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domenica 26 marzo 2017


LE DONNE E LA GUERRA

  La letteratura borghese e comunista, che sta alla base del femminismo moderno occidentale, ha sempre mostrato la sua ipocrisia e le sue contraddizioni, attribuendo l’orrore della guerra ai maschi. Le femmine, insomma, vengono ad assumere il ruolo ipocrita della mentalità cristiana, borghese, comunista del pacifista: la guerra è colpa degli uomini, è sempre stato detto negli ambienti sessisti di genere femminista e ribadito anche recentemente: “la violenza, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto e la complicità delle donne” (Lea Melandri - “Il genere della violenza, gli orrori hanno un sesso” su “Il Manifesto” del 10/4/2015)La guerra tra partigiani e fascisti era una “guerra civile” e allora perché vengono mostrate con orgoglio delle donne partigiane combattenti con il mitra in mano? Era una “guerra santa”? Ma, a parte che la maggior parte di coloro che fanno la guerra, ritengono, anche a torto, di fare una guerra santa, le affermazioni fatte dalle donne e dalle femministe negli ultimi cinquant’anni non distinguono neppure il fatto che “la guerra educa alla libertà” (F. Nietzsche - “Crepuscolo degli idoli” - idem). Esse si assumono la vanteria del pacifismo cristiano-comunista e scaricano sugli uomini anche il fardello morale della crudeltà che ogni lotta comporta. Un atteggiamento moralmente scorretto. L’uomo è più protagonista della guerra allo stesso modo in cui la donna è più protagonista nel parto, guerra e parto avvengono spesso per l’interesse del gruppo (se la guerra viene fatta per qualche commettere qualche sopruso, le donne del gruppo che commette il sopruso sono responsabili quanto i maschi di quel gruppo). Ma mentre l’uomo ha rispettato, almeno genericamente parlando, il ruolo biologico femminile nel parto, la donna, negli ultimi cinquant’anni, in particolar modo le femministe, non hanno rispettato il ruolo biologico dell’uomo nella guerra, hanno demonizzato, sulla base di un’ideologia da “altro mondo”, cioè cristiana e pacifista, la guerra e il maschio assieme. Queste mistificazioni femministe devono cessare. Sulla base dell’educazione cristiana e pacifista, le donne hanno sempre confermato il ruolo di sottomissione allorché si presentano come paladine della pace e presentano gli uomini come i primi e veri responsabili della guerra. Abbiamo mostrato fino ad ora, nelle pagine che precedono, che la pace è solo la vittoria di un dominatore, mentre la guerra è l’unica speranza per mantenere la libertà dove il dominatore non rinuncia al dominio (non conosciamo dominatori che rinuncino). In ciò le femministe tengono per intero il ruolo ipocrita di quella cultura altruistica che ignora la lotta per la vita. Verrebbe da dire che si tratta di ingratidudine del ruolo che l’uomo, per doti fisiche più adatte alla lotta, volente o nolente, si è dovuto assumere. Non è facile dire se è meglio vivere da sottomessi o morire combattendo (anche se qui la risposta che si dà è la seconda), ma, se alla donna spesso è stato consentito solo di essere sottomessa, agli uomini, ancora più spesso, è stato consentito solo di morire. Avviene la stessa cosa tra i gatti e non perché le gatte siano delle pacifiste, è come il segno di un destino. Il fatto è che la società moderna, non riconoscendo più amici e nemici, vivendo in un mondo ovattato di benessere, spinge la donna a diventare femminista, cioè ostile non al maschio di gruppi nemici, bensì al maschio in generale, al maschio come genere. In fondo, come diceva Leopardi, la società moderna è la guerra di tutti contro tutti: “La fola <favola> dell’amore universale..ha prodotto l’egoismo <egocentrismo> universale. Non si odia più lo straniero? ma si odia il compagno <il maschio>, il concittadino, l’amico, il padre, il figlio” (G. Leopardi - “Zibaldone” 890). Il femminismo è una guerra di genere. Una guerra, per ora, dichiarata solo dalle femministe e da donne senza personalità che seguono l’andamento ideologico moderno passivamente, nel momento in cui venisse dichiarata anche dagli uomini e questi ultimi smettono di fare i “femminstielli”, la situazione sarebbe catastrofica e la società diverrebbe preda di culture più barbare proprio perché più compatte. La tesi di un’islamizzazione del mondo Occidentale è tutt’altro che campata in aria. Anche perché molte donne, se sono protette, si sentono sicure anche se sottomesse, evidentemente contano nella proverbiale e deprecabile “astuzia femminile”, che, onestamente, sia pure con tutte le malattie ideologiche che hanno, le femministe non possiedono. Le femministe sono delle borghesi egocentriche e ambiziose di potere e di successo, hanno la malattia del mondo borghese moderno, quella del “protagonismo”, ma, di sicuro, non sono delle disoneste “furbe”, non pretendono quel diritto all’uso della furbizia, che non è correttezza, che le donne sfacciatamente rivendicano da sempre come loro dote, senza rendersi conto che, nello stesso senso, allora anche l’uomo avrebbe diritto a rivendicare l’uso della forza come sua dote. Insomma, se c’è da sempre una guerra strisciante tra uomo e donna, tanto che lo stesso Nietzsche lo riteneva un problema irrisolvibile: Impigliarsi nella questione di fondo ‘uomo e donna’, negare, a questo proposito, l’antagonismo abissale e la necessità di una tensione eternamente ostile, sognare forse di eguali diritti, di un’eguale educazione, di eguali esigenze e doveri: tutto ciò è un tipico indice di una mente superficiale” (F. Nietzsche - “Al dilà del bene e del male” 238), al giorno d’oggi sembra che solo le donne, nel linguaggio, nell’atteggiamento aggressivo, nella retorica giornalistica, ecc. siano autorizzate alle guerra, ovviamente una guerra moderna, imbalsamata dentro i limiti del buonismo e con qualche coito non ammesso troppo facilmente. Non ammesso facilmente anche perché la mentalità femminista, in parte travasata nella mentalità femminile corrente, del tutto ignara della storia e attenta solo ai documenti formali trasmessi dal passato, ha adottato in senso laico la morale sessuofobica della suora cristiana (documenti del passato dove non mancano affermazioni di maschilismo, ma spesso libresche e comunque concepite al di fuori della lotta quotidiana, allora più dura - molto di più di quanto la borghese femminista possa concepire: ad un congresso di quarant’anni fa le femministe occidentali parlavano solo di oppressione e di sesso, mentre le donne del terzo mondo parlavano solo di fame e di bambini -, lotta che si rifletteva in regole sociali irrigidite senza dubbio, come sono tutte le regole sociali, ma di cui le donne erano responsabili come gli uomini, perché non si può affermare che gli uomini sono responsabili e le donne solo complici, ci si sta prendendo per il sedere). I conventi delle suore sono stati i primi modelli della “guerra di genere”, infatti tale guerra si può condurre solo con una rigorosa sessuofobia anti-maschile, insomma con una specie di misoginia rovesciata contro gli uomini. Questa sessuofobia anti-maschile sfociò in quello che già Freud notava come il carattere più tipico delle donne, che ritenendo di non trovare soddisfazione all’esterno, rivolgono il loro interesse verso se stesse, a partire dal corpo, vale a dire il narcisismo: La libido sottratta al mondo esterno è stata diretta sull’Io, dando origine a un comportamento che possiamo definire narcisistico.. Con lo sviluppo della pubertà dovuto alla completa maturazione degli organi sessuali femminili latenti fino a quella fase, sembra prodursi nella donna un incremento dell’originario narcisismo che non risulta propizio alla configurazione di un amore d’oggetto vero e proprio <cioè rivolto all’esterno, si riferisce alla sfera sessuale, non a quella sentimentale, molto più complessa> con la relativa sopravvalutazione sessuale. Specialmente quando sviluppandosi le donne acquistano in bellezza, interviene in esse una sorta di autosufficienza” (S. Freud - “Introduzione al narcisismo”). Sviluppando questa tendenza femminile al narcisismo, le femministe, confermando la propria insicurezza ogni volta che dicevano “donna è bello” (le persone sicure non hanno bisogno di conferme né verbali e né psicologiche), hanno finito per spostare la loro sessuofobia da suora, difficile da mantenere, nel lesbo-femminismo dei primi anni Ottanta, tanto che si può facilmente ritenere il lesbo-femminismo la dimensione laicizzata e sessualizzata del convento di suore: lo sposalizio con Dio (che ha reso misogini quasi tutti i preti, così che, visto che scrivevano solo monaci e preti, l’unica cultura che appariva era quella misogina, ciò non può essere preso per la realtà) rendeva le donne misantrope nei confronti del maschi e dopo di ciò lesbiche. Ciò è tanto vero che quelle donne, anche del movimento femminista, che hanno cercato di far entrare l’erotismo (in qualche caso anche la pornografia) nella dimensione femminista sono state continuamente isolate o osteggiate. Il femminismo ha tutto il cattivo odore della mentalità cristiana e borghese, da cui deriva il comunismo, quindi non c’è da meravigliarsi se le femministe e la letteratura al femminile arriva ad attribuire l’orrore della guerra solo ai maschi. Ovviamente, in questa prospettiva pacifista-femminista, l’idea della guerra come “educazione alla libertà” neppure figura, essendo da sempre delegato ai maschi questo compito. In sostanza le donne, le femministe assumono un atteggiamento di comodo, dandosi, al massimo, la responsabilità della “complicità” (seguitando a dimostrare che le donne sono immature e scansano le responsabilità che affiorano quando la cosa non appare buona secondo i loro valori: essendo la guerra un disvalore nei termini pacifisti post-cristiani, borghesi e comunisti, ecco che la responsabilità viene scaricata sui maschi e alla donna si attribuisce il ruolo marginale della “complice”). Questo cosa significa? Significa che tutta la contestazione del passato maschilista è una buffonata. Se, infatti, questa contestazione si basa sul fatto che si rimproverano le società passate perché maschiliste, nel senso che il maschio aveva il ruolo del protagonista e le donne solo il ruolo della “complice”, perché la donna c’era, adesso, di fronte al presunto disvalore della guerra, alla donna e alla femminista non ripugna affatto di assumere il solo ruolo di “complice”, dichiarando la sua irresponsabilità in tutto e per tutto, trova ora motivo di vantarsi del presunto pacifismo delle donne. Qui l’ipocrisia galoppa. Che contraddizione: contestare sempre il ruolo marginale, al massimo, di “complice” e ora trovare il modo per vantarsene. Come per dire: abbiamo scherzato, il ruolo di complice ci va anche bene. L’importante è che il demonio resti il maschio. Queste donne troppo spesso lanciano il sasso e nascondono la mano, sono troppo figlie del moralismo benpensante e post-cristiano, non hanno l’onestà delle donne spartane che, riconoscendo i sacrifici dei loro uomini, gli dicevano orgogliose, indicando lo scudo, data la pratica di riportare indietro i morti sul grosso scudo, “o con questo o su questo”. Le donne che rinnegano i loro uomini nella guerra sono delle traditrici borghesi e viziate chiuse nel loro egocentrismo, non sono degne neppure dello sguardo di un uomo coraggioso. Le guerre erano fatte dalle comunità e con pari energia da uomini e donne, ognuno con le sue possibilità intellettuali e fisiche. Sostenere il contrario significa mentire.      


mercoledì 15 marzo 2017

IL RAZZISMO UNIVERSITARIO

    Per Heidegger, quindi, con la confusione circa il fatto che il mondo delle “idee” è effettivamente metafisico, perché la realtà è fatta di individui assolutamente diversi e separati, nasconde il suo sentimento da cristiano represso nei confronti della natura (sublimata, indirettamente, solo come simbolo del nascosto), perché è chiaro che alla base di tutto c’è, direbbe Nietzsche, una repulsione per l’estetica naturale, sessuale, materiale, come ben dimostra il tono sprezzante con il quale tratta l’animalità: “All’animale l’ente non compare mai come ente: l’ente non è per l’animale né rivelato, né nascosto. L’animale dà la caccia a quel che irrompe nella sua sfera vitale; lo cattura, azzanna quel che ha catturato e lo inghiotte” (M. Heidegger - “Logica e linguaggio” 28 a). Questo, forse, è quello che fa Heidegger quando considera gli enti degli “utilizzabili” o “fondo a disposizione”, l’animale è molto più sensibile, intelligente e sofisticato di Heidegger, l’animale ama, soffre, ha istinti naturali, molto più difficilmente dell’uomo esce dai suoi limiti e invade l’esistenza altrui. Quando la follia di considerare il pensare e l’interrogare come qualcosa di più reale, di fondante, di essenziale, cessa, quando lo stesso Heidegger si trova davanti ad un pericolo, a meno che non chiuda gli occhi, come è probabile per i vili che stanno rinchiusi nel pensiero e nell’anima, scatta come una molla per difendersi, allora, forse, Heidegger capirà che l’animale ha quel coraggio che Nietzsche pretende per il superuomo, quel coraggio che deriva dalla morale romantica del “sublime”, cioè il coraggio di dire sì ad un’esistenza tragica, il coraggio di sentirsi solo un ente tra gli enti, enti non meccanici, ma viventi. Al contrario gli spiritualisti, a cui la demenza novecentesca ha riportato, pretendono di vivere in una dimensione spirituale “superiore”, che genera, non solo il dualismo tra spirito e corpo o tra Essere ed ente, ma anche la superiorità razziale e intellettuale, tra la razza superiore spiritualmente e quella inferiore spiritualmente (razzismo gerarchico), quella tra sapiente e ignorante, la quale ultima, nell’età della tecnica, sta diventando una forma di razzismo tra gli individui, come se l’ignorante non fosse un individuo che ha scelto la sua vita, ma fosse un “inferiore”. Troppi razzisti della sapienza stanno sfornando le università, che sono, sempre di più, delle istituzioni auto-referenziali che pretendono di stabilire una gerarchia tra laureati e non laureati. Se le si chiudesse, nessun danno ne verrebbe alla natura e la libertà delle persone sarebbe maggiormente garantita. E, infatti, Heidegger stesso fa diventare il problema dell’Essere un problema dell’università, l’università deve rincorrere l’Essere, con ciò si stabilirebbero le caratteristiche dell’università superiore. Questo fondamento di superiorità spirituale che l’Essere connota con il domandare viene poi a ritrovarsi anche nella missione che avrebbe il popolo tedesco di ridisegnare l’inizio, allorché la domanda era fondante, cioè portava all’Essere e finiva per contrapporre il popolo dell’Essere (tedesco) e i popoli dell’ente (americani, bolscevichi, ebrei; l’anti-semitismo di Heidegger, quindi, è solo un caso particolare tra i popoli dell’ente, non l’unico): “L’opera reale deve - ponendo ancora una volta la questione dell’essere <la domanda essenziale> - esserci e configurare quell’interrogare nella sua piena originarietà adattandolo al lontano destino dell’epoca <insomma deve essere reso attuale in ogni epoca: allora a renderlo attuale dovevano essere i tedeschi> per poter riannodare nel grande inizio <greco, con la fiaccola ora  passata ai tedeschi> il più segreto compito del popolo tedesco. L’incomparabilità dell’ora mondiale il cui spazio di risonanza deve portare ad amplificare la filosofia tedesca” (M. Heidegger - “Quaderni neri” 1931-38 – III, 2-3). Questa supremazia dello spirito, vero fondamento del razzismo gerarchico, viene tolta del tutto là dove l’estetica diventa etica tragica della vita del sublime, perché Nietzsche ha proprio trasformato l’estetismo romantico in un’etica terrena che distingue individui e popoli per il coraggio, non per presunte superiorità spirituali, e nel fare questo si attiene all’innocenza del corpo e dell’animalità, partendo dall’irresistibile fascino dell’apparire naturale: “l’artista a ogni disvelamento della verità rimane attaccato con sguardi eatatici sempre e solo a ciò che anche ora, dopo il disvelamento, rimane velo, l’uomo teoretico a sua volta gode e si appaga nel togliere il velo <solo che dietro il velo non c’è nulla, il nulla, contrariamente alla follia di Heidegger, ‘non è’ e basta>(F. Nietzsche – “La nascita della tragedia” 15). Per Heidegger, teoretico e spirituale più che mai, vale quanto disse Nietzsche dei filosofi tedeschi: “Il pastore protestante è il nonno della filosofia tedesca” (F. Nietzsche - “L’anticristo” – 10).
RELIGIONE: L'OPPIO DEGLI ATEI 

Marx scrisse: "La religione..è l'oppio dei popoli" ("Critica della filosofia del diritto di Hegel"), intendendo che essa è "una coscienza capovolta" (idem): non è Dio che fa l'uomo, ma l'uomo che fa Dio. Però, poi, faceva dell'Umanità un Dio, cioè un'"autorità" davanti alla quale sono tutti "uguali". Ma si è uguali solo davanti a Dio, all'autorità: "L'amore per gli uomini dei cristiani, che non fa differenze, è possibile solo nella costante contemplazione di Dio..allo stesso modo che,..da un'alta montagna, il grande e il piccolo diventano formiche e simili tra loro" (F. Nietzsche-"Frammenti postumi" '85-87, 1(66)). Il laico (anche Marx) perpetua l'autoritarismo e l'egualitarsimo religioso (l'essenza del cristianesimo) attraverso l'umanitarismo: fuma oppio religioso.

giovedì 2 marzo 2017

CHE COS'E' ROMANTICO (E ANCHE UN PO' AUTOBIOGRAFICO)

"Lontani e morti sono coloro che amavo e di loro non mi giunge notizia alcuna. La mia attività su questa terra è finita, ho versato il sangue per esso e non ho arricchito il mondo nemmeno di un centesimo...Ma tu risplendi ancora, o Sole del cielo! Tu verdeggi ancora, o terra sacra!..La pienezza di un mondo che dà vita al tutto nutre e sazia con ebbrezza il mio misero essere..Tutto il mio essere ammutolisce e sta in ascolto quando le delicate onde del vento giocano intorno al mio petto..un Dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette, e, quando l'estasi <l'entusiasmo> si è dileguata, si ritrova come un figlio fuorviato che il padre cacciò via di casa" (F. Holderlin - "Iperione" lib. 1°). Non un sogno fuori della natura, ma dentro la natura. All'opposto l'io dell'individuo odierno si colloca fuori della natura e vuole che il mondo circostante e il suo stesso corpo si adattino ai suoi progetti, non ha un rapporto vivo con una terra viva, ma è solo e isolato dall'utilitarismo della sua razionalità con il quale vede solo strumenti da adattare alla comodità del suo egocentrismo, non "lascia vivere", impone ovunque  tale egocentrismo che considera perfino ordine morale come "dover essere".

venerdì 10 febbraio 2017

L'IMBECILLITA' ALTRUISTICA - Ognuno tifa per la "sua" squadra, antepone la "sua" casa, la "sua" famiglia, la "sua" città, la "sua" regione. Ma, se antepone la "sua" nazione, la "sua" razza, il "suo" territorio, se antepone proprietari di aziende della "sua" città o nazione e non stranieri, se antepone per il lavoro persone della "sua" gente e non immigrati, diventa un mostro. "Tutti uguali"- urla l'imbecillità altruistica -, come se un romanista tifasse per la Juventus. La vita come "non-senso personale". Chi "antepone" non "sfrutta" o "sottomette" altri. Allora l'altruista tira fuori gli epiteti: "sei egoista", "sei nazionalista", "sei razzista". Vuole il distacco da se stessi, come una madre che ignora i "suoi" figli . Chi si distacca da sé, non ha un "Sé" in cui risiedere, vampirizza gli altri, diventa altruista e quindi imbecille.

venerdì 3 febbraio 2017

INTRODUZIONE (al libro "Saggi inattuali" - "Come si diventa ciò che si è")



    Sia il titolo che il sottotitolo rimandano a Nietzsche, la più grande esperienza critica dell’umanità. Il titolo vi rimanda con l’espressione “inattuali”, ma si limita a indicare l’aspetto formale del libro. Più esplicativo è il sottotitolo “Come si diventa ciò che si è”, che è anche il sottotitolo di un’opera di Nietzsche, cioè “Ecce homo”. Al di là di come Nietzsche abbia inteso la frase, qui verrà intesa nel senso che, a causa dell’educazione e dell’interiorizzazione delle regole sociali, la mente umana viene allontanata dalla realtà di ogni “singolo se stesso”, per cui, pur essendo sempre “se stessi”, occorre ridiventarlo mentalmente, in quanto essere “se stessi” è un destino fissato dal proprio corpo, che non è in nessun modo un semplice meccanismo organicistico. Questo ritorno a sé combatte l’alienazione della mente che crea una continua dissociazione e contraddizione nei pensieri e nei comportamenti (dualismo), tipo egocentrismo che si presenta come altruismo. L’essere “se stessi”, o “Sé”, infatti è “unico” e la filosofia critica può insegnare come tutelarlo, ma non può fornirlo, perché esso è antecedente a ogni pensiero, per questo Nietzsche temeva il fatto di poter diventare “santo”, cioè qualcuno da imitare: “Ho una paura spaventosa che un giorno mi facciano santo” (F. Nietzsche - “Ecce homo” - Perché io sono un destino 1). Le persone ribelli, forse proprio quelle più disadattate, meno integrate, sono le persone più vicine al “Sé”, anche se poi non sempre riescono a gestire bene se stesse, vista l’ernorme pressione ostile dell’organizzazione sociale (vedi lo stesso Nietzsche), su di esse la disciplina militar-mentale dell’educazione ha avuto scarso effetto. Il motivo per cui, ricevuta un’educazione, è di nuovo necessario “diventare” se stessi, dipende dal fatto che la società, l’educazione, l’altruismo distruggono questo se stesso, almeno psicologicamente (talvolta anche fisicamente col concetto di “sacrificio”): “Il pauperismo è la mancanza di valore dell’io..Lo Stato <società, altruismo> non mi permette di farmi valere per quello che sono e la sua esistenza si basa solo sulla mia mancanza di valore: cerca sempre di trarre vantaggio da me, cioè di sfruttarmi, di depredarmi, di logorarmi” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Nella società moderna e organizzata esiste un “pauperismo di personalità” mostruoso (insicurezza). La personalità appartiene ad un individuo preciso, è l’insieme delle sue caratteristiche psico-fisiche, non è un prodotto del pensiero e della cultura se non nella misura in cui il Sé “adotta” certe idee e certe caratteristiche culturali facendole “sue”: “Prima del mio pensare esisto io..Nessuna idea ha esistenza, poiché è incapace di essere corporea” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Il che significa che il “Sé” è, prima di tutto, il corpo vivente, un individuo con un certo carattere, una certa sensibilità, una certa costituzione fisica, tutte cose che non si possono “sciogliere” nel mare delle astrazioni simboliche farneticate dalla scienza, questo proprio perché il “Sé” è rigorosamente particolare: “il singolo è infatti nemico inconciliabile di ogni generalità” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Proprio perché il pensiero pensa solo idee e non cose reali, il Sé non è concettualizzabile, non è pensabile e, quindi, alla fine non è nominabile: “Si dice di Dio: ‘Non ci sono nomi che ti definiscano’. Il che vale anche per me: nessun concetto mi esprime, nulla di ciò che si fa passare per la mia essenza mi esaurisce; sono unicamente nomi” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Innalzando il corpo al livello dello spirito, il pensiero, cioè la ragione, non è più giudice del corpo (vedi Spinoza), il “Sé” è un’unità individuale che precede la posizione del pensiero, il pensare è solo una delle tante possibilità, neppure la migliore, del Sé. Pensare è un verbo, non un’entità metafisica, e, in quanto verbo, presuppone un soggetto. Ogni individuo vivente “trascende” il pensiero, questa è la verità che la ragione, la religione e la scienza non riescono ad ammettere. Trascendendo il pensiero, ogni individuo è incommensurabile rispetto ad ogni altro individuo, sia all’interno che all’esterno della sua razza. Ciò significa che il “Sé” esiste solo nella “separazione” rispetto ad altri individui, la “separazione” è il fenomeno naturale con cui riconoscere la diversità: “Tu, come individuo unico, non hai più nulla in comune con gli altri e perciò non hai neppure più nulla che..ti renda loro nemico..Il conflitto sparisce nella perfetta separazione” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). L’indipendenza degli interessi permette agli individui liberi di andare ognuno per la sua strada, senza discutere o litigare con gli altri circa il modo in cui si effettua lo scambio e il lavoro per gli altri. Le entità naturali più sono diverse e separate meno stanno in competizione tra loro: “non reco alcun danno alla roccia per il fatto che, rispetto ad essa, ho il vantaggio di camminare” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Individui e popoli diversi e separati vivono più in pace di popoli “mescolati”. Vedere la diversità individuale e dei popoli sempre all’interno dell’unità, come nella sintesi hegeliana, significa imporre dovunque la “mediazione” della ragione. Alla fine la dialettica tra unione (pensiero) e diversità (realtà) sbiadisce le diversità, che, mano mano che la mediazione, cioè l’integrazione, va avanti, spariscono. In Hegel, infatti, ciò che resta, alla fine, è solo la mediazione fine a se stessa. Non si può permettere questo genocidio della diversità individuale e dei popoli, la diversità esiste prima e al di là di ogni unione del pensiero. L’individuo è assoluto sovrano su se stesso solo nella “separazione”. Tuttavia l’individuo ha dentro di sé dei tratti che, visti dal di fuori, appaiono generici, mentre visti dal singolo stesso sono indistinguibili dalla sua personalità. Questi tratti generici degli individui sono la sessualità, la razza e la cultura adottata nel territorio di nascita o “culla”. Sesso, razza, nazione appartengono all’individuo, perché il sesso in sé, la razza in sé, la nazione in sé sono idee e come tali non esistono da nessuna parte: “I nazionalisti hanno ragione: non si può rinunciare alla propria nazionalità..L’elemento nazionale è un mio attributo. Ma io non mi esaurisco nel mio attributo” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Questo significa che si può essere sensuali senza essere posseduti dal sesso, si può essere razzisti senza appartenere ad una razza (ancora meno ad uno Stato razzista), si può essere nazionalisti senza appartenere ad una nazione. In quanto il sesso, la razza, biologicamente, e la nazione, culturalmente, fanno parte del “Sé” individuale, risultano essere tratti generici dell’individualità, ma comunque appartengono pur sempre all’individualità, per cui è giusto che l’individualità ne tenga conto nei modi che, escludendo la violenza fisica e il danno (da intendere come separazione, non come omissione, perché a priori nessuno deve niente a nessuno), giudica più opportuni. Non è lecito negare la separazione. Basta vincoli altruisti che impongono di badare prima agli altri che a se stessi!

martedì 13 dicembre 2016

LA MACCHINIZZAZIONE

    Nietzsche ribadisce più volte che il fondamento della morale aristocratica presuppone egoismo, un individualismo non banale, ma forgiato nell’abisso della differenza e dell’unicità (pathos della distanza), al punto che, di fronte alla dilagante “morale dello schiavo”, assurge, correttamente dal punto di vista morale, a posizione morale superiore, quella della “morale aristocratica”. In questo senso, mentre non viene giustificata una “gerarchia sociale” in quanto tale, viene sempre giustificata una “gerarchia morale” in quanto tale, cioè solo morale. Egoismo, individualità, differenza sono punti di forza che, in Nietzsche, vengono spinti al massimo delle loro potenzialità per generare, non una banda di assassini, come crede chi ragiona dall’ottica del gregge, ma quell’“oltre-uomo” o “superuomo” che è il portatore di una morale superiore e fondata sulla realtà e sulla natura, nonché su un spirito tragico eroico e non rassegnato. Il termine più adatto per indicare la filosofia di Nietzsche è “individualismo aristocratico” o “anarchismo aristocratico”, dove il termine aristocratico non nega l’individualismo o l’anarchismo (che Nietzsche condanna nel modo banale in cui se lo trova di fronte: aveva di fronte il gregge degli “anarco-socialisti” e, riguardo all’individualismo, aveva di fronte quello falso dei borghesi, rimanendo oscuro il rapporto di Nietzsche con Stirner), ma, al contrario, li rafforza in modo radicale secondo un fortissimo senso della “diversità” e della “personalità” (caratteri ereditati, bene o male, dal Romanticismo). Dice Nietzsche: “Si è finora ravvisato il carattere proprio dell’azione morale nell’impersonalità; ed è stato mostrato che al principio fu la considerazione dell’utilità generale quella per cui si lodarono e si privilegiarono in genere le azioni impersonali..Noi tutti soffriamo ancora della troppo scarsa considerazione di ciò che è personale in noi; esso è malformato..si è al contrario distolto da esso il nostro animo e lo si è offerto in olocausto allo Stato, alla scienza e a ciò che abbisogna di aiuto <altruismo>, come se esso fosse la parte cattiva, che doveva essere sacrificata” (F. Nietzsche - “Umano, troppo umano” vol. 1° - 95). La morale altruistica dominante, quella di derivazione cristiana, illuminista, borghese, socialista, scientista vede solo l’impersonalità, l’indifferenza tra individui, popoli, sessi, animali ecc. E’ qualcosa che deve essere travolto con la forza. Riprendiamoci le differenze! Se l’egoismo e il nazionalismo ci aiutano, anche con il loro aiuto. Quando l’egoismo altrui o il nazionalismo ci minacceranno, allora li combatteremo, ma per ora dovrebbero essere alleati. Questo modello di spersonalizzazione dell’individuo e dei popoli segue il criterio della “macchina” (quando penso che idioti che hanno occupato cattedre universitarie, a cominciare da Heidegger e Cacciari, fanno di Nietzsche il “filosofo della tecnica”, mi viene il voltastomaco): “La macchina come maestra - La macchina insegna, attraverso se stessa, l’ingranarsi di folle umane in azioni in cui ognuno ha una sola cosa da fare: essa dà il modello dell’organizzazione di partito e della condotta di una guerra. Non insegna invece la sovranità individuale; fa di molti una sola macchina, e di ogni individuo uno strumento per un solo fine. Il suo effetto più generale è di insegnarel’utilità della centralizzazione” (F. Nietzsche - “Umano, troppo umano” vol. 2°, b, 218). L’individuo, ridotto a ingranaggio di una macchina (centralizzazione), è l’individuo professionale e moderno, che viene accusato di “razzismo” e demonizzato se, al bar, non fornisce il caffè ad un cinese o congolese, ma poi, come tutti gli ingranaggi, fornisce, meccanicamente, il caffè anche al terrorista islamico che, per il giorno dopo, sta preparando un attentato criminale. Questo degrado dell’individuo a meccanismo si fonda sull’impersonalità dei rapporti economici, sociali, tecnologici della modernità. Impersonalità del prestatore d’opera e impersonalità del fuitore dei servizi. Il fruitore dei servizi, nei limiti in cui non c’è la costrizione a consumare obbligatoriamente in un certo posto (come capita in alcune scuole e asili), può ancora scegliere e far valere la sua personalità e i suoi valori culturali, il professionista o il dipendente, invece, non può discriminare senza riceve il biasimo insopportabile dei benepensanti, i quali vedono le persone come macchinette a disposizione degli altri. Ma il presupposto di vedere gli individui e i popoli come delle “macchinette altruistiche” a disposizione degli altri, sia in senso collaborativo-solidale e sia in senso commerciale, è che individui e popoli siano considerati tutti “uguali” e si distinguano solo in base alla loro “funzione”, come capita agli “ingranaggi” di una macchina, i quali sono enti con diverse funzioni, ma facilmente sostituibili, come i pezzi di un’automobile, perché i pezzi sono tutti uguali. La creazione del “mondo macchina”, o mondo moderno cosmopolitico, presuppone la spersonalizzazione totale di individui e popoli nel principio totalitario di “uguaglianza”, il quale considera “ugualmente” ogni individuo e popolo come “pezzo della macchina” e lo distingue solo in quanto “funzione” nell’ambito dell’altruismo solidale o commerciale, dando per scontato che, in quanto “pezzo di una macchina”, cioè “funzione”, ogni individuo e popolo è “sostituibile” perché funzionalmente “uguale” al pezzo, cioè individuo o popolo, che lo sostituisce. L’eguaglianza è principio di sottomissione di individui e popoli ad una sovrastruttura etico-politica o economica (borghesia internazionale) che gestisce dall’alto del suo “fine” i pezzi della macchina, vale a dire gli individui e i popoli. Questa sovrastruttura, per esercitare il suo dominio, utilizza la scienza, la tecnologia, la cultura, fissando che i fondamenti dell’etica si trovano a priori nell’utilità per gli altri (altruismo): in fondo il valore etico del “pezzo della macchina” è quello olistico della funzionalità della macchina. Così ogni individuo e popolo ha il suo valore etico “fuori di sé”, nell’altro, nell’alienazione, nella spersonalizzazione. Per questo motivo la “macchinizzazione” del mondo ha a suo fondamento l’eguaglianza. Chi difende la diversità, individuale e dei popoli, sia esso romantico, anarchico alla Stirner, razzista etico, non può far altro, come fa Nietzsche, che negare l’eguaglianza, che nasce sempre da una posizione olistica: “’Gli uomini non sono uguali’ - così parla la giustizia” (F. Nietzsche - “Frammenti postumi” 1882-84 - 3 (1), 39). E’ un vero depistaggio a favore della meccanizzazione e dell’Impero mondiale quello di far credere che la giustizia consista nell’eguaglianza e nell’equità, eguaglianza ed equità sono giustizia solo all’interno di un insieme che gestisce dall’alto i singoli e diversi individui  e popoli. Eguaglianza ed equità sono caratteri della legge, non della giustizia. La legge è il potere che gestisce dall’alto individui e popoli, essa è l’espressione stessa della meccanizzazione altruistica e dell’Impero mondiale. “La legge è uguale per tutti”, ma la giustizia no. La diversità e personalità di individui e popoli non chiede la legge e l’eguaglianza, bensì chiede la libertà, in cui è compresa anche quella di rifiutare, nella propria vita (non nella loro; non si tratta di un rifiuto che prevede la soppressione dell’altro rifiutato, cioè di un rifiuto assolutizzato: è un rifiuto relativo “a me”, individuo o popolo cha sia), la collaborazione altruistica con altri. Individui e popoli non sono macchinette altruistiche. La difesa della diversità e personalità di individui e popoli dall’oppressione della “morale dello schiavo”, cioè quella che rende “macchinette altruistiche”, solidali o commerciali, è chiara in Nietzsche: “Obbedienza, senso della funzione, senso della debolezza hanno innalzato il valore ‘del disinteressato’: in particolare quando si credeva alla perfetta dipendenza da un solo Dio. Disprezzo verso se stessi, ma cercare uno scopo per il quale si è, anzi si ‘deve essere’, cionondimeno attivi <l’ingranaggio è passivamente attivo>: dunque per amore di Dio, e infine, quando non si credette più in Dio, per amore dell’altro..l’individuo deve essere arginato - perciò culto dell’altruismo” (F. Nietzsche - “Frammenti postumi” 1881-82 - 11 (323)). Come si vede Nietzsche, a ragione, considera l’altruismo come un’evoluzione della morale cristiana, in cui il “tutto” verso il quale ci si mette a disposizione come una macchinetta, un servo, uno sguattero è scivolato dal cielo in terra (secolarizzazione), da Dio all’Umanità, cioè agli “altri” in generale, senza più distinguere la propria personalità e chi è l’altro (indifferenza). E’ veramente incomprensibile capire come possa essere altruista un individuo che si dichiara ateo. Evidentemente ha solo secolarizzato Dio nell’uomo, è un cripto-cristiano. L’altruista è la massima espressione dell’impersonalità, ha le stesse caratteristiche ascetiche che Nietzsche, a ragione, attribuiva al dotto o scienziato: “Quel che gli resta della ‘persona’, gli sembra casuale, spesso arbitrario, ancor più molesto: tanto è divenuto a se stesso un passaggio ed un riflesso di figure ed avvenimenti estranei. Non di rado, a furia di sforzi, ritorna col pensiero a ‘se stesso’, ma in maniera sbagliata; è facile che si scambi per un altro, cade in errore nelle sue proprie urgenti necessità e soltanto in questo è rozzo e trascurato..egli è uno strumento, un bell’esemplare di schiavo, se non addirittura senz’altro la sua specie più sublime, senza essere, tuttavia, in se stesso, nulla - presque rien! - ..deve soprattutto attendere una qualche specie di contenuto per prender ‘forma’ secondo quest’ultimo - egli è di solito un uomo senza alcun contenuto di nessuna sorta, un uomo ‘senza se stesso’” ( F. Nietzsche - “Al di là del bene e del male” - 207 ).
    Partendo dalla base che la personalità è e deve essere “sovrana”, individui e popoli, manifestando liberamente la loro personalità, hanno il diritto anche di essere “razzisti”, con il limite etico minimo che si può opporre, che è, poi, quello che qui chiamiamo “razzismo etico”. Quindi non tutte le forme di razzismo sono etiche, ma è falso sostenere che tutte le forme di razzismo non sono etiche, quest’ultima affermazione è ideologica, nasce dal tentativo di imporre sempre più radicalmente l’ideologia altruistica e cosmopolitica della spersonalizzazione e della meccanizzazione. Essendo l’individuo la fonte primaria della differenza e della personalità, ogni gruppo deve considerare sacra la libertà individuale, senza la quale non esiste la dignità, come scritto dal poeta romantico francese De Vigny già riportato: La libertà individuale, ciò è la dignità. Gli spiriti comuni non hanno mai compreso e non comprenderanno mai questo” (Alfred de Vigny - “Diario di un poeta” - 1847). Ciò significa che la diversità e la personalità di un gruppo, che sia la tribù, l’etnia, lo Stato regionale, la nazione, è costruita culturalmente e non è naturale come quella individuale. Si tratta, perciò, di una diversità e personalità artificiali, di una realtà di seconda posizione, di livello morale più basso rispetto a quella individuale. Se è inaccettabile la sottomissione altruistica di individui e popoli all’Umanità in generale, è altrettanto inaccettabile la sottomissione altruistica, indifferenziata, alla tribù, all’etnia, allo Stato regionale, alla nazione. Non è l’individuo che appartiene a un “tutto”, un tutto che materialmente non esiste (il potere si arroga il diritto di comandare sempre facendosi portatore delle istanze del tutto, ma il tutto in sé non esiste, quindi il potere inganna per principio), l’individuo non appartiene alla tribù, all’etnia, allo Stato regionale, alla nazione, come si dice in genere, allo stesso modo in cui non appartiene all’Umanità o a Dio. Nessun individuo a appartiene a qualcosa o qualcuno, appartiene solo a se stesso. Al contrario un generico essere uomo può appartenere a un individuo vivente della razza umana, mentre non appartiene ad un cavallo, dei generici caratteri nazionali, regionali, etnici, tribali possono appartenere a un individuo, nella misura in cui li sente “suoi”. Ma questa è una delibera che spetta unicamente al singolo individuo. In genere, vivendo in un determinato luogo, o per vocazione o per abitudine, ogni individuo fa “suo” qualcuno di questi caratteri artificiali del gruppo. Fermo restando, quindi, il principio di supremazia morale della libertà individuale rispetto alle pretese del gruppo, è chiaro che gli individui, nella misura in cui condividono alcuni costumi del gruppo, vanno a costituire una personalità di gruppo, artificiale ma pur sempre distinguibile, che si oppone all’olismo della totalità semplicemente e genericamente umanitaria e cosmopolitica. La nazione, la tribù, l’etnia, con le loro personalità artificiali, interrompono l’estendersi all’infinito della meccanizzazione altruistica politico-economica o politico-solidale. Contro il totalitarismo umanitario e altruistico in modo indifferenziato, l’individualismo, il nazionalismo, il regionalismo, il tribalismo possono e devono essere alleati. Su questa base è giustificato anche il “razzismo etico”. Il Romanticismo aveva accettato il concetto di nazione sulla base del suo individualismo, in quanto concepiva la nazione come una “personalità culturale” formatasi lungo il corso della storia. Questo ricordando quanto disse Nietzsche della storia, cioè che “Un uomo che volesse sentire sempre e solo storicamente, sarebbe simile a colui che venisse costretto ad astenersi dal sonno..c’è una grado di insonnia, di senso storico, in cui l’essere vivente riceve danno e alla fine perisce, si tratti poi di un uomo, di un popolo, di una civiltà” (F. Nietzsche - “Considerazioni inattuali” II - Sull’utilità e il danno della storia per la vita). Con i limiti legittimi che l’individuo, la natura, la vita impongono alle “personalità culturali” del gruppo, si può accettare la definizione romantica di nazione, che fa ben cogliere come il nazionalismo romantico sia nato per difendere la diversità e personalità dei popoli da quel cosmopolitismo indifferenziato e meccanizzato che l’Illuminismo andava proponendo e che oggi, dopo la vittoria degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, si è affermato dovunque in modo radicale, portando al fanatismo tecnologico, generando quella globalizzazione che è solo la manifestazione concreta dell’Impero informale e commerciale americano. La globalizzazione solidale è solo la versione buonista di quella americana, cioè miserevolmente ultra-cristiana, fondata su un altruismo radicale e ipocrita. Il commerciante, infatti, sta sì al servizio degli altri, quindi è altruista e affarista, ma ha almeno quel residuo di personalità che fa fare al suo egoismo il calcolo commerciale in cui è esclusa la gratuità, là dove il solidale, in teoria (nei fatti le cose sono bene diverse, il solidale è quasi sempre un ipocrita o un benestante), dà tutto se stesso agli altri, dando per scontato che gli altri facciano altrettanto: con questa teoria si sente rinfrancato per affrontare la vita, non importa se si è costruito una menzogna colossale. Nei fatti le cose andranno ben diversamente, ma, restando alla teoria, l’altruista radicale o solidale è, alla fine, proprio quell’individuo “senza se stesso” di cui parlava Nietzsche. Come definizione romantica di nazione si può accettare la seguente, che ben mostra come essa nacque in polemica con l’appiattimento della diversità e personalità generato dall’universalità, dall’utilitarismo e dal cosmopolitismo illuminsti: “Dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro le tendenze generalizzanti ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo. Per questo l’idea di nazione sorge e trionfa con il Romanticismo” (F. Chabod - “L’idea di nazione”).