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domenica 31 dicembre 2017

SESSO, SENTIMENTO E GLOBALIZZAZIONE (un passo del mio libro) - Proprio il sentimento è maggiormente minacciato dalla globalizzazione del mercato che separa gli innamorati, dato che li subordina agli interessi della produzione sociale mondiale e dato che propone mille attività che distraggono dal sentimento stesso. Il sesso si adatta meglio agli interessi economici mondiali, per cui la rivoluzione sessuale si può anche intendere come un contentino che la società borghese ha offerto all’individuo reso schiavo dei mercati e dei cicli produttivi. Con il sesso ci si stacca più facilmente dal proprio amante. Viene anche da pensare che la rivoluzione sessuale sia stata favorita, per un certo periodo, dalla stessa globalizzazione economica, perché rende più facile il distacco da persone e territori e favorisce, quindi, quello “sradicamento”, sia degli imprenditori che dei migranti-lavoratori, che è necessario per poter seguire con successo la globalizzazione economica. Il sesso è potenzialmente più borghese del sentimento personale, quest’ultimo ostacola troppo l’indifferenziato personale che la riduzione a “funzione” della società globale pretende. Tuttavia, allorché la società globale entra in crisi, neppure quel contentino che è il sesso viene concesso (di qui il riflusso contro la rivoluzione sessuale), perché la globalizzazione si concentra sull’idea di unità e ordine, rispetto alla quale la passione sessuale è sempre pericolosa, più o meno come può esserlo la droga, l’alcool, il gioco, che, non a caso, vengono sempre più demonizzati, quanto più la globalizzazione trova la sua dimensione di ordine sociale obbligatorio.

domenica 26 novembre 2017

DENUNCIA CONTRO FACEBOOK
(mafia internazionale e dittatura gay?)

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA
PIAZZALE CLODIO
e p.c. a Facebook
Piazza Missori, 2 - Milano (20122)
al giornale “Il Tempo”
al giornale “Libero”
al giornale “Il fatto quotidiano”

    Il sottoscritto prof. Carlo De Cristofaro, residente in Via... - Roma.., presenta querela nei confronti di Facebook, nella persona dei suoi legali rappresentanti in Italia (Milano - Via Missori, 2 - 20122) o ovunque si trovino, per la verifica della presenza dei seguenti reati: Ingiuria (594 c.p.), Diffamazione (598 c.p.), Minaccia (612). Nel considerare la questione si prega di tenere presente che Facebook, privata o no che sia, svolge un’importante funzione sociale e quindi non può essere considerata al di fuori dell’interesse pubblico, di conseguenza anche la sua limitazione arbitraria verso una persona dovrebbe essere considerata perseguibile penalmente.
    Questi i fatti: in data 25 novembre 2017 il sottoscritto ha pubblicato il post seguente (ricostruito  a memoria): BISESSUALITA’=AMBIGUITA’ - I bisessuali, fino a quando non hanno legami, possono fare quello che vogliono, perché devono rendere conto solo a se stessi. Ma, se si legano ad un partner eterosessuale, restare bisessuali significa rifiutare il proprio partner eterosessuale sia come “individuo” che come “genere”. Infatti andare con una persona del proprio sesso indica che, rispetto al partner eterosessuale, si va sia con un “altro” individuo e sia con un “altro” genere sessuale, il che nella sostanza è rifiuto del proprio partner (una specie di poligamia sessuale). Questo significa ambiguità nel rapporto. Non è obbligatorio essere accondiscendi con chi è ambiguo, anzi bisogna combattere le ambiguità”. Questo post è stato cancellato da Facebook e, a seguito della sua pubblicazione, Facebook ha bloccato il mio account Facebook per 24 ore, minacciando di farlo definitivamente in caso di nuove pubblicazioni del genere, potendo perfino danneggiarmi, visto che è una modalità di comunicazione con persone lontane. Le scritte, che apparivano in inglese, tradotte in italiano erano le seguenti: “Non puoi pubblicare adesso. - Potresti aver usato facebook in un modo che il nostro sistema considera insolito, anche se non volessi. Puoi postare di nuovo tra 24 ore” - “Grazie per averci fatto sapere chiudi. Esamineremo le attività recenti del tuo account rispetto ai nostri standard comunitari”. Poiché, visto che nel post non c’erano né foto oscene e né parole scurrili, il motivo non può essere che quello della violazione degli standard comunitari relativi all’incitazione all’odio, in tal modo si offende l’onore della mia persona (Ingiuria), si diffama la mia persona (Diffamazione) si minaccia un ingiusto danno (la chiusura di Facebook). Il tutto stabilito discrezionalmente con una parola, “insolito”, come se uno strumento sociale dovesse essere solo un veicolo del “solito”. Questo si deduce dal fatto che Facebook indica le seguenti caratteristiche come fondamento del suo standard comunitario: “Le persone possono usare Facebook per mettere in discussione idee, istituzioni e linee di condotta in modo da promuovere il dibattito e una maggiore comprensione. Talvolta si condividono contenuti altrui che incitano all'odio con lo scopo di sensibilizzare o informare le altre persone riguardo ai discorsi di incitazione all'odio. In questo caso, ci aspettiamo che le persone indichino chiaramente la loro intenzione, aiutandoci a capire meglio perché hanno condiviso tale contenuto”. Io sono un filosofo e faccio riflessioni che possono anche andare controcorrente rispetto all’opinione pubblica attuale e Facebook non ha rispettato quello che esso stesso afferma, cioè che Facebook si possa usare “per mettere in discussione idee”. Facebook censurerebbe anche Leopardi e Nietzsche, dato che i loro scritti e concetti erano certamente “insoliti”? E nel mio post si metteva solo in discussione l’idea della bisessualità, affermando che conteneva un’ambiguità, rispetto ai compagni etero, che le persone corrette non possono accettare. Null’altro. Si è trattato quindi di una censura vera e propria, perché evidentemente Facebook ha una impostazione ideologica e politica non confessata, ma, dato che la rimozione del mio post e addirittura la minaccia della chiusura del mio account sono giustificabili solo per “discorsi che incitano all’odio”, questo vuol dire che, di fatto, sono accusato di questo da Facebook e questo è ingiuria, diffamazione, minaccia. D’altra parte, se fosse vero che i miei ragionamenti e le mie conclusioni incitano all’odio, ammesso che ci sia un reato di incitamento all’odio e che la libertà di opinione (perché questo deve intendersi per la “libertà di espressione” prevista dalla Costituzione) sia una presa in giro in vigore da svariati decenni, voglio andare in galera per dimostrare agli italiani che quella libertà di espressione non esiste. Di certo non esiste su Facebook, che, in quanto strumento sociale di interesse pubblico non può praticarla in nome di un discrezionale “standard comunitario”. O c’è la libertà di opinione completa o Facebook deve chiudere, perché la libertà di espressione non può essere affidata ad una discrezionalità privata che sostiene di avere dei non ben definiti “standard comunitari”. In questo modo si minaccia la democrazia italiana che consente l’opinione e il dissenso, il governo e l’opposizione, l’essere bisessuali e il rifiuto di esserlo. Se, in particolare nel post cancellato e che avrebbe provocato la censura di Facebook, invece non si configura alcun incitamento all’odio, ma solo un’opinione che dissente da certe tendenze attuali (è vietato dissentire dall’opinione pubblica? Su facebook o altrove? Se è così sono il peggior delinquente che possa esserci sulla faccia della terra: dissentire dall’opinione pubblica è quasi una caratteristica innata della mia personalità), allora Facebook mi sta diffamando e mi sta minacciando di un ingiusto danno.

sabato 2 settembre 2017

I DIECI COMANDAMENTI 

In realtà solo uno, quello che dice: "Non..desiderare alcuna cosa del tuo prossimo" (Es. 20,17). La società moderna nega completamente questo comandamento. Già il commercio e l'industria, fondandosi sullo scambio, hanno una logica dello "scambio", ognuno desidera la roba altrui. Questa logica è stata supportata dall'ipocrisia cristiana del "dono", che è una sublimazione dello scambio commerciale (visto che la reciprocità è sottitentesa, infatti chi non dona viene guardato male). Poi questa mentalità cristiano-commerciale è stata estesa a tutto, si scambiano i territori con i migranti, si scambiano gli organi con i trapianti, si scambiano i cervelli con le scuole. Tutti desiderano, non solo la roba d'altri, ma perfino il cervello e il corpo degli altri. E' insieme alienazione di sé e arroganza predatoria.

mercoledì 16 agosto 2017

IL TAO
(Wu-wei o non-agire)

    Con la “Rivoluzione scientifica”, che portò anche alla “Rivoluzione industriale”, cioè la volontà di dominio dell’uomo sulla natura e quindi anche della mente sul corpo (auto-addomesticamento o morale dello schiavo), si portò a termine una prospettiva ideologica e un lavoro iniziati col neolitico nel 10000 a. C.. L’arroganza di questa prospettiva scientifica è chiara da queste parole: “Questo è il mio intento..far avanzare verso i confini proposti il dominio dell’uomo sull’universo, le cui attuali angustie non saranno mai abbastanza deplorate” (F. Bacon (Bacone) - “Il parto mascolino del tempo (o ‘La grande instaurazione dell’impero dell’uomo sull’universo’)”). La scienza, come la religione e la politica, è questa arrogante volontà di dominio sull’universo, che schiavizza anche gli esseri umani. Il dominio dell’uomo sull’universo e sulla natura originaria dell’uomo stesso viene chiamato “progresso” e consiste nel fatto che l’uomo “fa” una seconda natura, tramite l’agricoltura, l’allevamento, l’industria, vale a dire “produce”, trasforma la vita del mondo in un bene utile nei confronti di una mente dissociata dal mondo, cioè una mente che concepì l’oltre-mondano e che con la scienza e la tecnica lo sta “realizzando” in terra. “Produrre” significa “dominare”, cioè “rifiutare” il mondo naturale, la “produzione”, cioè la dimensione economica della società industriale, non è altro che l’aspetto “pratico” di quel rifiuto del mondo che era l’ascetismo, il quale ultimo rimane fermo all’aspetto teorico e mentale. “Produrre” significa che il mondo deve diventare qualcosa di “fatto” dall’uomo e quindi di conosciuto e dominato, là dove il mondo naturale, in quanto non “prodotto” e non “fatto” dall’uomo, non è né conosciuto e né dominato. Che il conoscere comportasse il fare, lo aveva già intuito Vico (polemizzando, a ragione, con l’idiozia e l’egocentrismo scientifico di Cartesio), per il quale la conoscenza della natura sarebbe possibile solo nell’ipotesi che fosse stata fatta dall’uomo, cioè “prodotta”, per cui la “conoscenza” riporta alla “produzione” e la “produzione” alla “conoscenza”, solo che la natura non è fatta dall’uomo, il quale, perciò, non può conoscerla e nella “produzione” la nega: la produzione è la versione attiva e aggressiva dell’ascetica negazione del mondo. Dice Vico che l’uomo non conosce il mondo perché non lo fa (in tal senso l’uomo conosce la macchina, non i corpi naturali, supporre che i corpi naturali siano macchine, cioè dei “composti”, è l’abuso, la mistificazione che commette la scienza, la quale trasforma così quello che non è stato fatto dall’uomo in qualcosa che è “come se” l’avesse fatto l’uomo e quindi è conosciuto), invece lo conosce Dio perché lo fa, l’uomo, quando fa scienza, si pone nella posizione di Dio: “il vero si identifica col fatto..il primo vero è in Dio..in quanto facitore di tutte le cose..invece la mente umana..in quanto sono fuori di lei tutte le altre cose che non siano essa stessa, può soltanto andare ad accozzare gli elementi estremi delle cose..L’uomo pertanto, quando si accinge ad investigare la natura delle cose, si accorge di non poterla in alcun modo raggiungere non avendo in sé gli elementi da cui sono costituite le cose <cioè non avendola fatta>..Si crea così un mondo di forme e di numeri, che abbraccerebbe dentro di sé l’universo <Vico non credo all’universo scritto in lingua matematica di cui parlavano Cartesio e Galilei>..Da quanto si è finora dissertato, si può senz’altro concludere che il criterio e la regola del vero consiste nell’averlo fatto” (G. B. Vico - “De antiquissima italorum sapientia” Lib. 1°, I). La scienza, non avendo fatto il mondo, non possiede il criterio e la regola del vero. L’equiparazione di scienza e vero è una mistificazione operata dallo scienziato. La tecnica, essendo il rifacimento del mondo secondo la scienza, è una deterupazione del vero con il falso, è una negazione del mondo, la dimensione operativa (homo faber) dell’ascetismo, ascetismo che, è bene ricordarlo, è sempre una negazione del mondo. Questo “fare”, o tecnica, è quindi una dichiarazione di guerra continua alla natura in generale e anche a quella animale dell’uomo, una mobilitazione che soffoca la libertà e dignità dello stesso uomo nell’organizzazione sociale. La società moderna ha divinizzato il fare umano e la sua produzione, là dove i cacciatori-raccoglitori primitivi, come i nobili animali, esercitavano il “fare” solo nei casi strettamente “necessari”, come uccidere l’animale per ottenere cibo o pelli o raccogliere cibo e materiale dalle piante. Nel mondo produttivo non esiste rispetto né per l’ambiente e né per l’uomo. I cacciatori-raccoglitori non producevano né piante e né animali, fino a quando la necessità non li costringeva ad agire, il loro criterio era il “lasciar stare”, il “non-agire”, ma godere della compagnia degli altri esseri viventi che la natura e il destino gli offrivano come compagni di viaggio nella vita terrena: “L’addomesticamento implicò l’inizio della produzione <del dominio sulla natura e sullo stesso uomo>” (J. Zerzan - “Primitivo attuale” 1). Dello stesso genere fu il senso etico-estetico del romantici, che non a caso amavano i primitivi, perché la natura, fin dove non minaccia, fin dove non diventa necessario “agire”, ha il valore etico-estetico della vita e del corpo. A questo principio “antico” si richiamava, con evidenza, la “semplicità” del “non-agire” taoista, che era, allo stesso tempo, principio di rispetto di tutte le cose, giacché “fare” il bene significa avvantaggiare qualcuno o qualcosa, cioè comporta ingiustizia, “fare” il male significa danneggiare qualcuno o qualcosa, cioè comporta, ancora una volta, ingiustizia, il “fare”, dove non è necessario, è sempre ingiusto. La civiltà moderna non è altro che “fare”, perché “dominare” è “fare”, è “produrre” (organizzare, sottomettere sono “azioni”), rispetto a ciò solo il non-agire taoista è etico, il lasciar stare, il non governare: “Il mondo..non si può governare:/ chi governa lo corrompe,/ chi dirige lo svia,/ poiché tra le creature/ taluna precede ed altra segue,/ taluna è calda ed altra fredda,/ taluna è forte ed altra debole,/ taluna è tranquilla ed altra pericolosa” (Lao-tzu - “Tao-te-ching” XXIX - Non agire). Chi non vuole dominare, agisce solo per quanto è necessario e non sente il bisogno di una conoscenza senza limiti, anzi è diffidente verso la conoscenza, perché la Natura sfugge alle “leggi” che l’uomo pensa di imporgli, tanto è vero che la semplicità è più ignoranza che conoscenza, l’ignoranza rinvia alla vita immediata, in cui dominano istinti e sentimenti e tutto va come deve andare: “L’affidarsi nel modo più semplice alla natura, è affidarcisi nel modo più saggio. Oh che dolce e molle capezzale, e anche sano, è l’ignoranza..per una testa ben fatta” (M. De Montaigne - “Saggi” - Lib. 3, XIII). La citazione è pertinente perché esprime l’idea che la giustizia si trova solo al di là del “fare” (artificio, scienza, tecnologia, cultura, ecc.).

“Il Tao in eterno non agisce
e non v’è nulla che non sia fatto”
(Lao-tzu - “Tao-te-ching” - XXXVII)


Dalla panchina,
nel mio angoletto verde,
osservo il cielo
finché l’occhio si perde,

non c’è nessuno
sto solo e son sereno:
discutere non devo
né del più e né del meno,

già va tutto in natura
come deve andare:
la mia gioia è osservare
e lasciare stare.

(19/6/2017)


giovedì 8 giugno 2017

IO E ZERZAN - Ringrazio Domenico, unico mio ex-alunno presente, per la foto. L'incontro con Zerzan è stato interessantissimo, mi sono complimentato con lui per aver delineato, con chiarezza, che l'evoluzione dal neolitico in poi (10000 a.C.) è andata sempre nella stessa direzione: divisione del lavoro con dominio sul mondo, prima con l'agricoltura, poi con l'allevamento, poi con l'invenzione del tempo, del numero, del linguaggio simbolico da cui nascono scienza e tecnica. Ad ogni addomesticamento del mondo corrisponde un sempre maggiore auto-addomesticamento dell'uomo, fino alla nevrosi moderna. Gli ho solo chiesto se, nella società per piccoli gruppi (ha detto una cosa che mi piace: c'è gruppo solo dove ci si guarda in faccia), la personalità individuale è garantita. Ha risposto che, se comporta privilegi no (e io sono d'accordo con lui), ma se comporta la possibilità di dissociarsi e di esporre idee diverse sì, la cosa mi soddisfa perché per me la personalità significa, prima di tutto, indipendenza e varietà di gusti.

lunedì 15 maggio 2017

 CIVILTA’ MODERNA

    Per chi, come me, ha fatto del sentimento una “filosofia sentimentale”, dato che il sentimento è una discriminazione affettiva, distingue un figlio da un estraneo, un padre, un’innammorata, un innamorato, ecc., dal resto dell’umanità, esso, in modo inevitabile, si scontra con l’egualitarismo e l’universalismo allo stesso modo in cui il Romanticismo si scontrò con l’Illuminismo. Il sentimento, dunque, ha, di necessità, una radice aristocratica, ognuno si circonda di quelli che, per lui, sono i migliori, perché i migliori sono quelli che ama personalmente, anche se questo non avviene per una scelta razionale, ma per circostanze che generano affettività. Il sentimento è figlio del caso, non della scienza, trova o non trova il suo riferimento secondo il destino. Il sentimento può esistere solo in questa discriminazione aristocratica, quando si pretende di amare tutti (cristianesimo) o di essere solidali con tutti (sinistra), è proprio il sentimento che si cancella, per questo è cattivo gusto voler compiacere a tutti, una mentalità servile: “Non si vuole vivere con tutti, né si può vivere per tutti; chi se ne rende conto saprà stimare molto i propri amici e non odierà né perseguiterà i propri nemici” (J. W. Goethe - “Massime e riflessioni” 396). Chi ama tutti, non ama nessuno. Il fatto, quindi, che il sentimento nasca e seguiti a sussistere solo nella “discriminazione” è cosa che l’astrattezza razionale della moderna coscienza illuminista, progressista, economica e globalizzante non riesce proprio a comprendere. Il sentimento non è moderno e seppellirà la modernità: sarà la vendetta romantica. Il sentimento, ovviamente, si estende con maggiore o minore profondità ad ambienti e popoli, non è indifferente ad ambienti e popoli, quindi discrimina anche ambienti e popoli. E’ nella natura individuale del sentimento, che vive sempre nell’hic et nunc. Il sentimento non comprende lo spirito universale, perché questo spirito universale è astratto: non distingue nulla e non discriminando un padre o una moglie da un estraneo, un ambiente caro da un ambiente che è estraneo, un popolo al quale, in qualche misura (mai del tutto, perché l’individuo viene prima dei popoli), si è legati da popoli estranei e perfino culturalmente ritenuti spregevoli, tutta questa indistinzione, si diceva, distrugge il sentimento e la sua realtà affettiva che si estende negli spazi concentrici e circoscritti dell’hic et nunc in cui l’individuo vive. La discriminazione personale, di ambiente, di popolo che il sentimento genera nell’hic et nunc ovunque, si rafforza discriminando, fino a farsi aristocratico, quando, avendo di fronte l’ipocrisia generale, giunge a diventare: “il piacere aristocratico di dispiacere” (C. Baudelaire - “Razzi” XII). Se si vuole piacere a tutti, non si ama nessuno e non si riconosce l’affetto che persone specifiche hanno per noi. Ovviamente questa discriminazione aristocratica non può avere la pretesa di essere “assoluta”, deve essere cosciente di dover convivere con i sentimenti altrui e con le discriminazioni aristocratiche altrui. Ma cosa rende “assoluta” una discriminazione aristocratica? La ragione, con il suo universalismo ed egualitarismo è l’Illuminismo che rese assoluto il culto nazista della “aristocraticità” della razza germanica, perché solo la ragione rende assoluta una diversità, provocando la gerarchia razziale, il sentimento, invece, discrimina anch’esso, ma senza gerarchia, nel senso che ognuno discrimina sentimentalmente per conto suo, per selezione individuale. Il sentimento è discriminazione, ma mai discriminazione di Stato.. Chi si attiene alla discriminazione aristocratica del sentimento sa che questa discriminazione si basa, come capitava nel Romanticismo, sulla diversità e quindi rifiuta l’ipotesi di un mondo tutto uguale e universale, ipotesi che porta una diversità a farsi assoluta, come fece il nazismo che voleva tutti “universalmente” e “ugualmente” tedeschi e nazisti e, nell’impossibilità di ottenere ciò, sottomessi ad essi (la sottomissione riafferma l’universalismo di una discriminazione, il marcio non è la discriminazione, ma l’universalismo). La ragione, non il sentimento, è portatrice di quello spirito tirannico che è l’assoluto universale. L’Illuminismo distrusse un’aristocrazia sociale storica, che era una gerarchia che rendeva assoluto il valore di certe famiglie a scapito di altre, e questo fu un suo merito, ma poi creò il vuoto dell’egualitarismo e dell’universalismo che oggi dilaga nella globalizzazione. La globalizzazione non è un destino, ma una costruzione dovuta all’Illuminismo e come tale si sgretolerà. Questo vuoto razionale, che affermò il principio di eguaglianza e l’universale, ignorava la diversità e il fatto che il sentimento si atteneva proprio a quella discriminazione aristocratica che è la diversità naturale. Tale discriminazione, proprio perché non è assoluta e razionale, non comporta una gerarchia e quindi una sopraffazione verso altri individui. Nel sentimento non si vuole avere schiavi, ma si vuole stare con le persone, gli ambienti e i costumi che si amano. Non è una discriminazione sociale, bensì naturale, tuttavia comporta dei rapporti preferenziali che scavalcano la società e riguardo ai quali la società dovrebbe ritirarsi in buon ordine. Anche se la società si è impadronita di certi sentimenti (paterno, filiale, ecc.) facendone dei ruoli caricati da obblighi che vanno al di là dei sentimenti (militarizzazione dei sentimenti), ruoli da cui il sentimento dovrebbe essere liberato, è chiaro che i sentimenti nascono al di là dell’ordine sociale, ne è un esempio il sentimento dell’amicizia: è talmente anarchico che la società non è riuscita a farne un ruolo e ad ingabbiarlo, tutti l’ammettono, ma non ha alcun valore istituzionale o giuridico. Le discriminazioni sentimentali sono legittimate dalla natura e la lotta indiscriminata alle discriminazioni rischia di distruggere ogni sentimento, creando, per colpa della ragione, persone sempre più vuote e quindi sempre più sole ed insicure. Ovviamente questo lo comprese il Romanticismo, mentre l’Illuminismo non lo comprese affatto e ancora oggi borghesi, scientisti, economisti, affaristi, cristiani e comunisti seguitano a non capirlo. L’Illuminismo creò un calderone generale gestito dalla politica di parte (partiti) e dai giornali, politici e giornalisti si presentarono, mistificando, come rappresentanti del nuovo sovrano, che doveva essere l’“opinione pubblica”. L’“opinione pubblica” è una metafisica politica che sposta sul piano sociale quel principio di “uniformità” che la scienza aveva calato su tutta la natura, resa sovrana con la democrazia essa non è una persona, non è un individuo, in pratica “non è”. E’ un’approssimazione matematica che si riempie di contenuti particolari, i quali non hanno alcun diritto di diventare universali e venire imposti a tutti. L’unica “discriminante” che l’uniformità dell’universale, dell’egualitarismo, dell’opinione pubblica riconosce è quella numerica, quella dei voti, del prezzo, del mercato, della statistica, non riconosce le discriminanti personali, naturali e sentimentali. L’“opinione pubblica”, non essendo rintracciabile da nessuna parte, diviene una forma personale che viene sostituita dall’uniformità della ragione o meglio ancora da volontà singole che spacciano i propri interessi per interessi razionali, generali, tipo il filosofo di Platone. L’opinione pubblica è un “entimema”, cioè una semplice “considerazione mentale”, una realtà fittizia data per scontata. L’“opinione pubblica”, come sovrano, quindi non esiste oppure è rappresentato dal “luogo comune”, dal “conformismo”, dalla “tirannia della maggioranza”, dal “si” (si dice, si fa), addirittura dalla “volgarità”, come sembrano dire Nietzsche e Baudelaire a proposito della grande città e dei giornali, grande città e giornali (mezzi mediatici) che sono una classica espressione dell’Illuminismo e dell’astratto egualitarismo e universalismo. Grande città e giornali rappresentano quella che io, nei miei versi, ho chiamato “civiltà moderna”, qualcosa, cioè, di assolutamente volgare, superficiale, spregevole. Scrive Baudelaire: “Non capisco come possa una mano pura toccare un giornale senza una convulsione di disgusto!” (C. Baudelaire - “Il mio cuore messo a nudo” XLIV). Scrive Nietzsche: “Sputa piuttosto sulla porta della città e torna indietro!..Qui marciscono tutti i grandi sentimenti: qui soltanto sentimentucci scheletriti possono far rumore coi loro ossicini!..Non vedi le anime penzolare come stracci sudici e stracchi? E di questi stracci fanno anche giornali!” (F. Nietzsche - “Così parlò Zarathustra” - Del passar oltre). L’amore universale cristiano, il solidarismo globale comunista, il filantropismo illuminista, il mercato globale borghese, la civiltà moderna nel suo insieme, sono, appunto, quegli stracci con i quali fanno i giornali e tutti gli strumenti mediatici, sono il “marcire” stesso dei sentimenti. La "civiltà moderna" è un inquinante terrificante del buon senso naturale. Solo questo intendevo dire con i miei versi.


Civiltà moderna,
sanguinante altare,
che gl’individui immoli
e inghiotti come il mare,

meccanismo orrendo
di scienza e di paura,
uccidi il cuor nel calcolo,
tu sei la sua tortura,

tu vendi e compri tutto,
basta sol pagare,
vendi perfino l’anima,
che non sa più amare.

La dignità calpesti
nel benessere infernale,
i sentimenti soffochi,
sei superficiale,

con vanità e ricatti
corrompi ogni famiglia,
l’affetto misconosci
tra genitore e figlia,

l’amore lo macelli
nell’oceano dell’uguale,
la scienza poi lo trita
e lo vende ogni giornale,

d’insulti, di leggi,
di mostri e di catene,
con somma progressiva
ci carichi le schiene,

crei orride storture
turpi e intellettuali
e le deviazioni orribili
dei miti culturali,

ogni cuor soccombe
al feroce tuo ingranaggio,
l’anima si spegne,
diventa scarafaggio.

(9/1/1983)




mercoledì 10 maggio 2017

LEOPARDI E L'OMOSESSUALITA'

    L’innaturalezza dell’omosessualità, in quanto segno divino o aristocratico, viene confermato anche da quanto dice Leopardi circa l’omosessualità presso i greci (Leopardi fa anche notare che in epoca moderna c’è una certa omofobia, ma il fatto che si debba combattere l’omofobia, non significa che si debba sfociare nell’omofilia, ad esempio mettendo l’omosessuale come protagonista solo per far vedere che si ha una mentalità aperta: presentatori omosessuali, parate omosessuali, film dedicati ad omosessuali, perfino pubblicità che fa riferimento ad omosessuali, in pratica una “moda”, come vuole l’omofilia: questa non è la discrezione di chi semplicemente combatte la violenza cui può portare l’omofobia, questo è voler imporre l’omosessualità come una “norma”, come se la “normalità” dovesse essere socialmente e artificialmente costruita per sostituire e tenere lontana quella naturalezza che manca: è l’omofilia che sta sostituendo l’artificio dell’opinione pubblica, reso “normalità”, alla natura, l’omofilia attuale è conformismo sociale, l’omosessualità, nell’omofilia, è diventata prepotente come una moda): “Non sarebbe fischiato oggidì..un poeta, un romanziere ec. che togliesse <scegliesse> per argomento la pederastia o l’introducesse in qualunque modo..? Ora la più polita nazione del mondo, la Grecia, l’introduceva nella sua mitologia..scriveva elegantissime poesie su questo soggetto, donna a donna..uomo a giovane..ne faceva argomento di dispute o trattati rettorici o filosofici..Anzi si può dir che tutta la poesia, la filosofia e la filologia greca versasse principalmente sulla pederastia, essendo presso i greci troppo volgare e creduto troppo sensuale, basso, triviale, indegno della poesia, l’amore delle donne <intendi tra uomo e donna>, appunto perché naturale..E Virgilio..ridusse ed applicò all’infame pederastia il sentimento, e ne fece il soggetto di una storietta sentimentale nel suo Niso e Eurialo..nota che forse all’esuberanza di vita si può attribuire la grande universalità della pederastia in Grecia, e in Oriente.., mentre fra noi bisogna convenire che questo è un vizio antinaturale, una inclinazione che il solo eccesso di libidine snaturante i gusti e l’inclinazioni degli uomini può produrre” (G. Leopardi - “Zibaldone” 1840-41). Leopardi nota: 1) che c’è una certa tendenza omofoba nella modernità, 2) che nella Grecia questa omofobia non c’era perché si trattava spesso dell’omosessualità, 3) che questa importanza dell’omosessualità in Grecia dipendeva dal fatto che l’eterosessualità veniva ritenuta volgare, mentre l’omosessualità veniva ritenuta nobile, 4) che la volgarità dell’eterosessualità dipendeva dal fatto che era naturale, 5) definisce comunque “infame” la pederastia, vale a dire l’omosessualità, 6) attribuisce l’omosessualità diffusa presso i greci e presso gli orientali ad un’esuberanza sessuale che porta ad eccessi, 7) conferma che ritiene l’omosessualità “un vizio antinaturale” e una “libidine snaturante i gusti”. Che l’omosessualità possa far capo ad un’esuberanza incontrollata è possibile, come capita in certi atteggiamenti omosessuali di curiosità dell’infanzia che poi svaniscono. L’esuberanza, all’inizio, non riconosce la meta sessuale, cioè la complementarità fisica uomo-donna, tanto è vero che la masturbazione, inizialmente, non è solo un rifugio di indipendenza, ma è addirittura ritenuta la sessualità in se stessa. Solo gradualmente il giovane e la giovane prendono consapevolezza della reciproca attrazione dei loro corpi. Anzi inizialmente negano tale attrazione, perché gli appare inquietante e gli suscita dei timori riguardo alla propria libertà. La carica emotiva del rapporto sentimentale inizialmente genera nei giovani una difficoltà a riconoscere nell’altro sesso la vocazione stessa del proprio corpo. L’educazione spirituale e razionale, rimuovendo la parte corporea dell’uomo, rendendola inconscia, non aiuta in nessun modo i giovani a scoprire la propria corporea eterosessualità. Per questo l’esuberanza sessuale si scarica in qualunque modo possibile. Ci sono, soprattutto nei giovani, comportamenti che sembrano omosessuali, ma che, col tempo, svaniscono del tutto per una maggiore consapevolezza del proprio corpo e della differenza sessuale maschio-femmina. Quanto all’eterosessualità come volgare, in quanto naturale, essa ripete, a livello di civiltà, l’atteggiamento di alcuni popoli primitivi che reputavano gli omosessuali, proprio in quanto non naturali, come portatori di un misterioso segno divino. Mentre con ciò si manifestavano pregiudizi religiosi o aristocratici, allo stesso tempo si ammetteva, di fatto, che naturale fosse solo l’eterosessualità. Da questo punto di vista l’antica Grecia non è un buon esempio, anche se aveva il merito di una maggiore tolleranza verso gli omosessuali. Sulla base di un segno aristocratico rozzo si correva il rischio di fare dell’omosessualità la “normalità” sociale, con la scusa della nobiltà e della divinità, in contrapposizione alla naturalezza che avrebbe reso volgare l’eterosessualità. L’omosessualità assumeva arbitrari segni di nobiltà, idea che, ogni tanto, riemerge anche tra gli omosessuali odierni, i quali cercano di consolarsi delle frustrazioni con supposte idee di “superiorità” (il fenomeno, ogni tanto, emerge anche tra le femministe riguardo alla donna). E’ quasi in atto, per reagire a violenze del passato, una criminalizzazione del maschio, del bianco, dell’eterosessuale. Leopardi, pur notando l’eccesso di ostilità verso l’omosessualità in epoca moderna, mostra di non essere in linea con la “normalità sociale e artificiale” dei greci riguardo all’omosessualità. Espressioni come “infame pederastia” e “vizio antinaturale” riferite all’omosessualità non lasciano dubbi in proposito. Eppure il poeta omosessuale Dario Bellezza ha voluto far credere che Leopardi fosse omosessuale. Anche questo voler far diventare omosessuali grandi personaggi del passato rientra in quel processo di “normalizzazione” (rendere norma) dell’omosessualità in cui consiste, da qualche decennio a questa parte, il trionfo dell’omofilia. Ma l’omofilia non può diventare obbligatoria attraverso il processo di “normalizzazione” dell’omosessualità, perché la “norma” non coincide con la “natura”. Tra natura e società, bisogna seguire sempre prima la natura, altrimenti si subisce una violenza. “Normalizzare”, quindi, Leopardi come omosessuale è solo un disegno politico, perché Leopardi non apprezzava affatto l’omosessualità, come queste pagine dello “Zibaldone” (un’opera non destinata alla pubblicazione) dimostrano: “Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente..e non fu solo propria de’ barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca..Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto” (G. Leopardi - “Zibaldone” 4047)