrattiva e, in ogni caso, ne soffre, perché, appunto, vede che gli altri hanno tutti e due i genitori e lui no. Non solo, se uno dei genitori si comporterà in modo rovesciato, cioè si ha un uomo effeminato che si lega al padre o una donna mascolinizzata che si lega alla madre, in ogni caso rischia la presa in giro da parte dei suoi amici. In altri termini quello che gli adulti possono ritenere pregiudizi, tra i bambini sono cose normali e non si possono brutalizzare i bambini, cioè non si può pretendere che i bambini ragionino come adulti laici e progressisti. In altri termini è chiaro che i bambini non sanno gestire queste cose e che il mondo dei rapporti infantili è un mondo inevitabilmente parallelo rispetto a quello degli adulti. A meno che non si stabilisca per legge che i genitori passino 24 ore con i loro figli o si arrivi ad una scolarizzazione da caserma per i giovani. Si intravedono soluzione fasciste. Questo quando la migliore educatrice dei giovani è spesso la responsabilità della strada. Proprio questa mancanza della strada fa sì che i giovani siano oggi insicuri e deboli: vivono troppo costantemente in ambienti artificiosi e protetti. Il giovane, quindi, non acquisisce la capacità astrattiva per capire la presunta (in realtà fasulla) “identità” tra coppia omosessuale ed eterosessuale prima dei 14-15 anni, questo significa che fino a tale età non sa gestire un fenomeno che, per altro, non è neppure naturale. La coppia omosessuale, insomma, dovrebbe essere “vietata ai minori di 15 anni”, ancor più di un film porno e del semplice nudo. Si dice che il bambino non sa gestire la sessualità perché la capisce solo dai 18 anni in su (il che pure è falso, visto che ragazzi e ragazze già dai 15 anni la capiscono) e per questo si “vietano ai minori di 18 anni” film porno e visioni di nudità complete, bene la dimensione corporea della sessualità viene compresa dai ragazzi molto prima dell’identità astratta di cui parla il laico che afferma che le coppie omosessuali e quelle eterosessuali sono identiche. Come si può consentire l’adozione alle coppie omosessuali quando la loro equiparazione alle coppie eterosessuali, nella falsa identità, può capirla solo un ragazzo di 15 anni? La verità è che l’adozione da parte di coppie omosessuali dovrebbe essere “vietata” quando riguarda ragazzi inferiori agli anni 15. Con uno slogan “Adozione per le coppie omosessuali? No, vietata con i minori di 15 anni”.


Prof. Carlo De Cristofaro - 15/10/2015    

venerdì 9 ottobre 2015

NO ALLA SINISTRA IDEOLOGICA: NO AL FASCISMO FEMMINISTA DI STATO

    La ministra francese dell’Educazione nazionale, tale Najat Vallaud-Belkacem, vergogna della Francia e del governo di sinistra pilotato da Hollande, ha stabilito che alcune favole, tra cui “Cappuccetto rosso” e “Cenerentola”, sono “sessiste” e quindi vanno tolte dai libri di testo delle scuole. Esaminiamo prima la questione dal punto di vista ontologico, successivamente dal punta di vista politico, infine entrando nel merito del contenuto delle favole.
    Non se ne può più! La sinistra è irrecuperabile: è malata di una cancrena ideologica che si basa sul “pregiudizio di uguaglianza”, diventato criterio stesso della modernità con l’affermarsi del protestantesimo, che proclamava che tutti gli uomini fossero delle semplici “anime” e del tutto “uguali” davanti a “Dio”. Ma le “anime” non esistono e “Dio” neppure. La sinistra, essendo la laicizzazione del protestantesimo, è, come diceva Stirner per la Rivoluzione francese, sostanzialmente “protestantesimo politico”, le “anime” vengono chiamate “cittadini” e “Dio” viene chiamato “Stato”: ne viene fuori che tutti i “cittadini” sono “uguali” davanti allo “Stato”. Ma neppure i cittadini e lo Stato esistono al di fuori della mente umana, cioè nella realtà naturale. La sinistra, quindi, è profondamente cristiana: come i protestanti detesta, anche a ragione, le gerarchie cattoliche, e afferma ovunque l’uguaglianza, facendola diventare un pregiudizio ideologico, quello di “uguaglianza” appunto. Come il medico per esistere ha bisogno di malati, come la Chiesa per esistere ha bisogno di poveri, allo stesso modo la sinistra per esistere ha bisogno di vittime vere o presunte: lavoratori, donne, omosessuali, ecc. Di questo parassitismo politico essa vive. L’uomo di sinistra vive facendo il giornalista, il professore universitario o di liceo, il politico e in tutte queste professioni pone un solo principio ideologico, cioè il “pregiudizio di uguaglianza”. Questo principio non riconosce la differenza tra natura e società e quindi è, ormai, diventato “principio di indifferenza”. Non a caso la nostra ministra dell’Educazione nazionale francese è favorevole all’ideologia “transgender”, un’ideologia che non riconosce l’oggettività della differenza fisica sessuale e pone, partendo dall’uguaglianza delle anime e dei cittadini, gli individui come se fossero tutti di sessualità neutra, come se fossero anime asessuate e quindi delle semplici “possibilità sessuali”, come se la sessualità, quindi, fosse una “possibilità” e non una “corporea necessità”. Queste persone, malate di ideologia, vivono in un mondo mentale metafisico. Insomma il “pregiudizio di uguaglianza”, come il cristianesimo da cui deriva, si pone “contro natura”, cioè, come diceva Nietzsche, contro la realtà, producendo tutto un mondo di finzioni intellettuali che sono una vera e propria perversione: “quell’intero mondo di finzioni <religioso, si parla del cristianesimo, ma la stessa cosa vale per il mondo politico della sinistra che è ‘protestantesimo politico’> ha la sua radice nell’odio contro l’elemento naturale (la realtà!)…l’istinto sacerdotale..non sopporta più il prete come realtà..Il cristianesimo <protestante> nega la Chiesa <la sinistra non sopporta nessuna realtà, senza distinguere tra natura e società>…nell’odio istintivo contro ogni realtà abbiamo riconosciuto l’elemento propulsivo, l’unico elemento propulsivo che è alla radice del cristianesimo <e della sinistra>(F. Nietzsche - “L’anticristo” 15, 27, 39). Ovviamente tale “elemento propulsivo”, che porta all’odio contro la realtà, nella sinistra è proprio il “pregiudizio di uguaglianza”. Ed è un elemento che nasce dalla viscere dell’interiorità protestante, che nella sinistra diventa “protestantesimo politico”. E’ un elemento “metafisico”, per sua natura “trans”, cioè che porta “oltre”, non solo “oltre” i governi in carica e i pregiudizi sociali (ma ogni società nasce e si afferma sulla base di pregiudizi, per eliminare i pregiudizi dovete eliminare la società, in realtà si vuole sempre e solo sostituire i pregiudizi degli altri con i propri: dovremmo sostituire eventuali pregiudizi “sessisti” con pregiudizi “femministi”? Posso condividere o meno i pregiudizi, ma hanno tutti diritto di esistenza, quel che non si può accettare è che alcuni diventino “pregiudizi di Stato” e li imponga un governo mediante il suo ministro dell’istruzione), ma anche, ed è quello che rende insopportabile la sinistra, “oltre” il corpo, “oltre” l’istinto, “oltre” la natura. Quella “natura”, che a livello istintivo ogni animale riconosce con una spontaneità disarmante, per l’uomo di sinistra diventa un “concetto”, un concetto “problematico”, di qui il suo continuo sbandare, la sua continua insicurezza, la sua continua miseria. Se si va sempre “oltre”, alla fine, non si riconosce neppure se stessi: né la propria individualità, né il proprio genere sessuale e via dicendo. La sinistra è malata di quell’interiorismo protestante che diventa intellettualismo e ideologia e come tale produce lo sfaldamento della persona nel rincorrere un “oltre” che, alla fine, si rivela come un “niente”, come un semplice negare gli enti, naturali prima di tutto, esattamente come avviene in Heidegger (non a caso molto apprezzato proprio dagli intellettuali di sinistra, nonostante la sua adesione al nazismo): “La nostra questione relativa al niente ci deve condurre dinanzi alla metafisica stessa..come designazione del domandare che va meta, trans, ‘oltre’ l’ente come tale” (M Heidegger - “Che cos’è metafisica?”). Nel momento in cui non riconosco più la mia identità corporea sessuale, io sviluppo l’idea “trans”: “transgender”, “transessualità”. Questo “trans” non esiste, è pura metafisica. Nessuno mai ha veramente cambiato sesso, il transessuale è solo un gay mutilato, con un organo genitale che non ha alcuna funzione attiva. Ma l’idea “trans” presuppone appunto il “pregiudizio di uguaglianza” portato alfine “contro natura”. Perché è chiaro che in natura l’andare “oltre” è possibile solo dove si getta un ponte tra le diversità, ponte che è appunto l’uguaglianza ipotetica. La diversità, individuale, sessuale, perfino tra i popoli, sussiste nella misura in cui ognuno resta se stesso, non può più sussistere quando si ha la pretesa di andare “oltre di sé”. L’andare “oltre di sé” è, per sua struttura, una negazione della diversità naturale e questo è possibile solo se si assolutizza l’uguaglianza, come avviene, appunto, nel “pregiudizio di uguaglianza”. Questo pregiudizio è cronico nella sinistra ed è insopportabile. Tale pregiudizio, nell’uomo e nella donna di sinistra, diventa una vera e propria ossessione, lo si vuole ribadire dovunque, anche esaminando la natura e perfino esaminando testi di altre epoche storiche, valutando il passato in modo anacronistico, cioè sulla base del diffondersi del principio di uguaglianza tipico del Novecento, o addirittura estrapolando delle frasi o immagini dai testi, come ad esempio le favole indicate all’inizio, in modo da vedere nei testi dei pregiudizi, magari “sessisti”, che nella favola non sussistono e che vi vede solo l’ossessione ideologica.
    Sulla scia di questo “pregiudizio di uguaglianza” fin qui descritto, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta si affermò l’ideologia femminista. Molte donne, diventate poi giornaliste, professoresse, politici, si sono formate culturalmente in quegli anni e hanno trasmesso, in tutto o in parte, alle figlie questa loro idiozia: in esse il “pregiudizio di uguaglianza” è diventata una vera ossessione ideologica, come nel caso della ministra dell’istruzione francese. Anche i maschi intellettuali, ma non capaci di esercizio critico e pronti ad andare dove porta la corrente culturale dei tempi, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta si sono adeguati alla dilagante ideologia femminista. Si può essere anche d’accordo con la femminista circa il fatto che l’educazione porti con sé elementi ideologici, siano essi “sessisti”, “maschilisti”, “femministi” o altro ancora. Ma nella cultura di neutro non c’è nulla: nemmeno la matematica, le scienze e le tecniche sono neutre, esse sono l’asse portante, non solo dell’ideologia borghese, sorta tra 1400 e il 1800, ma anche di quella estensione “egualitarista” dell’ideologia borghese che è il socialismo. L’anarco-primitivista Zerzan ha ragione nel denunciare come ideologia la stessa scienza e la stessa tecnica: “Coloro che ancora sostengono che la tecnologia è ‘neutrale’, ‘un semplice strumento’, non hanno ancora cominciato a riflettere sulla vera posta in gioco..Marcuse, nel 1964, comprese infinitamente meglio il problema quando suggerì che ‘il concetto stesso di ragione tecnica è forse ideologico..’” (J. Zerzan - “Dizionario primitivista” - Tecnologia). La verità è che ogni forma di educazione, sia essa scientifica o letteraria, è compromessa dall’ideologia. Ogni educazione ha per scopo quello che qui, in modo acuto, nota Nietzsche: “Dai suoi educatori l’individuo viene trattato come se fosse sì qualcosa di nuovo, ma dovesse diventare una ripetizione” (F. Nietzsche - “Umano, troppo umano” vol. 1° - 228). Come petizione di principio siamo d’accordo sul fatto che ogni elemento educativo sia un elemento ideologico. Ma ciò dovrebbe portare all’eliminazione dell’educazione, non a sostituirla con un’altra, dovrebbe portare alla fine della civiltà stessa, come si augura Zerzan, ma è sottinteso anche in Nietzsche. Oppure, se non si riesce ad eliminare l’educazione e la civiltà, deve portare al fatto che qualunque ideologia educativa ha diritto di essere rappresentata nella cultura e nelle stesse scuole, anche elementari. Per cui pretendere di stabilire cosa devono leggere o non leggere gli alunni sulla base della distinzione tra “sessista” e “non-sessista”, sulla base di un divieto di Stato, è soltanto una censura di Stato, in questo caso, anziché su base “maschilista”, su base “femminista”. Che la sinistra si comporti come il fascismo non può meravigliare, fa parte del suo DNA. Solo sotto il fascismo lo Stato imponeva quel che doveva esserci o non esserci sui libri di scuola. Alla distinzione censoria di Stato tra “fascista”-“non fascista”, la femminista di sinistra ha sostituito la distinzione censoria di Stato tra “sessista”-“non sessista”, che è una distinzione ideologica del femminismo. In altri termini o si elimina l’educazione in generale e con essa l’ideologia in generale, oppure si ammette qualsiasi tipo di educazione e qualsiasi tipo di ideologia, non spetta allo Stato giudicare di queste cose, perché questo sarebbe uno “Stato etico” e lo “Stato etico” per eccellenza è sempre stato quello nazi-fascista. La vocazione censoria del nazi-fascismo è cronica nella malattia ideologica della sinistra.
    Chiarito che, da un punto di vista politico, non può esistere il femminismo di Stato, entriamo ora nel merito delle favole. Premettiamo che queste favole vengono dalla tradizione popolare e che vennero raccolte e organizzate in un libro di “Fiabe” dai fratelli Grimm. Questa raccolta è uno dei capolavori della letteratura romantica mondiale. Nulla di tutto questo, però, interessa all’ideologia della femminista che, in modo ossessivo, cerca appigli per confermare ovunque la distinzione ideologica “egualitarista” che le fornisce il suo “ego” intellettuale, cioè quella tra “sessismo” e “non sessismo” che persegue con furia assassina allo stesso modo in cui, nel Far west, i cacciatori di indiani perseguitavano gli indiani. Ovviamente, se l’appiglio non c’è, lo si crea, magari supponendo, da qualche frase o qualche immagine, perversi intenti “sessisti” nella favola che, perfino tra gli adulti, solo la sua ossessione ideologica riesce a vedere. Essa pretende (magari con il supporto di qualche cretino che si fa chiamare “studioso”, che ha anche lui subito il lavaggio del cervello tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta; la filosofia e la letteratura dovrebbero essere vietate a psicologi, sociologi e pediatri), che il bambino di 5-6-7 anni, come l’adulta femminista, veda nella favola l’intento “sessista” che non c’è, perché è chiaro che le favole incriminate indicano ben altro. Basta una frase, un’immagine per dichiarare “sessista” una favola o qualunque altro scritto del passato, anche se di una tradizione gloriosa. La furia iconoclasta dell’ideologia femminista distrugge i monumenti letterari del passato esattamente allo stesso modo in cui gli islamisti dell’Isis distruggono i monumenti pagani in Mesopotamia e in Siria.  
     “Cenerentola” sarebbe “sessista” perché si dice ad una bambina di obbedire? Nessuno più di me, anarchico, detesta l’obbedienza, ma bisogna pur trovare un modo per evitare i pericoli, quando si tratta di bambini. Sarebbe “sessista” il fatto che Cenerentola, la donna positiva della favola, faccia la “sguattera” in casa? La femminista ha, dunque, stabilito che lavorare in casa sia, comunque, un fattore ideologico? Non solo in tal modo offende tutte le oneste casalinghe di questo mondo, perché, stando a lei, sarebbero espressione di una certa cretineria femminile che ha subito una pressione ideologica (forse la femminista non si è resa conto che, tranne in alcune zone arretrate del pianeta, le donne hanno superato da tempo il problema e non hanno bisogno di un’ideologia femminista, ma fanno o non fanno i lavori domestici per libera scelta e a seconda delle necessità della famiglia: se subiscono il marito in questo la responsabilità è di chi non si ribella), ma ha anche stabilito che il carrierismo borghese nella società civile sia la vera meta dell’emancipazione femminile. C’è in questo, come diceva Nietzsche, una certa “stupidità maschile”, la femminista riproduce esattamente il prototipo del maschio ambizioso, perché, ovviamente, vuole la parità tra i deputati, piuttosto che tra gli addetti alla spazzatura. Nella favola “Cenerentola” è chiaro a tutti che solo un ossessa dall’egualitarismo, come la femminista - pronta a vedere, quasi istericamente, “sessismo” in ogni dove -, può vedervi del maschilismo o la semplice immagine della donna “sguattera” in casa. La favola narra, semplicemente, la solitudine di Cenerentola e la malvagità della matrigna e delle sorellastre. L’unico accenno di colpa maschile può essere la figura assente del padre che non si accorge del maltrattamento di questa sua figlia o se ne disinteressa. Il ruolo di “sguattera” che Cenerentola svolge nella casa non è dovuto a chissà quale “sessismo”, perché né la matrigna e né le sorellastre, figure femminili, svolgono quello stesso ruolo e, anzi, quel ruolo, manifestandosi come maltrattamento delle altre tre donne, è piuttosto denigrato che esaltato. Oppure si vuole dire, con una raffinatezza intellettuale che dovrebbero avere dei bambini di 5-7 anni, che la figura della donna non-sguattera è presentata come cattiva e quella della donna sguattera è presentata come buona? Ma questo significa leggere la favola con dei paraocchi ideologici, perché nella favola è chiaro che l’essere costretta a fare la sguattera è segno di maltrattamento. O forse è “sessista” il fatto che anche Cenerentola voglia partecipare alla festa del re? Insomma si suppone un “simbolismo” che neppure gli adulti non femministi capiscono, e si pretende che vengano capiti da alunni delle scuole di 5-7 anni? Ma insomma fate ridere. Francesi non vi vergognate di un tale ministro dell’istruzione? E’ chiaro che la lettura vera della favola alla femminista non interessa, a quest’ultima basta vedere l’immagine di una donna con una scopa in mano che fa le pulizie per farle scattare tutti gli odi repressi di questo mondo. E’ il rancore che si trasforma in ossessione ideologica, insomma pura meschinità. E la sinistra di queste donne ossessionate e rancorose fa delle ministre dello Stato! Sputtana il già sputtanato Stato con la sua “fascistoide” miseria ideologica.
    Ancora più assurda è la censura di “Cappuccetto rosso”, perché l’intento della favola è solamente quello di instillare nei bambini una sana diffidenza. E’ vero che anche qui ciò si manifesta nella forma discutibile dell’obbedienza, però è la madre stessa che invita la bambina ad obbedire. E d’altra parte fino ad una certa età questo modo di comportarsi dei genitori è accettabile, visto che i bambini non si rendono conto dei pericoli che li circondano. E’ dai quindici anni in su che tale comportamento dei genitori diventa inaccettabile. La favola vuole solo far capire che il comportamento ingenuo della bambina e in parte anche della nonna porta al disastro. L’intervento del cacciatore può essere paragonato a quello di qualunque persona intervenga in soccorso di un’altra, non ha certo un scopo “sessista”. Che si tratti di una bambina a dover obbedire e a non esser ingenua è assolutamente indifferente ai fini dell’intento della favola. Scopo che è, appunto, principalmente quella di educare a una sana diffidenza, tanto è vero che la favola si conclude con la nonna e con Cappuccetto rosso rese ora più diffidenti e addirittura capaci, non solo di non farsi sorprendere dal lupo, ma perfino di far affogare il lupo con un congegno. Insomma solo il delirio ideologico della femminista vede il “sessismo”. Se poi si vuole vedere nel “lupo” uno stupratore o un maschio persecutore, allora vuol dire che la femminista e tutte le donne che seguono questi ragionamenti stanno fuori di testa. Ma io sono convinto che i pazzi non vanno assolutamente assecondati. Nella realtà naturale (e non) siamo circondati dai pericoli, insegnare ai bambini a vederli è un bene e non è una persecuzione delle donne. Ragionando come ragiona la ministra femminista, vergogna della Francia, dovremmo togliere dai libri di scuola anche la poesia di Leopardi “Il sabato del villaggio”, dove si dice: “Siede con le vicine/ su la scala a filar la vecchierella” (G. Leopardi - “Canti” - “Il sabato del villaggio” vv. 8-9). L’immagine della vecchierella intenta a fare un lavoro domestico, fatto per la famiglia, per la femminista sarebbe “sessista”. Di questo atteggiamento ideologico della sinistra non se ne può più in assoluto, soprattutto se diventa “censura di Stato”.
    Copia di questo scritto verrà inviato all’ambasciata di Francia, affinché i francesi, sempre orgogliosamente nazionalisti, possano anche vergognarsi, una volta tanto, di avere un ministro dell’istruzione come quello che hanno.        


mercoledì 23 settembre 2015

IL PERICOLOSO SDOPPIAMENTO MODERNO DELL'INDIVIDUO 
Numero, linguaggio, tempo, immagine hanno dato concretezza all'"al di là", staccando l'individuo dal presente reale e fisico. Ovviamente il linguaggio e l'immagine sono un "al di là" artificiale e quindi costruito da altri uomini secondo i loro interessi. Prendere il linguaggio e le immagini per verità significa essere creduloni. Il fatto che venga preso come vero quello che si scrive e quello che si vede in immagini artificiali (mediatiche) è la superstizione tipica della modernità. Ma anche numero e tempo proiettano nell'"al di là". Il tempo proietta fuori dal corpo e dalla realtà mediante il passato e il futuro, tanto che l'uomo si comporta oggi più in base alla previsione (specie se ha l'autoritarismo della scienza) che a quello che vede presente. Il "numero" proietta fuori dalla propria diversità individuale, proietta nell'indifferenziato. Tanto è vero che i primitivi, che non riuscivano ad astrarre dalla realtà così facilmente, non avevano l'idea del numero: "Boas <noto etnologo> è giunto alla conclusione che 'contare non è necessario quando gli oggetti non vengono considerati in una forma così generalizzata che la loro individualità è completamente persa di vista'. Nel corso della civiltà abbiamo imparato a usare segni sempre più astratti per denotare referenti altrettanto astratti" (J. Zerzan - "Primitivo attuale" - 5 saggi sul rifiuto della civiltà). Questo "al di là indifferenziato" rispetto alla nostra vita individuale è diventato perfino una religione, prima in Dio, poi nella matematica, poi nell'Umanità. Combinando la matematica con la forma umana si è ottenuta l'individualità umana indifferenziata, cioè l'Umanità: quest'ultima è diventata l'odierna religione dei laici. Ne consegue la morale dei buoni o morale degli schiavi, quella che obbliga al servizio indiscriminato e indifferenziato nei confronti di tutta l'umanità. L'umanitarismo ha la sua radice nella matematica. Se si elimina tale astrazione matematica, sparisce anche l'eguaglianza a priori degli individui: tornato in se stesso e liberatosi delle astrazioni, il singolo adesso vede solo individui differenziati e si comporta nei loro confronti in base ai suoi sentimenti personali, aiutando quelli cui è legato da sentimenti, ignorando quelli cui non è legato da sentimenti. Aiuta perfino prima il suo gatto che un essere umano estraneo, ed è giusto così. E' obbligato sì a non fare del male, se non c'è necessità naturale, agli estranei, ma la discriminazione tra estranei e non estranei diventa per lui fondamentale. L'Umanitarismo, invece, vorrebbe distruggere questa fondamentale discriminazione tra estranei e non estranei ed espone il singolo a grossi pericoli, lo induce a non tenere più conto dei suoi istinti e a non avere diffidenza nemmeno nei confronti del suo futuro assassino, come se tutti gli individui fossero dei semplici numeri del sacro concetto di Umanità. L'Umanitarismo pretende l'obbligo di aiutare chiunque, con continua arroganza (l'arroganza dei buoni), come fa il missionario cristiano o l'asceta. Poi ci sono anche gli umanitari politicamente interessati (Merkel, Renzi) o economicamente interessati (creatori di cooperative sociali, albergatori ecc.), cioè i falsi umanitari. Ma l'esistenza dei falsi umanitari mostra solo, più che altro, quanto possa essere ipocrita l'umanitarismo, non lo legittima in alcun modo. L'Umanitarismo, infatti, o è ipocrisia o è follia (stare fuori di sé). L'individuo non è un missionario dell'Umanità che aiuta tutti perché li ha ridotti a individui generici, a "numeri" dell'ente sacro chiamato "Umanità". I media (linguaggio e immagine) danno l'artificiosa apparenza che questo "al di là" indifferenziato (numero e tempo) esista, per cui oggi l'individuo si sdoppia, si comporta ignorando i suoi sentimenti, il suo istinto e non avverte più nemmeno il pericolo dell'estraneo e dello straniero, visto che nel numero sono tutti ugualmente umani.