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giovedì 1 settembre 2016

IL PRINCIPIO DI INDERIVABILITA’


   IL PRINCIPIO DI INDERIVABILITA’


    “La colpa è sempre degli altri”. Questo pregiudizio affonda nella notte dei tempi e dimostra, tra l’altro, l’innata insocievolezza dell’essere umano. Avete mai visto un cane prendersela con gli altri cani nel caso di una peste canina? No, perché il cane è più saggio dell’uomo. La colpa era di chi faceva fatture, del diavolo, degli untori, talvolta, nel bene e nel male, perfino di Dio. La scienza ha solo dato un volto moderno e scientifico a questo pregiudizio con la dottrina virologica delle malattie infettive.
    La cultura moderna, specialmente quella laica, ha scarsissima consapevolezza del fatto che tutte le categorie politiche, scientifiche e mediche hanno una derivazione religiosa. Qualche accenno di tale consapevolezza si trova nei filosofi, ma non certo negli scienziati che applicano il paradigma scientifico con la stessa ritualità con la quale gli induisti, i cristiani e i mussulmani recitano le loro giaculatorie. Un vago accenno a tale consapevolezza è il seguente: “tutto ciò che, nel corso dello sviluppo della civiltà umana, è venuto a far parte della cultura, dell’attività cosciente e autonoma, dell’antropologia, era stato, in origine, affare della religione o teologia, come, ad esempio, la giurisprudenza.., la politica.., la farmacologia” (L. Feuerbach - “L’essenza della religione” 34). Proprio per questa scarsa consapevolezza storica la scienza ignora le medesime origini religiose del principio di causa ed effetto.
    Spostando in altri i “meriti” e le “colpe” di quel gli accadeva, l’uomo cercava o una protezione o, comunque, un responsabile che, in qualche modo o misura, permetteva all’uomo di credere che la natura selvaggia fosse, in ogni caso, sottoposta ad un criterio antropologico che l’uomo stesso poteva gestire. Originariamente questo protettore o responsabile era un “Tu”, aveva cioè caratteristiche “personali”. Dapprima, come presso i pagani e nell’Antico Testamento (in ciò ancora paganeggiante), il “Tu” era una divinità che poteva fare del bene o, quando irato con il suo popolo, anche del male. Con l’emergere del dualismo etico, che divideva, quasi fosse una specializzazione astratta, il dio del bene dal dio del male, il “Tu” divenne Ahura Mazda, Dio, Allah, se buono e misericordioso, oppure Ahrimane e Satana, se cattivo e perverso. Resta il fatto che tutto, dalla politica alla scienza e alla medicina, dipendeva dalla divinità e i sacerdoti incarnavano ruoli politici, sanitari, giuridici. Finché la “causa” del bene o del male fu un “Tu”, dualismo delle religioni superiori o semplicità pagana che fosse, la scienza rimase inglobata nella religione. In questo senso, anche se non è capace di trarne fuori le conseguenze devastanti, il seguente ragionamento appare corretto (tranne nel fatto che il “Tu” delle religioni non è autenticamente “personale” e “individuale” nel senso di individuo unico e riconoscibile, ma è un “prototipo” di individualità, spesso specializzato in qualche attività: guerra, fertilità, amore, bene, male): “Ogni esperienza di un “Tu” è altamente individuale, e l’uomo primitivo prospetta gli accadimenti come avvenimenti individuali. Un resoconto di codesti avvenimenti e anche la loro spiegazione può concepirsi soltanto come azione e deve configurarsi narrativamente. In altre parole, gli antichi narravano dei miti invece di presentare delle analisi e conclusioni. Noi diremmo, ad esempio, che certi mutamenti meteorologici interruppero una siccità e provocarono la pioggia. I Babilonesi osservavano gli stessi fatti ma li sentivano come interventi dell’uccello gigantesco Imdugud che veniva loro in soccorso” (H. e H. A. Frankfort - “Mito e realtà” in “La filosofia prima dei Greci”). Lo spostamento dei “meriti” e delle “colpe” in un “Tu” denota sì un’azione altrui che si configura “narrativamente”, quindi in modo mitologico, ma anche il principio di causa ed effetto si basa sull’”azione” di un elemento esterno e ha perfino un andamento narrativo, tanto è vero che causa ed effetto possono esistere solo nel “tempo”. Proprio questo fatto, cioè che causa ed effetto possono esistere solo nel “tempo”, dovrebbe far capire che il principio base della scienza, senza il quale la scienza non potrebbe esistere, non ha nulla di oggettivo: visto che il “tempo” è una dimensione relativa alla mente e al pensiero umano e oggettivamente non esiste, dato che la realtà è ferma nell’attimo “atemporale”. L’unica differenza tra il pensiero mitico e quello scientifico è il fatto che nel pensiero mitico la causa è un “Tu”, nel pensiero scientifico è “impersonale”. Per il resto la scienza è mito a tutti gli effetti: per l’andamento narrativo con il quale la causa, nel tempo, “spiega” l’effetto, per il fatto che la causa è un’“azione” in senso pieno. Così come il “Tu” che spiegava gli eventi nel pensiero mitico poteva essere controllato, magari con la seduzione (le offerte alle divinità, il dedicarsi a Dio) o con la penitenza (facendo di se stessi dei “colpevoli” verso il Dio), allo stesso modo la scienza non è altro che il “controllo” della natura mediante il controllo delle “cause”, cioè mediante la previsione dell’agire effettuato dalla causa. Le cause, poi, per quanto nella scienza siano “impersonali”, vengono distinte in buone e cattive lo stesso, così che certi eventi naturali vengono combattuti e altri favoriti, magari a priori (mito della “prevenzione”), con grave limitazione della libertà personale. In ogni caso la scienza prosegue con lo “spostamento” dei meriti e delle colpe, perché la logica stessa del principio di causa ed effetto è una logica di “spostamento”, si passa sempre da A (causa) a B (effetto).           
    Quando la “ragione” cominciò ad avere un prestigio tutto suo e venne applicata alla teologia, cioè con la Scolastica medievale, essa mostrò immediatamente che Dio fungeva da spiegazione universale con il suo finalismo e nello stesso tempo incarnava il principio di causa ed effetto applicato a livello mitico-teologico. La prova cosmologica dell’esistenza di Dio, attribuita ufficialmente a Tommaso d’Aquino, pretende di provare l’esistenza di Dio con la semplice affermazione del principio di causa ed effetto: dato l’effetto, cioè l’universo, ci deve essere la causa, cioè Dio. La logica di “spostamento” dalla natura a Dio è la stessa logica di “spostamento” che c’è in ogni applicazione della causa e dell’effetto. La logica causale che vede in Dio la causa universale è la medesima logica del casualismo scientifico. E’ in virtù di questo che, poi, gli illuministi furono facilmente anche deisti, perché, come diceva Voltaire, “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo” (Voltaire - “Epistole” XCI - All’autore del libro dei tre impostori). Già, ma perché “bisognerebbe inventarlo”? Perché lo esige la logica dello “spostamento” del principio di causa ed effetto, perché, altrimenti, l’universo resta inspiegato. Dio “spiega” è strutturalmente “causa”. Appare evidente che lo logica scientifica nasce dalla logica religiosa. Questi “spostamenti” o “derivazioni” sono semplici connessioni mentali, di cui l’uomo ha la pretesa di trovare dei riscontri oggettivi inventando un mondo “parallelo”, che la sfacciataggine scientifica e scientista chiama addirittura “realismo di seconda posizione..che reagisce contro la realtà usuale, in polemica con l’immediato, un realismo fatto di ragione realizzata, di ragione sperimentata” (G. Bachelard - “Il nuovo spirito scientifico” - Introduzione). Questo delirio della ragione, che ha la pretesa di sostituire la realtà, di essere la realtà, non è diverso dal delirio della religione o da quello di chi vede un mondo parallelo fatto di fantasmi. Perché il mondo dei fantasmi non potrebbe essere un “realismo di seconda posizione”? Non basta dire che tale mondo non viene sperimentato, giacché neppure i nessi causali e la ragione della scienza vengono sperimentati. Vengono usati come a priori. Se usassimo altri a priori, i cacciatori di fantasmi potrebbero sostenere che è possibile fare esperienza del mondo parallelo dei fantasmi. Questa “realtà di seconda posizione” potrebbe essere Dio stesso. Insomma la “realtà di seconda posizione”, di cui parla la scienza, non è altro che il medesimo “spostamento” provocato dalla ricerca di fantasmi cellulari e atomistici adatti a fare da “causa”. La divinità è la prima modalità in cui si è manifestato lo “spostamento” in cui consiste la catena delle cause e degli effetti. L’origine del principio scientifico di causa ed effetto è un’origine religiosa.
    Lo spostamento sarebbe impossibile a livello di individualità reale, per cui la scienza, con la sua impersonalità (che, storicamente, è andata di pari passo con l’affermazione della società gestita dalla “legge” e dal “politico di professione” - anziché di nascita -, cioè da entità astratte, anziché da “persone”, per cui rivoluzione scientifica e rivoluzione politica sono entrambe solo un effetto storico dell’affermazione della borghesia), rende ancora più facile il principio dello “spostamento”. Questo perché alla scienza sfugge qualcosa di fondamentale, cioè che l’individuo è un’unicità irripetibile. La scienza ragiona per “generi” e non per “individui”, se ragionasse per individui capirebbe che non potrebbe applicare il principio di causa ed effetto agli individui, giacché dire “Giovanni causa la peste di Mario” sarebbe un’affermazione senza senso. La scienza deve prima costruire un’astrazione intellettuale “generica” che faccia da “mediazione” per attribuire a Giovanni quello che capita (la peste) a Mario. Ecco che il mondo si popola di fantasmi scientifici: bacilli, virus e altre cose del genere. La trasmissione di questi fantasmi può avvenire per via orale, contatto corporeo, sessuale (vedi Aids) e altri modi ancora. Tanto non li vede nessuno. Cioè nessuno vede la “trasmissione” del bacillo, per cui si sa solo che Giovanni aveva la peste e dopo la peste l’ha anche Mario. La mente, per puro arbitrio, “connette” la peste di Mario con quella di Giovanni, il bacillo fa da “mediazione” tra Giovanni e Mario, cioè tra due entità corporee individuali assolutamente non mediabili. Reali sono Giovanni e Mario, non il bacillo della peste che si trasmette. Il che non significa che Giovanni e Mario non siano o non possano essere malati di un male che chiamiamo peste, ma solo che non è la trasmissione la causa della malattia. Che la trasmissione del bacillo sia la causa della malattia è solo il sopravvivere del pregiudizio ancestrale per cui “la colpa è sempre degli altri”. Per chi prende la realtà per quello che è, cioè luogo dove si trovano esseri assolutamente individuali, non esiste “mediazione” possibile e quindi neppure “trasmissione” possibile.
    Compresi l’assurdità della legge di causa ed effetto già nella mia tesi di laurea, quando, contestando il principio causale, elaborai la dimostrazione del “principio di inderivabilità”, principio assolutamente coerente con l’individualismo, a riprova del fatto che l’individualismo (e l’anarchismo individualista) è del tutto inconciliabile con la scienza, la quale ultima non è altro che una filosofia nata nel Seicento, a margine del Neoplatonismo, che ha santificato il modello matematico-scientifico. Nella mia tesi laurea mi espressi così: “la causa o è l’essere del nulla..o è la trasformazione di se stessa nell’effetto (in tutto o in parte), di modo che continua in esso, cioè è se stessa (causa) ed altro da sé (effetto), è e non è se stessa..tra lei e l’effetto c’è sia continuità che discontinuità, la causa è se stessa e non è se stessa (quando è divenuta effetto), in quanto è sempre sia causa che effetto, infatti, quando è effetto, per potervi essere la continuità che il divenire richiede, dovrà essere anche causa (formalmente) e viceversa accadrà all’effetto, così l’effetto deve essere anche causa e la causa anche effetto, ognuno dei due è e non è se stesso, il che è assurdo, ma è l’unico modo in cui può esistere la causalità..(Contraddizione della ‘legge di causalità’ in quanto divenire)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”), poi così: “Come può ciò che non esiste più (la causa quando c’è l’effetto) determinare l’effetto? E come può una causa determinare ciò che non c’è ancora (l’effetto quando c’è la causa)? Dire ciò..è dire cose assurde, così si dà esistenza anticipata a ciò che non c’è ancora ed esistenza posticipata a ciò che non c’è più, e in entrambi i casi si dà essere al non-essere (l’effetto quando c’è la causa e la causa quando c’è l’effetto), di modo che, essendoci la causa (trovandoci nel ‘prima’), affinché questa possa determinare l’effetto, cioè lo ‘necessiti’, l’effetto dovrebbe preesistere a se stesso e quindi esistere quando non esiste, iniziare prima di iniziare, allo stesso modo l’effetto, per poter essere determinato dalla causa (trovandoci nel ‘poi’), lascia presupporre che la causa seguiti ad esistere dopo la sua fine, e perciò ad esistere e non esistere, finire e non finire, il che è contraddittorio. Ciò si evita solo ammettendo che la causa ‘divenga’ l’effetto, ma ciò lo si è già mostrato per assurdo (Contraddizione della ‘legge di causalità’)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”). Arrivai, alla fine, ad elaborare il “principio di in derivabilità” o “principio di individualità piena”: “se A è trasformazione di B  (o divenire di B), allora c’è contraddizione in quanto B è se stessa (quando è B nel ‘prima’) e non è se stessa (quando è A nel ‘poi’), perché è sempre B ciò che ‘diventa’ A, lo stesso per A, che è se stessa (quando è A nel ‘poi’) e non è se stessa (quando era ancora B nel ‘prima’)..ciò è contraddittorio rispetto all’oggetto (o realtà) secondo il tempo (Dimostrazione della validità del ‘Criterio di inderivabilità’)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”). Questo significa che la responsabilità di una malattia si trova sempre all’interno di un organismo, cioè di se stessi. Ci possono, certo, essere ambienti più o meno salubri per le persone, ma queste ultime si ammalano sempre per carenze organiche o psicologiche “proprie”. Solo che questo non viene ammesso per il pregiudizio per cui “la colpa è sempre degli altri”, pregiudizio ancestrale che la scienza, in particolare la medicina e la psicologia, segue a pieno. Il fatto è che la scienza consente, in tal modo, non solo l’isolamento della persona considerata infettante (rovinando la sua vita sentimentale, sessuale, sociale), ma consente anche il controllo da parte del potere politico di ogni persona, basta dichiarare che è portatore di malattie infettive o pericoloso. La società, ormai impregnata fino ad un fanatismo medievale di scientismo, nega, su basi scientifiche, la libertà della persona ed è per questo motivo che occorre parlare di “fascismo sanitario”. Non vedere questo contrasto tra scienza e libertà individuale significa essere acritici e aver subito il lavaggio del cervello dall’educazione scientifica scolastica e divulgativa.

Roma, settembre 2016


mercoledì 31 agosto 2016

SCIACALLAGGIO DI POLITICI, MAGISTRATI E PRETI


Dicono che non si deve fare polemica sul terremoto, ma, quando politici, magistrati e preti tentano di allontanare da sé ogni responsabilità, scaricandole sui privati cittadini di Amatrice e degli altri centri colpiti dal terremoto, non ci si può non indignare. Che si cerchino delle responsabilità per la mancata messa a norma di edifici pubblici ci può stare, ma che si cerchino delle responsabilità dei privati cittadini cui è crollata o è stata lesionata la casa, perfino cittadini deceduti nel terremoto, è cosa del tutto vergognosa, tipica delle persone ottusamente razionali che cercano capri espiatori come se l'uomo fosse il dominatore della terra a prescindere da ogni cosa. Prima di tutto va osservato che i magistrati, allora, dovrebbero indagare anche sui politici e sui preti perché non hanno vigilato e non hanno denunciato la mancata messa in sicurezza delle case private. Poi i magistrati dovrebbero indagare anche su se stessi per la medesima mancata vigilanza. Fare i giustizieri a terremoto avvenuto ai danni della povera gente è cosa che fa venire il voltastomaco. Dopo di che è ora di dire con forza, anche mandando a fanculo politici, magistrati e preti, che non basta fare delle norme sulla sicurezza come se tutti appartenessero alla ricca borghesia che fa le leggi e come se tutti potessero, perciò, permettersi di adeguare le loro case alle norme sulla sicurezza che cambiano ogni 10 anni. Siamo giunti al punto che, se non se non si sono potuti fare lavori in nome della "sicurezza" (termine ormai usato in modo delirante dai razionalisti borghesi di ogni razza), si è indagati e si è colpevoli. Insomma si è colpevoli di non essere ricchi, di non appartenere alla classe borghese. Questa caccia ai cittadini privati per il crollo delle loro case, vivi o morti che siano, è un comportamento osceno dei magistrati, nonché dei politici e dei preti che lo suggeriscono per tenere se stessi lontani dalle critiche. Vergogna!
BURKINI: LIBERTA' INDIVIDUALE O DIVISA?
Che anche l'ONU si permetta di dire che il divieto di indossare il burkini sulle spiagge è una violenza contro la tolleranza religiosa è troppo. Lasciamo perdere che le donne islamiche, vestite come sono, nelle spiagge appaiono come dei Belfagor che fanno paura anche ai bambini, ma che l'ONU si permetta di richiamare la Francia è inaccettabile. Perché non richiama l'Arabia Saudita e il Qatar per intolleranza religiosa visto che girare vestiti liberamente o in bikini sulle spiagge in quei paesi è vietato? Non è possibile che i tolleranti subiscono tutto perché sono tolleranti e gli intolleranti impongono tutto, anche se non sono a casa loro, perché sono intolleranti. Contro gli intolleranti bisogna essere intolleranti. Quando gli islamici permetteranno alle loro donne di andare in bikini sulle spiagge, solo allora si potrà ammettere anche il burkini sulle spiagge europee. Il cristianesimo divenne religione di Stato nell'impero romano grazie alla sua intolleranza: di fronte alla tolleranza del pluralismo religioso pagano, la religione che disse "Non c'è altro Dio all'infuori di me" travolse tutte le religioni tolleranti. Ribadisco: la tolleranza non può essere concessa indiscriminatamente, con gli intolleranti non si può e non si deve essere tolleranti. Altrimenti dovete riammettere anche il fatto che si giri con la divisa nazista e la svastica perché rientra nella libertà individuale. Quando un comportamento o un vestiario è un precetto di un'ideologia politica o di un'ideologia religiosa non si può parlare di "libertà individuale", ma solo di "divisa". La divisa fa opinione, fa pressione, diventa maggioranza ed è totalmente intollerante. Quindi è intollerante chi indossa "divise" politiche o religiose, non chi le vieta. Vorrei che non uscisse fuori il solito laico idiota, che non ha mai capito nulla riguardo alla "libertà individuale" (la quale presuppone la reciprocità: non si concede la libertà a chi la nega agli altri), che scambia le "divise" per "libertà individuale". Viva la Francia, abbasso l'ONU e il fanatismo religioso islamico, fanatismo religioso che è solo lo sviluppo di quello cristiano in mezzo al deserto tra un popolo ignorante e beduino.
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sabato 20 agosto 2016

IL FASCISMO SANITARIO E IL PRINCIPIO DI INDERIVABILITA’
(CONTRO IL MECCANICISMO LIBERTICIDA DELLA SCIENZA)


    “La colpa è sempre degli altri”. Questo pregiudizio affonda nella notte dei tempi e dimostra, tra l’altro, l’innata insocievolezza dell’essere umano. Avete mai visto un cane prendersela con gli altri cani nel caso di una peste canina? No, perché il cane è più saggio dell’uomo. La colpa era di chi faceva fatture, del diavolo, degli untori, talvolta, nel bene e nel male, perfino di Dio. La scienza ha solo dato un volto moderno e scientifico a questo pregiudizio con la dottrina virologica delle malattie infettive. Questo perché alla scienza sfugge qualcosa di fondamentale, cioè che l’individuo è un’unicità irripetibile. La scienza ragiona per “generi” e non per “individui”, se ragionasse per individui capirebbe che non potrebbe applicare il principio di causa ed effetto agli individui, giacché dire “Giovanni causa la peste di Mario” sarebbe un’affermazione senza senso. La scienza deve prima costruire un’astrazione intellettuale “generica” che faccia da “mediazione” per attribuire a Giovanni quello che capita (la peste) a Mario. Ecco che il mondo si popola di fantasmi scientifici: bacilli, virus e altre cose del genere. La trasmissione di questi fantasmi può avvenire per via orale, contatto corporeo, sessuale (vedi Aids) e altri modi ancora. Tanto non li vede nessuno. Cioè nessuno vede la “trasmissione” del bacillo, per cui si sa solo che Giovanni aveva la peste e dopo la peste l’ha anche Mario. La mente, per puro arbitrio, “connette” la peste di Mario con quella di Giovanni, il bacillo fa da “mediazione” tra Giovanni e Mario, cioè tra due entità corporee individuali assolutamente non mediabili. Reali sono Giovanni e Mario, non il bacillo della peste che si trasmette. Il che non significa che Giovanni e Mario non siano o non possano essere malati di un male che chiamiamo peste, ma solo che non è la trasmissione la causa della malattia. Che la trasmissione del bacillo sia la causa della malattia è solo il sopravvivere del pregiudizio ancestrale per cui “la colpa è sempre degli altri”. Per chi prende la realtà per quello che è, cioè luogo dove si trovano esseri assolutamente individuali, non esiste “mediazione” possibile e quindi neppure “trasmissione” possibile. Compresi questo fatto già nella mia tesi di laurea, quando, contestando il principio di causa ed effetto, elaborai la dimostrazione del “principio di inderivabilità”, principio assolutamente coerente con l’individualismo, a riprova del fatto che l’individualismo (e l’anarchismo individualista) è del tutto inconciliabile con la scienza, la quale ultima non è altro che una filosofia nata nel Seicento, a margine del Neoplatonismo, che ha santificato il modello matematico-scientifico. Nella mia tesi laurea mi espressi così: “la causa o è l’essere del nulla..o è la trasformazione di se stessa nell’effetto (in tutto o in parte), di modo che continua in esso, cioè è se stessa (causa) ed altro da sé (effetto), è e non è se stessa..tra lei e l’effetto c’è sia continuità che discontinuità, la causa è se stessa e non è se stessa (quando è divenuta effetto), in quanto è sempre sia causa che effetto, infatti, quando è effetto, per potervi essere la continuità che il divenire richiede, dovrà essere anche causa (formalmente) e viceversa accadrà all’effetto, così l’effetto deve essere anche causa e la causa anche effetto, ognuno dei due è e non è se stesso, il che è assurdo, ma è l’unico modo in cui può esistere la causalità..(Contraddizione della ‘legge di causalità’ in quanto divenire)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”), poi così: “Come può ciò che non esiste più (la causa quando c’è l’effetto) determinare l’effetto? E come può una causa determinare ciò che non c’è ancora (l’effetto quando c’è la causa)? Dire ciò..è dire cose assurde, così si dà esistenza anticipata a ciò che non c’è ancora ed esistenza posticipata a ciò che non c’è più, e in entrambi i casi si dà essere al non-essere (l’effetto quando c’è la causa e la causa quando c’è l’effetto), di modo che, essendoci la causa (trovandoci nel ‘prima’), affinché questa possa determinare l’effetto, cioè lo ‘necessiti’, l’effetto dovrebbe preesistere a se stesso e quindi esistere quando non esiste, iniziare prima di iniziare, allo stesso modo l’effetto, per poter essere determinato dalla causa (trovandoci nel ‘poi’), lascia presupporre che la causa seguiti ad esistere dopo la sua fine, e perciò ad esistere e non esistere, finire e non finire, il che è contraddittorio. Ciò si evita solo ammettendo che la causa ‘divenga’ l’effetto, ma ciò lo si è già mostrato per assurdo (Contraddizione della ‘legge di causalità’)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”). Arrivai, alla fine, ad elaborare il “principio di inderivabilità” o “principio di individualità piena”: “se A è trasformazione di B  (o divenire di B), allora c’è contraddizione in quanto B è se stessa (quando è B nel ‘prima’) e non è se stessa (quando è A nel ‘poi’), perché è sempre B ciò che ‘diventa’ A, lo stesso per A, che è se stessa (quando è A nel ‘poi’) e non è se stessa (quando era ancora B nel ‘prima’)..ciò è contraddittorio rispetto all’oggetto (o realtà) secondo il tempo (Dimostrazione della validità del ‘Criterio di inderivabilità’)” (C. De Cristofaro - “La filosofia dell’immediatezza sentimentale”). Questo significa che la responsabilità di una malattia si trova sempre all’interno di un organismo, cioè di se stessi. Ci possono, certo, essere ambienti più o meno salubri per le persone, ma queste ultime si ammalano sempre per carenze organiche o psicologiche “proprie”. Solo che questo non viene ammesso per il pregiudizio per cui “la colpa è sempre degli altri”, pregiudizio ancestrale che la scienza, in particolare la medicina e la psicologia, segue a pieno. Il fatto è che la scienza consente, in tal modo, non solo l’isolamento della persona considerata infettante (rovinando la sua vita sentimentale, sessuale, sociale), ma consente anche il controllo da parte del potere politico di ogni persona, basta dichiarare che è portatore di malattie infettive o pericoloso. La società, ormai impregnata fino ad un fanatismo medievale di scientismo, nega, su basi scientifiche, la libertà della persona ed è per questo motivo che occorre parlare di “fascismo sanitario”. Non vedere questo contrasto tra scienza e libertà individuale significa essere acritici e aver subito il lavaggio del cervello dall’educazione scientifica scolastica e divulgativa.

sabato 6 agosto 2016

MIGRANTI: L’IPOCRISIA IDEOLOGICA E L’IPOCRISIA DI CHI DICE “ANCHE NOI ITALIANI ERAVAMO EMIGRANTI”

    Sentendo Renzi e molti rappresentanti del Partito democratico che dicono: “anche noi italiani eravamo emigranti”, non si può fare a meno di provare un certo disgusto: occorre notare l’ipocrisia ideologica della borghesia internazionale legata alla sua sostanziale ignoranza della Storia, nonché ad un suo uso superficiale e disinvolto. Vediamo i seguenti punti:
1) Tutto nasce dall’ipocrisia della Chiesa cattolica, che è stato il modello più duraturo di aggregazione di potere basato sullo sfruttamento affaristico e politico della povera gente. Chiesa che ha divulgato il verbo ipocrita della “bontà” mentre strutturava nelle sue mani un potere politico e affaristico che ha sempre mirato al controllo mondiale dell’umanità (chiamandolo "fratellanza").
2) La borghesia internazionale, il cui modello deve intendersi quello degli Stati Uniti (o Londra in Europa), ha tentato e tenta ancora di realizzare questo modello di sfruttamento affaristico e politico della povera gente a livello mondiale, ma spogliandolo della sua veste “buonista”. I commercianti e gli industriali non fanno la “carità”. Questo modello borghese è l’unica dimensione realizzabile del modello cattolico prima visto. Il movimento delle merci, dei passeggeri e dei migranti serve, oggi come oggi, a mantenere il modello voluto dalla borghesia internazionale.
3) La sinistra e anche molte frange cattoliche contestano il modello borghese immaginando un mondo politico e affaristico integrato nella “bontà”, queste fazioni portano avanti il modello cristiano collaborando attivamente all’unica sua dimensione realizzabile, cioè quella della borghesia internazionale, nella quale la bontà si rivela un principio di indifferenza che contrasta con la realtà, la diversità, i sentimenti, i popoli e si traduce in conti economici..
4) Impregnata in questo modo di ideologia cristiana, la sinistra afferma: “anche noi italiani eravamo emigranti” e lo dice con ignoranza della Storia e ben sapendo che, se il modello di convivenza è multi-culturale (tipo Stati Uniti, che sono un vero fallimento, perché è tutto da stabilire che le comunità italiane, islamiche, spagnole, nere, ecc. americane siano “integrate”; e gli Stati Uniti non hanno dietro la storia culturale degli europei: già questa è una prima ignoranza della Storia), allora è vera ipocrisia dire “noi italiani”, visto che ciò che dovrebbe sparire nell’Europa e nell’Italia è proprio il fatto che ci siano “europei” o “italiani” (tanto è vero che la Boldrini, con un ecumenismo degno del papa e del progetto della Chiesa cattolica che sopravvive nella sinistra, già dice che tutti gli italiani devono avere una copia de “Il Corano” a casa).
5) Gli emigranti italiani, per chi conosce la Storia, erano cosa del tutto diversa dal fenomeno dei migranti che arrivano ora in Europa. Ciò per i seguenti motivi:
a) Gli italiani sono stati emigranti soprattutto a fine Ottocento e inizio Novecento, il fascismo cercò di limitare il fenomeno, che, tuttavia, riprese massiccio negli anni Quaranta e Cinquanta. Questi italiani andarono, soprattutto, in Canada, Stati Uniti, Argentina, Australia ecc. Andarono cioè in paesi che avevano vastissimi territori, una densità di popolazione relativamente bassa e andarono lì con poche pretese.
b) Per i paesi indicati nel punto a) fu relativamente facile accogliere emigranti, sia perché erano di cultura europea come gli italiani, sia perché avevano grandi possibilità di sviluppo, sia perché, come detto, poco densamente popolati. Tranne alcune cose facilmente superabili, non c’erano scontri di civiltà seri da affrontare. E la cultura europea, o italiana, non è quel modo culturalmente approssimativo che si poteva trovare in ex-colonie europee come Canada, Australia, Argentina, Stati Uniti (comunque dominate da un formale modello o anglo-sassone o spagnolo).
c) I migranti asiatici, indiani, ma soprattutto islamici, che vengono oggi in Europa non sono di cultura europea e quindi l’integrazione può avvenire solo a danno della cultura europea o italiana. Non vengono “pupazzi” da integrare facilmente a solo vantaggio dell’economia europea o italiana, come credono i borghesi più “buonisti”. Per di più i migranti vengono in Europa in un momento di crisi che è l’opposto dell’espansione che conobbero anni addietro Australia, Canada, Argentina, Stati Uniti, cioè i luoghi principali dell’emigrazione italiana. Non solo, ma i migranti giungono in un continente densamente popolato e dotato di una cultura forte come è l’Europa.
6) E’ falso poi sostenere che i migranti non entrano in competizione economica con i lavoratori italiani. Dire che vengono a fare i lavori che gli italiani non vogliono fare è affermazione che, mentre vorrebbe mostrare saccenteria economica, è allo stesso tempo strutturalmente razzista. Anzi affermazioni del genere finiscono per giustificare, in qualche modo, lo stesso sfruttamento dei migranti e il fenomeno del “caporalato”. I migranti sono poi veri affari per tutto un mondo torbido, che si definisce “sociale”, che mangia sui migranti con cooperative, alberghi e altro ancora. E’ chiaro, poi, che i migranti, per lo più, non entrano in conflitto con un lavoratore “iper-qualificato” e con le élite borghesi, ma possono entrare in conflitto con i lavoratori più semplici. Quindi è anche falso sostenere che non entrano in competizione economica con i lavoratori italiani, soprattutto in un momento di crisi in cui molti non trovano lavoro: è questa una falsità ideologica tipica delle élite economiche della borghesia, quelle stesse che usano ideologicamente la frase “anche noi italiani eravamo emigranti”.
Smettiamola, quindi, di paragonare i migranti che arrivano ora in Europa con gli emigranti italiani del passato, perché il confronto è superficiale, mostra ignoranza della Storia ed è solo una scusa ideologica della borghesia internazione, di cui Renzi e il Partito democratico sono la versione “buonista”, per giustificare l’affarismo della sua globalizzazione.

venerdì 29 luglio 2016

LA BARBARIE DI RITORNO

    La democrazia occidentale è in pericolo, non solo per colpa dei terroristi islamici o dei migranti islamici che invadono l’Europa, ma perché la cultura islamica sta invadendo l’Europa. E’ in atto, non solo una guerra di religione in quanto tale, ma una guerra di civiltà (è ipocrita il papa quando dice che non c’è una guerra di religione, perché l’Islam ha nel libro sacro stesso l’idea di guerra di religione e non vederlo significa che il cristianesimo è una droga mentale che impedisce di riconoscere un nemico che si dichiara tale). Tale guerra non deve ancora avvenire, già è in atto. Ci sono europei e italiani che si convertono all’Islam, cioè alla barbarie di ritorno. Coloro che con faciloneria parlano di accoglienza sono i principali responsabili di questa “barbarie di ritorno” perché ne favoriscono la diffusione. Facciamo alcuni casi e alcune riflessioni in proposito.

1) La democrazia consiste nel superamento della teocrazia, nello stabilire dei diritti individuali di libertà per ogni persona, nello stabilire che la sovranità spetta al popolo. L’Islam nega tutto questo, perché identifica la sovranità con la legge coranica e religiosa, è per tendenza teocratico o dittatoriale, non riconosce i diritti individuali di libertà.

2) Assistendo alla trasmissione “Dalla vostra parte” del 28/7/2016 (Rete 4) si è potuto ascoltare che un deputato del Partito democratico (Stefano Esposito) sostiene che l’accoglienza è obbligatoria, il che è già una negazione dei diritti individuali nello stabilire rapporti umani. Sarebbe come dire che la carità è obbligatoria o che è obbligatorio amare tutti gli uomini. Insomma sarebbe obbligatorio essere come i preti (quindi ipocriti come essi). E’ la dittatura dell’antropologico astratto. La superficialità di cattolici e sinistra sull’accoglienza, fatta per schemi o cristiani o filantropici o per schemi borghesi (il migrante favorisce gli affari delle cooperative sociali, del caporalato, degli imprenditori, a questi ultimi i migranti offrono lavoratori che somiglieranno sempre di più a degli schiavi, il che fa tutt’uno con l’eliminazione degli statuti dei lavoratori), sottovaluta fino all’irresponsabilità il fatto che la cultura islamica è una cultura forte e quindi è lei che tende a fagocitare i valori dell’Occidente in crisi.

3) Sempre nella trasmissione “Dalla vostra parte” il giornalista Filippo Facci afferma, giustamente, che i valori dell’Occidente e quelli dell’Islam sono incompatibili, porta come esempi il fatto delle spose minorenni, della poligamia, della lotta agli infedeli, della teocrazia e della mancanza di senso democratico. Afferma anche, a ragion veduta, che un islamico si “integra” in Occidente nella misura in cui smette di essere mussulmano e si laicizza. La risposta dell’Imam Sharif Lorenzini è che tale giornalista è razzista e va rieducato. Quindi, se uno vede incompatibilità tra due modelli di civiltà, è razzista? Se uno fa un ragionamento, invece di rispondere al ragionamento, si risponde con un’accusa? Quando gli anti-razzisti, anziché fornire un ragionamento come risposta, come risposta forniscono un’accusa, quella di razzismo, significa che non hanno argomenti con cui ragionare e rispondono aggredendo. E un italiano che non crede alla compatibilità di Occidente e Islam dovrebbe essere “rieducato” dagli islamici presenti in Italia? Fino a quando verranno permesse queste cose in Europa la barbarie di ritorno avanzerà.

4) Si fa la distinzione tra islamico “moderato”, che si dovrebbe integrare, e islamico “integralista”, che non può integrarsi. Le parole, qui, tradiscono una verità che i perbenisti dell’accoglienza fanno finta di non vedere, cioè che chi segue l’Islam “integralmente” (per questo detto “integralista”) è esattamente colui che fa la guerra di civiltà contro l’Occidente. L’islamico “moderato”, quindi, è moderato solo perché non segue “integralmente” l’Islam. Ma non si può presentare come vero volto dell’Islam quello di chi segue l’Islam solo in parte. Che razza di ipocrisia è questa? Quando poi non si sa bene in che misura l’Islam verrà seguito. Se avviene una “radicalizzazione”, ciò vuol dire si abbraccia l’Islam più “radicalmente”. Da dove è nata la bugia per cui l’islamico moderato rappresenta il vero Islam? Dall’interesse pratico dei migranti, dall’interesse affaristico di coloro che fanno accoglienza? Cioè dall’ipocrisia di chi non ragiona? Un religione che afferma quanto segue è strutturalmente incompatibile con la civiltà occidentale, sia che la pratichi un “integralista”, sia che la pratichi un “moderato”. Dice “Il Corano”: “Volete forse guidare alla Via <la rivelazione coranica> chi Allah ha traviato? Per chi Allah ha traviato non troverai strada alcuna <coloro che hanno traviato Allah sarebbero i ‘miscredenti’, gli ‘infedeli’, prima di tutto i pagani e gli atei, poi anche gli ebrei e i cristiani>. Essi vorrebbero che voi rifiutaste la Fede <Il Corano> come loro l’hanno rifiutata e che diveniste uguali <un mussulmano, quindi, rifiuta di diventare ‘uguale’ a un ateo, a un cristiano ecc. Di quale ‘integrazione’ si parla?>. Ma non prendetevi patroni fra di loro..e se poi volgon le spalle, prendeteli e uccideteli dove li trovate” (“Il Corano” - Sura delle donne” IV - vv.88-89). Il Corano predica odio in continuazione, un islamico può essere moderato solo nella misura in cui smette di essere islamico. Possibile non si capisca che l’unico islamico coerente è quello “integralista”? E’ per ignoranza del Corano che non lo si capisce?

5) Tuttavia, il pericolo riguardante il ritorno della barbarie non si trova solo nei terroristi e nei migranti islamici, ma anche negli europei e italiani che si convertono all’Islam. Si tratta di gente ignorante, piena di problemi, non capace di svolgere un serio esame critico. Meraviglia anche che il 55% di tali convertiti stia tra le donne. Sono donne piene di insicurezza? Che non vogliono confrontarsi con il mondo esterno e si ritengono più al sicuro se sono mantenute e protette dagli uomini? Come capita nella cultura islamica? Queste donne negano che il velo sia segno di sottomissione, mentre è vero il contrario: è scritto nel Nuovo Testamento e si sa che Il Corano riprende sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Soprattutto fanno finta di ignorare quanto è scritto ne “Il Corano”: “Gli uomini sono preposti alle donne, perché Allah ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle..quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele” (“Il Corano” - Sura delle donne IV - v. 34). Qui c’è una vera autorizzazione a picchiare le donne. Ora questo convertirsi a “Il Corano”, soprattutto per le donne, trova le sue radici in un retroterra culturale cristiano e cattolico che si congiunge con un certo vetero-femminismo immaginato sul modello della “suora”. Tra le suore un certo femminismo c’è sempre stato. Il cristianesimo spinge a vedere la propria identità solo a livello spirituale, eliminando il corpo. Il corpo, come si sa, nel cristianesimo (e anche nell’Islam) è il luogo dove domina il Diavolo, Per la femminista il diavolo è l’uomo, inteso come maschio, per cui il corpo in vista diventa una concessione al diavolo, cioè al maschio. Queste donne che si convertono all’Islam si portano dietro il delirio femminista della “donna oggetto”. Per cui coprirsi con abiti lungi e veli diventa un negare il proprio corpo ai maschi in generale. E’ evidente che si tratta di una cultura spirituale anti-estetica, che cancella la presenza corporea della persona. Ma è anche quella stupida idea, che attraversa il mondo cattolico e della sinistra, per la quale la donna, nella sensualità, sia soltanto “oggetto” e non “soggetto attivo”. Le donne si negano fisicamente e perciò negano la loro corporeità, come se un corpo nudo fosse a priori proprietà di chi lo vede. Che poi è esattamente quello che pensano i maschi islamici, quando aggrediscono per motivi sessuali le donne europee. Solo un ipocrita può dire che la civiltà islamica è compatibile con quella europea. L’integrazione è possibile solo nella misura in cui gli islamici smettono di essere islamici. Ma qui si sta prendendo la strada contraria, cioè quella della barbarie di ritorno e l’integrazione rischia di avvenire con l’islamizzazione dell’Occidente.

6) La diffusione dell’Islam è dovuta alla crisi di valori dell’Occidente. Dove per valori non si intende il cristianesimo, perché la diffusione dell’Islam in Europa non è altro che il riemergere della barbarie cristiana medievale. Questo retroterra cristiano-medievale, mai del tutto sconfitto, riemerge con la conversione all’Islam, perché l’Islam, a causa della sua combattività e delle sue certezze, appare come un sicuro rifugio per gli spiritualisti frustrati e gli insicuri che si aggirano in una società occidentale certamente, per molti aspetti, marcia. Una società, come quella occidentale, che ha fatto del fare soldi, delle borse, della speculazione, dell’economia, della tecnica, della scienza un fine e non un mezzo, è chiaro che soffre di una crisi di valori senza precedenti. Una cultura fanatica, ma proprio per questo forte, come l’Islam non può non ottenere successo in queste condizioni. E’ così che la barbarie ritorna. Una società dove contano solo i numeri, la produzione, l’interesse, gli affari, che non riconosce più il valore dei sentimenti personali e locali, che subordina la dignità della persona ai meccanismi, che esalta la scienza e la tecnica, che sono asettiche e anaffettive, è chiaro che genera un senso mostruoso di solitudine, dalla quale si tenta di uscire reinventando quel mondo spirituale e quelle certezze (Allah e le sue ricompense) che abbiamo conosciuto come barbarie anti-mondana medievale e che oggi è diventata islamizzazione. Per combattere la barbarie dell’islamizzazione dobbiamo ritrovare quei valori romantici, legati ai sentimenti, alla bellezza, alla libertà individuale, al coraggio, che l’illuminismo affaristico della borghesia ha distrutto dando importanza solo al conto in banca e al guadagno più alto.




venerdì 15 luglio 2016

PERCHE’ GLI ATTENTATI:
LA SOCIETA’ APERTA E I SUOI NEMICI
OVVERO IL TRIBALISMO CRITICO


    Popper per “società aperta” intende una società non tribale, non regolata dai tabù, non collettivistica, tale da non avere gli spazi delle possibilità future chiusi. Considerava delle “chiusure” della società quelle filosofie storicistiche e idealistiche che ponevano una mèta finale alla società e alla storia (storicismo), ad esempio “la città ideale” di Platone, il “mondo cristiano-germanico” di Hegel, la “società dei lavoratori” di Marx, la “civiltà scientifica” di Comte. Platone, Hegel, Marx, Comte, il finalismo storicistico appaiono, in questa dimensione, come “nemici” della “società aperta”, come nemici della stessa individualità e come potenziali fondatori di Stati totalitari. Così si esprime Popper: “Il tribalismo, cioè l’insistenza sulla decisiva importanza della tribù, senza la quale l’individuo è assolutamente nulla, è un elemento che si riscontra in molte forme di teorie storicistiche..Altre forme..possono tuttavia conservare un elemento di collettivismo” (K. R. Popper - “La società aperta e i suoi nemici”), poi: “Il mio termine <in relazione a ‘società aperta’> indica, per così dire, una distinzione razionalistica. La società chiusa è caratterizzata dai tabù magici, mentre la società aperta è quella nella quale gli uomini hanno imparato ad assumere un atteggiamento in qualche misura critico nei confronti dei tabù e a basare le loro decisioni sull’autorità della propria intelligenza” (K. R. Popper - “La società aperta e i suoi nemici”). La “società aperta”, quindi, sembra rifiutare la “chiusura” nelle “tradizioni”, tabù o altro che sia, e appare come una “società anti-tradizionalista”. Le tradizioni, infatti, se imposte e non scelte, “chiudono” la società nel suo passato. Che occorra avere uno spirito “critico” nei confronti delle tradizioni, eliminando quelle che ostacolano la libertà, la natura, gli istinti, i sentimenti, ma conservando quelle che favoriscono libertà, natura, istinto e sentimenti, nonché un certo gusto della particolarità, è fuori di dubbio. Ma parlare di “società aperta”, come se ogni tradizione dovesse essere cancellata, iniziando un processo di cambiamento fine a se stesso, significa ignorare la diversità e supporre che non esista alcuna forma di diversità, né quella individuale e né quella di gruppo. Questo “cambiamento” fine a se stesso coincide, molto spesso, con la follia della “società progressista”, tra l’altro falsamente “aperta”, giacché è “aperta” solo a ciò che viene considerato “progresso” (sociale, tecnologico, ecc.), mentre una società veramente aperta può recuperare, passando per il piano critico, anche delle tradizioni. Far coincidere, poi, il piano critico con il piano razionale è una mistificazione cartesiana. Il piano critico, al massimo, può corrispondere ad una “razionalità negativa”, mentre la “ragione” ha costruito un mondo strumentale, fatto di scienza, di tecnica, di commercio, di industria, che, a sua volta, dovrebbe subire l’esame del piano critico. Esame che soltanto in occasioni speciali viene effettuato, mentre non si mette mai in discussione il fatto che lo stesso “progresso” e la stessa “ragione strumentale” siano diventati dei tabù. In questo modo la “società aperta” finisce per coincidere con il progresso borghese e capitalista e l’“apertura” non avviene soltanto a danno dei tabù, ma avviene nei confronti delle stesse diversità individuali e di popolo che vengono trattate, dal neo-illuminismo della razionalità, come se fossero dei tabù, restando come non-tabù soltanto l’apertura fine a se stessa, che, sul piano pratico, coincide quasi del tutto con la società commerciale e industriale borghese e mondiale. Le diversità individuali e di popolo vengono trattate in questo mondo globalizzato della “società aperta” come dei fantasmi che si aggirano per la terra, vengono, al più, tollerate, ma, nel caso siano incompatibili con l’uniformità globale della società aperta, non vengono in alcun modo legittimate. Parafrasando Marx, si può dire che “un fantasma si aggira per il mondo, il fantasma della diversità”. La diversità, infatti, è un modo naturale di essere, non può essere scavalcato dalla ragione, dal commercio, dall’industria, per cui nella libera circolazione della “società aperta” si aggirano della diversità che, inevitabilmente, diventano dei “nemiche” della società aperta: dall’anarchico fino all’integralista islamico. La lotta di questi ultimi, è vero, appare, spesso, senza esclusione di colpi, ma questo accade perché avviene una “demonizzazione” reciproca: le diversità in lotta demonizzano la “società aperta”, la società aperta demonizza, a sua volta, tutte le diversità in lotta. Le diversità, tra loro, possono convivere pacificamente o entrare in lotta (dipende, spesso, da cose molto banali), ma è certo che la “società aperta” fagocita tutte le diversità, le ridicolizza fino a farle diventare dimensioni folcloristiche, agisce nei loro confronti come il Dio cristiano nei confronti degli dei pagani: “non c’è altro Dio all’infuori di me”. Nei mezzi del progresso, quindi, viaggiano, ormai, anche i nemici della società aperta, per impedire che i pericoli che ne conseguono si ripetano all’infinito, occorre, quindi, una nuova “società chiusa”, che faccia valere la sua diversità e facendolo si difenda, ma nello stesso tempo applichi al suo interno quella capacità critica che, trasferita nella “società aperta”, fa della società stessa un’assoluta negazione di ogni diversità caratteriale e naturale, appiattendo tutto nei valori dell’equivalente matematico, tecnologico, commerciale e industriale. Il riconoscimento della diversità genera, inevitabilmente, una frammentazione della società globale (neo-tribalismo), le singole società locali saranno “chiuse” fino a quando non si manifesti un volontà di cambiare che provenga dall’interno, grazie al fatto che le tradizioni sono intoccabili dall’esterno (sparizione della “società globale”), ma non sono dei tabù se viste dall’interno (questo è l’insegnamento valido della “società aperta”). Si tratta di creare un “tribalismo critico”, che superi tanto il vecchio tribalismo basato sui tabù, quanto il mancato riconoscimento della diversità che opera la “società aperta”. Società aperta che sarà inevitabilmente esposta ai suoi nemici fino a quando non sarà in grado di riconoscere spazi diversi per le varie diversità (nemici che, spesso, occorre dirlo, sono ancora figli di tabù: ad esempio un integralista islamico vive di tabù, mentre un anarchico di spirito critico, ma in tutti e due i casi la diversità rende nemici della “società aperta”). La società aperta è un gigante, ma si sa che i giganti hanno i piedi di argilla.