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lunedì 11 aprile 2016

L’INQUISIZIONE SCIENTIFICA

    Si parla, ormai da più di un secolo e mezzo, della società moderna come di una “civiltà scientifica”, oggi anche “tecnologica”, fino al punto che la realtà è diventata il punto di vista che la scienza e la tecnica hanno sulla realtà: “La scienza è ormai per noi il reale. Il suo punto di vista sul corpo che lo riproduce non come è vissuto da ciascuno di noi, ma come risulta dallo sguardo anatomico che l’ha sezionato..come si seziona qualsiasi oggetto, ci è divenuto così familiare che oggi ciascuno di noi non fa alcuna fatica a rinunciare alla propria esperienza e a svalutare il proprio punto di vista sul corpo per adottare il punto di vista della scienza e la sua definizione <falsamente> oggettiva..dove le uniche relazioni possibili sono quelle fisico-chimiche perché sono le sole che si possono esattamente calcolare. Ma quando la realtà è assorbita da quel modello di simulazione che è il discorso scientifico, la nostra vita non sarà più regolata dalla nostra esperienza, ma dai modelli che la generano, e il nostro corpo sarà costretto a vivere un’esistenza fantasma nell’organismo biologico che la scienza descrive. Ma da dove la scienza può aver ricavato la sua idea di corpo come aggregato di parti? Se è vero che non c’è proposizione scientifica che non si attenga rigorosamente all’esperienza, diciamo che l’unica esperienza da cui la scienza può aver tratto il suo concetto di corpo è l’esperienza della sua disgregazione nella morte..finché la scienza continuerà, contro ogni evidenza, a considerare il corpo come un <semplice> oggetto, come un aggregato di parti, e la società ad attenersi rigorosamente al dettato scientifico, saremo nell’impossibilità di comprendere qualcosa del corpo e della sua vita..Nostalgia del referente reale (la natura umana) da cui la scienza s’è da tempo liberata per produrre se stessa. Questo legame non è che un simulacro sotto cui si cela non la natura, ma la ragione stessa che produce la scienza. Siamo quindi in presenza di una nuova metafisica il cui grado di contraffazione per mancanza di referente reale non è inferiore a quello che caratterizzava le vecchie metafisiche della natura: semplicemente al ‘caldo’ e al ‘freddo’ di Telesio si sono sostituite quelle opposizioni binarie in cui si articola ogni metafisica del codice, compresa la metafisica del DNA, nuovo equivalente generale cui la scienza riconduce l’essenza della vita” (U. Galimberti - “Il corpo”). Già a fine Ottocento Nietzsche aveva denunciato i motivi non scientifici e neppure etici da cui nasce la scienza: “Proprio la paura delle bestie feroci fu quella che per tempo lunghissimo fu instillata nell’uomo..Questa lunga antica paura, divenuta infine raffinata, spirituale, intellettuale, oggi, mi sembra, si chiami: scienza” (F. Nietzsche - “Così parlò Zarathustra” - Della scienza), poi: “La scienza impartisce continuamente ordini, per esempio per la salute e per l’educazione: essa li motiva con le conseguenze nocive della disobbedienza” (F. Nietzsche - “Frammenti postumi” 1879-1881 - 3 (71)). Paura, saccenteria, ordini, obbedienza, ecco la scienza. Si tratta delle medesime componenti che stanno alla base delle religioni: tanto la religione che la scienza vorrebbero dare la “salvezza”, la “sicurezza”: questa esigenza, che mette del tutto da parte la necessità del coraggio del vivere, nasce in entrambi i casi dalla “paura” e ovviamente ciò che “protegge”, cioè religione e scienza, “comanda” anche, tende a pretendere “obbedienza”. Il carattere “repressivo” della scienza è della stessa natura di quello delle religioni. Di per sé religione e scienza sono dei mostruosi strumenti nelle mani di Stati totalitari. Religione e scienza rappresentano la struttura psicologico-sociale delle società barbare, cioè di quelle società che non rispettano la libertà individuale. Il “meccanicismo” scientifico e la metafisica che esso crea sulla testa della diversità e indipendenza individuale mi ha dato fastidio fin da quando ho cominciato a capire qualcosa e ricordo che già all’università mi ribellavo a certi ragionamenti di tipo scientifico di Kant e di Marx. Ho presentato, come voluminosa tesi di laurea nel 1977, un sistema filosofico (La filosofia dell’immediatezza sentimentale) proprio per distruggere logicamente il nesso di “causa ed effetto” che sta alla base della scienza. Penso anche di esserci riuscito, ma, ovviamente, nessuno ha letto approfonditamente il mio libro. All’epoca non conoscevo approfonditamente né Nietzsche e tanto meno il libro di Galimberti (uscito solo nel 1983), conoscevo bene solo Leopardi, che aveva tutta la mia ammirazione, ammirazione che provo ancora oggi. Ma avevo le idee chiare nei confronti della scienza e della tecnica che rappresentano il più grande pericolo attuale per la libertà delle persone, perfino più grande delle religioni. Non si può, infatti, ignorare che le religioni hanno conosciuto un profondo declino, mentre il fanatismo scientifico, tecnologico e artificiale è più forte che mai. I miei versi vogliono mostrare come la scienza si sia impadronita dei momenti fondamentali della nostra vita allo stesso modo in cui lo fece la religione: al posto del battesimo, ci sono le visite neonatali, al posto dell’estrema unzione ci sono le autopsie, al posto della nostra individualità ci sarebbe il DNA. C’è perfino chi già parla di determinare scientificamente anche i matrimoni. I fanatici più ottusi credono, addirittura, che la scienza possa sconfiggere la morte, dimostrando così di non aver capito nulla della realtà. La metafisica del DNA è talmente devastante che nei tribunali il DNA stesso viene considerato prova valida, anche in esclusiva, per condannare una persona o a morte, o all’ergastolo o a trent’anni. Siamo, palesemente, di fronte ad una barbarie poggiante su fondamenta scientifiche. Senza certificato medico non si viene assunti al lavoro, né ci si può assentare da esso. Senza il benestare della scienza medica non si può praticare alcuna attività agonistica, come se un individuo fosse un minorenne davanti allo scienziato e quindi non può assumersi in prima persona la responsabilità di quello che decide di fare o di non fare. Gli scienziati hanno la pretesa di effettuare un’educazione sessuale su base scientifica, che rappresenta, da un lato, una vera e propria castrazione sessuale, e da un altro lato una riduzione a schema uniforme di ciò che esiste e ha valore solo a livello di differenza personale, di istinto, di fantasia. Insomma, ovunque venga applicata, la scienza ignora la libertà, la diversità, l’individualità, sostituisce l’“incognita” della realtà e dell’infinita individualità con la falsità del “conosciuto” e dell’“uniforme”, come ben sosteneva Nietzsche: “Se è certo che una foglia non è mai perfettamente uguale a un’altra foglia, altrettanto certo è che il concetto di foglia si forma mediante un arbitrario lasciar cadere queste differenze individuali, mediante un dimenticare l’elemento discriminante, e suscita poi la rappresentazione che nella natura, all’infuori delle foglie, esiste un qualcosa che è ‘foglia’, quasi una forma primordiale, sul modello del quale sarebbero tessute, disegnate..tutte le foglie <pregiudizio che non si trova solo in Platone, ma, ad esempio, anche in Darwin, sia pure secondo il tempo e l’evoluzione>..Il trascurare ciò che vi è di individuale e di reale ci fornisce il concetto, allo stesso modo ci fornisce la forma, mentre la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile <qui Nietzsche è vicinissimo al modo romantico di intendere la natura e anche all’idea dell’‘Unico’ stirneriano>..Che cos’è dunque la verità <la scienza>? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente” (F. Nietzsche - “Su verità e menzogna in senso extra-morale”). La scienza riproduce, come a ragione ha scritto Galimberti, il corpo, quindi la vita, secondo il modello generale della morte e della fredda astrazione razionale. L’immagine della scienza come modello tratto dalla morte e dalle forme astratte razionali io, nell’ultima strofa, l’ho riprodotto con la visione dei marmi cimiteriali. Quanto all’educazione sessuale fatta dalla scienza è difficile immaginare qualcosa di più asessuato e castrante di un’educazione sessuale fatta scientificamente.



Se non sottostai
al potere della scienza,
di cibo e di lavoro
oggi resti senza,

e se dico che
la scienza io contesto,
sì nessun m’uccide,
ma senza pane resto.

Dice allora il medico:
“Se vuoi lavorare,
anche nel sedere
ti dobbiam guardare”:

l’attestato medico
al lavoro è una licenza,
 mancando della quale
c’è solo l’indigenza.

Il DNA è considerato
come una religione
per la quale poi
ti mettono in prigione,

lo scienziato è reo,
ha potere come il prete,
ovunque si discute
impone la sua rete,

ma egli più degli altri
ha paura della morte
e crede che la scienza
lo salvi da tal sorte,

così si fa pressante
e scientifica l’azione
religiosa non è più
ormai l’inquisizione.

Alfine in questo modo
si ripete anche la storia
che di inquisizioni
è solida memoria.

La scienza altera tutto,
perfino il sacro istinto,
annulla l’individuo
che risulta quasi estinto,

sei una persona
e ti trasforma in un concetto,
in un caso anatomico
disteso sopra un letto,

sta sempre in agguato
la visita sua medica,
come senza scrupoli
 la iena assai famelica.

La scienza vuole fare
l’educatrice anche sessuale,
come se il sesso fosse
uno schema generale,

come se fosse poi
un modello sociale
e non sempre soltanto
un amore personale,

il sesso invece è libero
perciò non va educato,
arrogante è la pretesa
che venga poi insegnato.

La scienza ignora sempre
cos’è la libertà,
dato che ignora sempre
la gran diversità,

il mondo del reale
non dà la conoscenza,
sfugge il diverso intero
alla nostra scienza,

l’educazione scientifica
è pratica mortuaria:
lapidi, marmi e forme
e poi molta statuaria.

(18/9/1982)



venerdì 25 marzo 2016

NATURA O SCIENZA?

    La poesia è stata ampiamente ritoccata e molti versi sono stati eliminati, ma il suo spirito è stato mantenuto. Quando sento dire che la scienza sarebbe l’interprete più autorevole della natura, il mio senso di verità e di vitalità si ribella. La scienza non è altro che la coscienza dell’uomo applicata alla natura, le leggi fondamentali della scienza rendono conto alla coscienza umana, non alla natura. La coscienza umana, quando non è coscienza corporea libera da pregiudizi, è puro e semplice egocentrismo antropologico, è unicamente antropocentrismo. Naturalmente è chiaro che l’antropocentrismo non è altro che egocentrismo comune. In quanto “egocentrismo comune”, o antropologico, la scienza non ha alcun interesse oggettivo per la natura, la bellezza e la tragedia delle cose viventi che, da tutte le parti, circondano l’uomo. La scienza è guidata solo dai pregiudizi personali, sociali e antropologici dello scienziato, ma soprattutto è guidata dagli interessi umani. In altri termini l’atteggiamento razionale e scientifico verso la natura e gli altri uomini cela sempre un intento di “dominio”, come onestamente e ingenuamente ammettevano gli scienziati dell’epoca della Rivoluzione scientifica: “conoscendo il potere e gli effetti del fuoco, dell’acqua, dell’aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano..potremmo utilizzare..quei corpi a tutti gli usi cui sono adatti e divenir così quasi padroni e possessori della Natura” (R. Descartes (Cartesio) - “Il discorso sul metodo”). Questo intento di dominio, ovviamente, non darebbe alcun risultato reale se gli individui non venissero inquadrati da un potere forte che permette loro di “organizzarsi” (l’organizzazione è l’equivalente sociale della scienza, sia l’organizzazione che la scienza hanno lo stesso intento di dominio): le società industriali sono società già ampiamente inquadrate, non da un potere personale (più o meno occasionale rispetto alla struttura, come capita nelle democrazie), ma dal potere impersonale della legge, la legge sociale non essendo altro che l’equivalente della legge scientifica applicata agli uomini. Non è certo un caso che l’affermarsi del legalismo sociale, borghese e socialista, sia andato di pari passo con l’affermarsi della Rivoluzione scientifica e della democrazia. La legge scientifica è il modello perfetto cui si ispira il legalismo borghese-socialista moderno, il quale vorrebbe che la società fosse guidata dalle leggi automaticamente (vedi il liberalismo di Kelsen), senza bisogno di un potere arbitrario umano che avviasse il motore. Schmitt (teorico dello Stato forte e del decisionismo politico), ma soprattutto la storia, hanno dimostrato che l’idea di una società che si gestisce impersonalmente attraverso un meccanismo giuridico indipendente da un potere decisionale arbitrario non si è mai realizzata, dato che l’impulso decisionale, o politico, era tutt’altro che impersonale. Il meccanismo giuridico, quindi, è tenuto in piedi da un potere personale che si nasconde dietro la facciata della democrazia e dei diritti umani. Le democrazie moderne sono degli Stati fascisti camuffati, che consentono la libertà di parlare, ma non di decidere sulla propria vita. E’ un fatto, però, che la struttura, cioè il meccanismo legale e impersonale, sia stata ampiamente “interiorizzata” dalla popolazione, per cui, almeno per un periodo di tempo limitato, si potrebbe tenere in piedi da sola. Questo vuol dire che, per la maggior parte delle cose che facciamo ogni giorno, siamo pilotati dall’impersonalità della legge, piuttosto che da un volontà politica, anche se le leggi sono a priori orientate secondo i pregiudizi di una volontà politica passata o presente. E’ ovvio che il modello da cui nasce questa impersonalità della legge sociale è, prima di tutto, il modello impersonale scientifico. Questo modello impersonale scientifico, quindi, dà ordini, sia in quanto modello impersonale scientifico in se stesso e sia in quanto si trasforma in modello impersonale sociale o legalismo. E gli ordini ricevuti in modo impersonale sono ordini allo stesso modo che se fossero ricevuti in modo personale, come ben notava l’anarchico Stirner, il quale notava, ironicamente, quanto segue: “Nello Stato borghese ci sono soltanto ‘uomini liberi’ che vengono costretti a un’infinità di cose..Ma che importa? Chi li costringe è ‘solo’ lo Stato, la legge, non un uomo” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). Il meccanismo impersonale legale e scientifico viene costruito dall’imposizione alle cose e agli uomini di nomi e numeri, cioè da strutture formali livellanti che vanno a sostituire la realtà e individualità delle cose e persone naturali, nomi e numeri che fanno da base alla "manipolazione tecnologica", il cui effetto reale non è mai veramente conosciuto a pieno. Si tratta di un gigantesco processo di falsificazione che lascia la natura di ogni cosa e di ogni uomo come una “x” incognita posta al di là del castello legale sia scientifico che sociale, processo che, in quanto vuota formalità, rimane sempre superficiale rispetto alla realtà della natura delle cose e degli uomini. Tutto quello che è legale, impersonale, sociale e scientifico è sempre, assolutamente, “superficiale”. Tutto questo l’aveva già denunciato Nietzsche più di un secolo fa, ma la gabbia borghese, scientifica, socialista, in cui il cervello degli esseri umani è ingabbiato, impedisce che questa riflessione critica abbia successo: “Il linguaggio è dunque l’espressione adeguata di tutte le realtà?...Cos’è mai una parola? Il riflesso in suoni di uno stimolo nervoso. Ma il concludere da uno stimolo nervoso a una causa fuori di noi è già il risultato di un’applicazione falsa e ingiustificata del principio di ragione..Noi dividiamo le cose in generi, designiamo l’albero come maschile e la pianta come femminile: quali trasposizioni arbitrarie! Che distacco dal canone della certezza! Noi parliamo di un ‘serpente’: la designazione non riguarda altro se non la tortuosità, e potrebbe quindi spettare altresì al verme. Quali delimitazioni arbitrarie, quali preferenze unilaterali, accordate ora all’una ora all’altra proprietà di una cosa! Le diverse lingue, poste l’una accanto all’altra, mostrano che nelle parole non ha mai importanza la verità..In caso contrario non esisterebbero infatti così tante lingue..Egli <colui che costruisce il linguaggio> designa soltanto le relazioni delle cose con gli uomini e ricorre all’aiuto delle più ardite metafore per esprimere tali relazioni..Ogni parola diventa senz’altro un concetto, per il fatto che essa non è destinata a servire eventualmente per ricordare l’esperienza primitiva, non ripetuta e perfettamente individualizzata, ma deve adattarsi al tempo stesso a innumerevoli casi più o meno simili, cioè - a rigore - mai uguali, e quindi a casi semplicemente disuguali. Ogni concetto sorge con l’equiparazione di ciò che non è uguale..Il trascurare ciò che vi è di individuale e di reale ci fornisce il concetto, allo stesso modo ci fornisce la forma, mentre la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile <qui Nietzsche è vicinissimo al modo romantico e mio di intendere la natura e anche all’idea dell’‘Unico’ stirneriano>..Che cos’è dunque la verità <si intende quella della scienza, quella che viene enunciata dagli uomini>? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente..Allo stesso modo in cui l’astrologo considerava le stelle al servizio degli uomini e in collegamento con la loro felicità e con i loro dolori, così un tale indagatore <uno scienziato> considera il mondo intero connesso con l’uomo..Il suo metodo considera l’uomo come misura di tutte le cose: nel far ciò tuttavia egli parte da un errore iniziale, credere cioè che egli abbia queste cose..dinanzi a sé, come oggetti puri. Egli dimentica così che le metafore..sono pur sempre metafore, e le prende per le cose stesse” (F. Nietzsche - “Verità e menzogna in senso extra-morale”). Per cui la verità della natura non si trova nella scienza o nelle opinioni religiose, sociali e politiche degli uomini, ma sempre al di là dell’antropologico, al di là della cultura. La scienza, per di più, mortifica, con i suoi schemi, i suoi meccanismi e le sue analisi, la dignità della vita e della stessa morte, distrugge la bellezza e i sentimenti che dalla natura emanano, come ben notava il romantico inglese Wordsworth: “il nostro invadente intelletto/ deforma la bellezza delle cose/ - con l’analisi noi uccidiamo./ Basta con le arti e le scienze,/ chiudi queste pagine avvizzite,/ esci fuori e porta con te un cuore/ che osserva e percepisce” (W. Wordsworth - “Ballate liriche” - “Il rovescio della medaglia”). La scienza, quindi, non solo è tutt’uno con lo sfruttamento di cose e persone e con l’annientamento della bellezza, ma è anche annientamento delle emozioni, perché essa mira a trasformare tutto l’ignoto in noto, mentre la fonte delle emozioni, come ben capivano i romantici, sta nel rendere tutto “ignoto”: “Nel momento in cui do..al noto la dignità dell’ignoto..io lo rendo romantico” (Novalis - “Frammenti” - Poeticismi 105). Per restare nelle emozioni e anche fuori dei pregiudizi (fermo restando che alcuni pregiudizi sono costitutivi della nostra stessa personalità e quindi sono nostri diritti: non si può collaborare con tutti, l’importante è che, nel tenersi alla larga da qualcuno, non gli si faccia una materiale violenza fisica), rispetto a ciò che amiamo o a ciò che oggettivamente incontriamo, occorre liberarsi del “conosciuto”, cioè della “scienza”, giacché quello che sappiamo rende abituale e noiosa anche la persona che amiamo (per questo l’amore dura solo quando resta nella meraviglia del primo giorno e il conosciuto non ce lo distrugge) oppure ci porta a giudicare situazioni naturali o persone sulla base di esperienze acquisite, per cui diciamo che pioverà se vediamo nubi o diciamo che ruberà se vediamo uno zingaro. Libertà dal conosciuto, quindi, significa anche e soprattutto liberazione dalla civiltà scientifica, la natura non è la scienza, la scienza non è mai, specie a priori (vedi previsione scientifica), la verità: “Solo quando vediamo senza preconcetti.. allora siamo in grado di entrare in contatto diretto con qualsiasi cosa nella vita..Se io mi sono creato una immagine di voi e voi una su di me, naturalmente non ci vediamo l’un l’altro come siamo nella vita. Quello che vediamo sono le immagini che ci siamo creati l’uno dell’altro che ci impediscono di entrare in contatto, e questo è il motivo per cui i nostri rapporti vanno male <ad esempio perfino tra marito e moglie quando subentra la presunzione di aver ‘conosciuto’ l’altro>. Quando dico di conoscervi, intendo che vi ho conosciuto ieri. In realtà non vi conosco ora <questo vale anche e soprattutto per la previsione scientifica che è sempre un’arbitraria trasposizione dallo ieri all’oggi>.” (J. Krishnamurti - “Libertà dal conosciuto”).



La natura,
miei cari signori,
non regna più
nei vostri cuori.

Se usi la scienza
e non usi gli occhi,
non vedrai oltre
i tuoi ginocchi.

Quel presuntuoso
dello scienziato
la natura crede
di aver calcolato,

del prete imita
una vecchia canzone:
la scienza a tribunale
d'Inquisizione,

controllar tutto,
questo gli piace,
e una società fare
così rapace,

nella scienza è noto
che san tutti quanti,
ma il conosciuto
uccide gli amanti.

No, la natura
è un’altra cosa,
non è un calcolo,
ma profumo di rosa,

la natura è sempre
una splendida orchestra,
è un raggio di Luna
dalla finestra,

è il gracchiare
di allegre ranelle,
è l’occhiolino
che fanno le stelle,

è quell’incanto
in cui batte il cuore,
entusiasmo di vita
a tutte le ore.

(8/3/1982)




sabato 30 gennaio 2016

NIETZSCHE E LA "COSCIENZA"
OVVERO LA FILOSOFIA DELL'HIC ET NUNC


     Si parla, talvolta, di “coscienza” anche per l’”anima”, quindi per l’atman indiano, o per la “scoperta dell’anima” che avrebbe fatto Socrate. Ed è certo che, in base alle acute analisi di Nietzsche, si spiega benissimo quello che, altrimenti, apparirebbe come un comportamento contraddittorio di Socrate di fronte al fatto che venne condannato ingiustamente da Atene, cioè la contraddizione tra l’obbedire alla sua coscienza e l’obbedire alle leggi di Atene. Proprio Nietzsche ci mostra che obbedire alla coscienza e obbedire alla comunità sono la stessa cosa, per questo Socrate, per obbedire alla sua coscienza, obbedì alle leggi della comunità che lo condannavano ingiustamente. La coscienza era diventata il massimo dell’abnegazione e dell’alienazione, cioè della perdita di se stesso. Tuttavia, appunto, non è il caso di soffermarsi sul modo antico di intendere la “coscienza”, ma è, invece, il caso di andare direttamente al modo moderno di intenderla.
    Il concetto moderno di “coscienza” nasce, indubbiamente, con la Riforma protestante. In precedenza la “coscienza” personale non esisteva se non come istintivo senso di sopravvivenza, l’ordine veniva imposto, non veniva facilmente “interiorizzato”. La “coscienza” come cavallo di Troia per l’imposizione, tramite l’interiorizzazione, dell’ordine sociale, cioè del potere, ancora non esisteva. Socrate e Gesù Cristo erano solo delle figure pervertite dall’interiorità (comunità o divino) che anticipavano la “coscienza moderna”. Roma impose il suo ordine con la forza, non certo con la coscienza comunitaria e gregaria, la quale esisteva solo a livello locale e in modo ancora molto approssimativo. E’ dal protestantesimo in poi che la coscienza diventa un’entità egemone nell’individuo e, in quanto tale, cioè coscienza, essa è automaticamente quello che, secondo la corretta analisi di Nietzsche, nasconde, cioè “spirito comunitario e gregario”. La cosa è talmente evidente che la Chiesa cattolica non aveva alcuna difficoltà a far passare le sue leggi per “coscienza” del fedele: la “coscienza” del singolo fedele era come “depositata” nella Chiesa, si dava quasi per scontato che il fedele non la possedesse, perché essa era, per principio, la perfetta e santa “comunità” e come tale poteva essere presente solo nella Chiesa gerarchica. Il vaso comunicante tra la “coscienza” e la “comunità” era così ovvio che i fedeli erano esentati dall’avere una “coscienza” e la Chiesa rappresentava la “coscienza” di tutti i fedeli. Ma la comunità reale della Chiesa divenne troppo terrena, mondana e corrotta per Lutero, la sua coscienza, sulla scia dell’intellettualismo mistico agostiniano-gnostico e del filologismo umanista, si era perversamente sviluppata in un mostro gigantesco, che lasciava supporre gli sviluppi del gigantismo della ragione che si avranno successivamente con l’Illuminismo prima, con l’Idealismo filosofico poi e infine con il Positivismo, lo scientismo e l’Esistenzialismo. La realtà della comunità della Chiesa era troppo mondana e piccina per il concetto onnipotente di Dio che aveva Lutero, concetto che aveva ripreso da quel frustrato in cerca di onnipotenza che era Sant’Agostino. Il monaco agostiniano Lutero così, alla fine, da buon cristiano, rifiuta anche la realtà della Chiesa, cioè della comunità cristiana e insegue quella “comunità di santi” che andrà tanto di moda presso l’idiozia protestante tra parecchi popoli, compreso quello americano (si sa che il santo nasconde un misero commerciante). Lutero, come dice Nietzsche, rifiuta la Chiesa in nome della sua “coscienza”, come appare evidente dalle affermazioni che avrebbe rilasciato, con suo grave pericolo, davanti alla Dieta imperiale di Worms nel 1525 di fronte a Carlo V. Disse Lutero: “non posso e non voglio ritrattarmi perché non è giusto né salutare andare contro coscienza. Iddio mi aiuti. Amen”. Questo è l’atto di nascita della “coscienza moderna”. Da quel momento in poi la “coscienza” è stata divinizzata, il protestantesimo stesso generò sempre più confusione e sovrapposizione tra la “coscienza” e “Dio”, la religione divenne un semplice fatto di “coscienza” e venne estromessa dalla realtà materiale terrena, come dice Nietzsche “l’istinto sacerdotale..non sopporta più il prete come realtà, ..<immagina> una forma d’esistenza ancora più astratta,..ancora più irreale di quanto sia condizionata dall’organizzazione di una Chiesa. Il cristianesimo negò la Chiesa” (F. Nietzsche - “L’anticristo” 27). Il protestante è un cristiano che nega la Chiesa, che nega Dio in forma terrena, e vuole un Dio soltanto spirituale. C’è qualcosa di gnostico e anti-mondano, di medievale, nella Riforma protestante, ma è quell’anima gnostica che fa venire a galla la stessa essenza metafisica e anti-mondana originaria del cristianesimo. Quest’anima gnostica nel protestantesimo si separò dal corpo in un modo in cui non era mai avvenuto prima a livello popolare, così il misticismo metafisico e mentale divenne pratica diffusa, e l’uomo divenne pura “interiorità”: solo come tale il protestante si riconosce uomo, solo come tale si ritiene libero, interiorità che, in quanto cristiana, tendeva immediatamente e misticamente all’identità con Dio e con la comunità. In sostanza il protestante si porta la comunità e Dio anche a letto e al bagno, perché tiene entrambi nell’interiorità, come un verme solitario o un poliziotto della polizia segreta. La “coscienza”, in altri termini, si innalzò presuntuosamente al di sopra di tutte le cose terrene nel momento stesso in cui affermava la sua distanza dal “corpo”, cioè dalla “realtà”, in ciò realizzando lo spirito stesso del cristianesimo: “nell’odio istintivo contro ogni realtà abbiamo riconosciuto l’elemento propulsivo..che è alla radice del cristianesimo” (F. Nietzsche - “L’anticristo” 39). Questa posizione più astratta, rispetto alla religiosità antica e medievale, portò ad affermare la “coscienza”, l’“interiorità”, come giudice supremo di tutta la realtà terrena, quest’ultima relegata al rango di meccanismo privo di senso: la coscienza è il padrone, il corpo e il mondo sono i servi: “Il cristiano è completamente libero, signore di tutte le cose..questa fede non può regnare se non nell’uomo interiore..Gli è soggetto tutto ciò che esiste sulla terra” (M. Lutero - “Della libertà del cristiano”). La conseguenza di questa arroganza della “coscienza” è l’arroganza della scienza e della tecnica:  “conoscendo il potere e gli effetti del fuoco, dell’acqua, dell’aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano..potremmo utilizzare..quei corpi a tutti gli usi cui sono adatti e divenir così quasi padroni e possessori della Natura” (R. Descartes (Cartesio) - “Il discorso sul metodo”). La “coscienza” si fa “scienza” perché, come dicevano gli esistenzialisti, si auto-pone, come “io”, al di sopra e al di fuori di ogni oggetto: “l’io <la coscienza> è il soggetto rispetto a cui tutte le altre cose sono oggetto” (K. Jaspers - “Filosofia” - Chiarificazione dell’esistenza 26), quasi che la coscienza dello scienziato non fosse essa stessa un corpo tra i corpi e quasi che gli oggetti posti di fronte non siano mai dei soggetti. Lo scienziato non è un individuo corporeo che si aggira tra i mille corpi della natura che incontra, no, è una “coscienza” che ritiene di essere il “soggetto” di ogni cosa e che riduce tutto quello che incontra e vede, perfino il proprio corpo, ad “oggetto”, intendendo questo non come vivente necessità materiale, ma come smembrato dall’analisi e ricomposto in modo meccanicistico. Il corpo come lo vede la “coscienza”, cioè la scienza, non esiste. La scienza ha a che fare con oggetti morti, perché nasce dal dualismo gnostico per cui la vita è astratta e universale nella “coscienza”, una coscienza posta al di là della realtà oggettiva, naturale, individuale, corporea: “Così io vedo la mia corporeità, e nel vederla ho l’impressione di separarmene, pur rimanendo tutt’uno con essa. Quest’unità però non è un’identità. Io non sono il mio corpo” (K. Jaspers - “Filosofia” - Chiarificazione dell’esistenza 28). La coscienza, quindi, per l’esistenzialista, non è il suo corpo, non è la sua individualità naturale. Ma neppure per lo scienziato la scienza è la natura, perché compie in termini rovesciati il dualismo stesso dell’esistenzialista: l’esistenzialista si ritrae nella sua coscienza e si ritrova il corpo come un estraneo, lo scienziato, già ritrattosi nella coscienza, scompone (analisi) e ricompone (sintesi) nella coscienza il corpo e sostituisce questa entità meccanica al corpo reale che vede. In altri termini la scienza è applicazione della coscienza ai corpi (là dove l’esistenzialista tiene solo a distanza i corpi, secondo una tradizione gnostico-religiosa), è coscienza, come tale non è il corpo, tanto è vero che non riesce a cogliere neppure la più immediata realtà dei corpi, vale a dire la loro individualità e diversità. E’ la coscienza che appiattisce e azzera le diversità nelle leggi scientifiche. Non esiste scienza senza coscienza. Il mondo dei corpi viventi non è né quello della coscienza e né quello della scienza. Senza corpo, l’esistenzialista e lo scienziato, come semplici coscienze, sono soltanto aria fritta. L’esistenzialista arriva, perfino, a negare che la coscienza sia “presente”, essa è un “farsi”, un “fare”, è continuamente proiettata e alienata nel futuro, come nella previsione scientifica, perché deve rifare il mondo e la realtà del proprio corpo in continuazione, è arbitraria, snaturata e aggressiva per costituzione: “L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica..non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto..non c’è una natura umana..l’uomo non è altro che ciò che si fa” (J. - P. Sartre - “L’esistenzialismo è un umanismo”). Non si possono leggere sciocchezze del genere, in tal modo la coscienza sarebbe un tutto-nulla, che non riesce a vedere la realtà. La “coscienza”, quindi, come irrealtà materiale, come comunità, ebbe la tendenza a laicizzarsi, divenne il “cogito” cartesiano e si fece, dunque, “scienza”, divenne “comunità”, divenne “uguaglianza”, generò, dunque, l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Poi generò l’Io penso kantiano e lo Spirito hegeliano, poi generò la struttura economica marxista, poi generò l’Io-Essere esistenzialista. La “coscienza” è la rovina dell’uomo. Basti pensare che tutto quello che di artificioso, alienante, inquinante, guerre moderne comprese, c’è stato, non ci sarebbe stato senza la coscienza. Dal mondo artistico a quello scientifico e tecnologico, a cominciare dagli “schermi” di cinema, di televisori, di computer, di telefonini, tutto altro non è che il “corrispettivo oggettivo” della “coscienza”, altro non è che illusione priva di realtà, degna soltanto della pipì di un cane. Senza la coscienza, la vita istintiva del corpo, non solo non riconosce nella natura nessun meccanismo di tipo scientifico, non solo non rende morta la natura stessa, ma non riconosce neppure alcuna “uguaglianza”, perché la prospettiva del corpo, che è quella della natura, coglie solo le differenze tra le cose, mentre l’uguaglianza è, di per sé, una regola sociale, una regola logico-concettuale, quindi della “coscienza”, non del “corpo”, non della “natura”, non dell’“individualità”. Gli uomini, che vengono esaminati dalla prospettiva della “coscienza” (cosa che non viene fatta per animali e piante), finiscono per essere un gigantesco “indifferenziato”, in cui, nell’immagine del “cittadino”, tutti hanno diritto a tutto, tutti hanno uguali diritti e tutti sono “uguali”. Mentre in natura l’asino non ha diritto a volare come l’aquila perché non può, perché la costituzione fisica dei corpi genera differenze di specie, di sesso, di individualità, mentre la “coscienza” tra gli uomini non vede differenze di razza, di sesso, di individualità. Per la “coscienza” sono tutti “uguali” per principio, si afferma il falso solo perché si ignora la realtà in nome dell’indifferenziato comunitario e razionale della “coscienza”. Ma le falsità della “coscienza” vengono seguite solo dagli stupidi, solo da quelli che, come diceva Nietzsche, seguono la morale degli schiavi, cioè il volgare spirito gregario. Chi, al contrario, ha in sé l’onestà della realtà, dice che un bianco è diverso da un negro, che un negro è diverso da un cinese, che una donna è diversa da un uomo, che un uomo è diverso da una donna, che un eterosessuale è diverso da un omosessuale e viceversa, che Giovanni è diverso da Chung-lao e viceversa, insomma l’uomo onesto della realtà non vede alcuna “uguaglianza”. L’uomo onesto della realtà nega il diritto di sovrapporre a tutto l’appiattimento della “coscienza” ed esamina persone, animali e cose secondo il criterio del corpo, non il corpo meccanico e mortificato della scienza, ma il “corpo vivente”, cioè il “Sé”. La modernità è, dunque, caratterizzata dall’infausto e perverso dominio della “coscienza”.
    Al dominio della coscienza cominciò ad opporsi Spinoza, il quale, pur nella sua visione teologica e condizionata dal razionalismo di Cartesio, intravide, per la prima volta in epoca moderna, il ruolo fondamentale della natura, quindi innalzò la natura a Dio, il soggetto non è solo “coscienza”, ma, in modo indistinto, coscienza-corpo. Per Spinoza i due attributi della materia e del cogito (corpo e coscienza) separati non esistono mai, esistono solo nell’indistinta unità di Dio, la coscienza-corpo portava, quindi, alla negazione della “coscienza” in quanto tale, giacché né l’uomo e né Dio appaiono come semplice “coscienza”, cioè “sostanza meramente pensante”. La “coscienza” si stacca come entità distinta solo nel caso in cui viene concepita quale “sostanza meramente pensante”. Tale, alla fine, era il “cogito” di Cartesio sulla scia della “coscienza interiore” di Lutero. Senza Lutero, quindi, non sarebbe stato possibile Cartesio, vale a dire che senza la religione interiore protestante non sarebbero state possibili la scienza e la Rivoluzione scientifica. Quando Spinoza identificò in Dio la “sostanza pensante” e la “sostanza estesa” gettò le basi per il superamento della “coscienza” protestante, del “cogito” cartesiano e della scienza, Spinoza aveva già superato anche l’Io penso kantiano e lo Spirito assoluto hegeliano, stava già strizzando l’occhio, prima allo spinozismo romantico, e poi all’acume critico di Nietzsche. Qui Spinoza supera la modernità protestantizzata: “la sostanza pensante e la sostanza estesa sono una sola e medesima sostanza <Dio> compresa ora sotto l’uno ora sotto l’altro attributo” (B. Spinoza - “Ethica” prop. VII - Scolio). Era il “panteismo”, esplicitamente dichiarato da Spinoza come “rivelazione” (profezia): “Dalla definizione che ne abbiamo data discende che si può chiamare profezia la conoscenza naturale” (B. Spinoza - “Trattato teologico-politico” cap. 1°). Liberandosi dell’apparato teologico di Spinoza, si può dire che, come Dio è l’unità indistinta di pensiero ed estensione, allo stesso modo il Sé è l’unità indistinta di coscienza e corpo. Il Sé è, quindi, coscienza, ma non coscienza pura, non è “la coscienza interiore”, ma coscienza corporea, esteriore. L’esteriorità ci riporta alla realtà e ci toglie dalla coscienza i fumi intossicanti dell’astratta interiorità, l’esteriorità ci conduce ad una profondità inimmaginabile, là dove proprio l’interiorità, con i suoi schemi e i suoi appiattimenti mentali, finisce per essere la più grande superficialità. Questo lo avevano ben compreso i romantici: “Oh! Se l’uomo.. capisse l’intima musica della natura e avesse un senso che gli facesse percepire l’armonia esteriore..La sua brama di essere Dio lo ha separato da noi <cose naturali>(Novalis – “I discepoli di Sais”). La brama di essere Dio che separa l’uomo dalla natura è esattamente la “coscienza interiore” protestante con i suoi derivati tecnico-scientifici. Sull’importanza dell’esteriorità Nietzsche era d’accordo con i romantici, lo dimostra quando loda la profondità dell’apparente superficialità (esteriorità) dei Greci antichi: “Oh questi Greci! Loro sì sapevano vivere; per vivere occorre arrestarsi animosamente alla superficie, all’increspatura, alla scorza, adorare l’apparenza” (F. Nietzsche - “La gaia scienza” - Prefazione 4). Per questo, oggi, ad esempio nelle adozioni gay, la coscienza interiore protestante, con la sua superficialità, non vede differenze tra genitori omosessuali e genitori di sesso diverso, mentre la Chiesa cattolica, senza dubbio recante con sé ancora qualcosa dell’antica esteriorità, coglie ancora questa differenza che l’interiore appiattimento intellettuale dei protestanti laici non coglie più. Spazzata via dall’Illuminismo la visione teologica di Spinoza e dall’empirismo illuminista il razionalismo cartesiano dell’involucro filosofico di Spinoza, Spinoza venne riletto dai romantici in dimensione estetica e nel senso di una rivalutazione dell’esteriore di fronte all’appiattimento interiore protestante. Non a caso il romantico tedesco Novalis inveiva contro Lutero, accusato di aver eliminato il divino dal terreno e di aver ridotto il divino al semplice linguaggio della Bibbia, cioè ad un fatto filologico. La separazione tra coscienza interiore e corpo, piuttosto forte nel protestantesimo, allontanò anche il divino dal terreno, facendolo risiedere solo nella “parola”, che è, appunto, la manifestazione linguistica scritta o parlata del concetto, vale a dire della sostanza pensante, in fondo della stessa “coscienza interiore” protestante. La Bibbia è il divino per la coscienza interiore protestante, la sacralità della parola non è altro che l’auto-divinizzazione della coscienza, il resto è carne da macello da dominare con la scienza o con l’industria. Novalis accusa Lutero di aver distrutto il “panteismo” e di aver fatto della coscienza-linguaggio il luogo astratto del divino, l’accusa è chiara: “Lutero trattò il cristianesimo in modo assolutamente arbitrario, misconobbe lo spirito <nel mondo> e introdusse un’altra lettera e un’altra religione, vale a dire la sacra validità universale della Bibbia <misconobbe la creazione come fatto divino>; e con ciò nelle faccende religiose si mescolò, purtroppo, un’altra scienza terrena del tutto estranea - la filologia -..Perciò..la storia del Protestantesimo non ci presenta più grandi e magnifiche manifestazioni del sovraterreno” (Novalis - “La cristianità ovvero l’Europa”). Il divino non si “manifesta” più, è stato staccato dall’esteriore, che è il luogo della manifestazione e la manifestazione è stata ridotta alla parola di un libro, la Bibbia, che è solo il corrispettivo oggettivo della “coscienza”. La coscienza si è staccata dal mondo. I romantici, invece, ritenevano che Dio si manifestasse e soprattutto attraverso la natura presa nell’immediatezza estetica e non attraverso la mediazione della coscienza-pensiero o scienza. I romantici, quindi, preferivano il cattolicesimo al protestantesimo, non tanto perché amassero l’autorità delle gerarchie ecclesiastiche, come i laici superficiali suppongono, ma perché nel cattolicesimo ancora si mostrava la necessità di ricorrere alla manifestazione, all’esteriorità. Ovviamente l’esteriorità che i romantici perseguivano non era quella rozza dello sfarzo della Chiesa, ma quella semplice della Natura. Perché la Natura, a modo suo, è esteticamente sfarzosa, nulla è più estetico della Natura. Lo spirito religioso romantico non poteva rinunciare alla realtà estetica e quindi il romantico, sull’esempio di quanto aveva fatto Spinoza - che aveva innalzato a Dio l’estensione-natura -, innalza a divino la natura esteticamente, non razionalmente, percepita e vissuta. E’ il panteismo estetico-naturalistico del Romanticismo tedesco e nordico, così mal compreso in Italia. Dice il romantico tedesco Herder: “Nella materia che noi chiamiamo morta, fremono ovunque forze per nulla inferiori a quelle divine; siamo attorniati dall’onnipotenza” (J. G. Herder - “Dio. Dialoghi sulla filosofia di Spinoza” 2° dialogo). Dice il romantico tedesco Novalis: “Dio. Dio Natura. Dio personale” (Novalis - “Frammenti” - “Studi filosofici degli anni 1795-96” 150). In Dio la natura e la persona sono unite in modo indistinto e indistinguibile. A livello di individuo umano il “Sé” unisce in modo indistinguibile natura e persona: “Dietro i tuoi pensieri..sta un possente sovrano, un saggio ignoto - che si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo” (F. Nietzsche - “Così parlò Zarathustra” - Dei dispregiatori del corpo). La percezione tragica e sensuale del “Sé” attraversa tutto il Romanticismo, essa è la conseguenza del panteismo romantico. Nella sua versione sensuale ancora si trova nel tardo-romantico ebreo tedesco Heine, uno dei maestri riconosciuti da Nietzsche: “Poiché i sensualisti francesi erano di solito materialisti, nacque l’errore di considerare il sensualismo frutto unicamente del materialismo. No, esso può affermarsi anche come risultato del panteismo - e allora è un fenomeno bello, splendido..il Dio del panteista è nel mondo stesso..è materia e spirito: entrambi sono divini, e chi offende la santa materia è in peccato come colui che pecca contro lo Spirito santo..Il panteismo è la religione occulta della Germania..i nostri primi romantici operavano spinti da uno spirito panteistico che essi stessi non comprendevano” (H. Heine - “Per la storia della religione e della filosofia in Germania”). Osservazioni molto acute quelle di Heine, che riconosce come il romanticismo non capì bene se stesso, tanto è vero che le filosofie idealistiche tutto sono meno che panteistiche in senso estetico-naturalistico e romantiche. Vero è anche che il gusto sensuale di un panteista è più nobile ed elevato di quello di un volgare materialista illuminista. Con Heine siamo alle soglie di Nietzsche. L’innalzamento della materia-natura a livello divino fa sì che i romantici, contrariamente a Hegel e all’arte per l’arte di fine Ottocento e dell’intero Novecento, considerino l’estetica della natura superiore in bellezza e moralità rispetto a qualunque opera d’arte. Solo un degenerato può ritenere più bello e più morale un quadro, ad esempio cubista, che un gatto. Questa degenerazione è un vero compiacimento della “coscienza” che si compiace dell’artificio, è narcisismo dell’homo faber, ultimo rampollo della divinizzazione della coscienza: come per dire che ciò che l’uomo fa, l’artificiale, è superiore al naturale, perché la coscienza, detta pomposamente spirito, è Dio. A questo punto è chiaro che la coscienza è la vera responsabile del mancato rispetto della natura, perché la coscienza ritiene se stessa la padrona del corpo e di tutta la terra, ritiene che ad essa “è soggetto tutto ciò che esiste sulla terra”. Questa arroganza della coscienza è la fonte di tutti i mali della modernità. Per questo Nietzsche attaccò a fondo la coscienza e fece bene a farlo. Anche se, poi, l’innalzamento del corpo e dell’istinto, operato da Nietzsche sulla scia dello spinozismo, del panteismo e del Romanticismo, venne a sua volta tradito da un borghese meschino, cioè Freud, che assorbì il rifiuto della coscienza all’interno di quella forma di “coscienza” applicata alla natura che è la scienza, rifacendosi alle rozze categorie positiviste ed evoluzioniste, che saranno tipiche dello scientismo freudiano. Per cui nella critica alla coscienza è bene fermarsi a Nietzsche, giacché tutta la teoria freudiana dell’“inconscio” non è altro che la razionalizzazione della coscienza di cose che stanno, per situazione ontologica, al di là della coscienza. Mentre in Freud la coscienza è, come ragione, l’equilibratore degli impulsi inconsci o, come Super-io, il loro fanatico inquadramento sociale, per Nietzsche la coscienza è esattamente il riflesso della comunità nell’individuo, cioè la soppressione e repressione della naturale individualità e diversità. Una coscienza che non sia un prodotto di inquinamento sociale della persona per Nietzsche non si dà, a meno che non si tratti del “Sé”, cioè di una “coscienza corporea e differenziata individualmente”. Sé e coscienza interiore sono cose inconciliabili. Questa linea ostile alla “coscienza”, che va da Spinoza ai romantici fino a Nietzsche, si oppone alla Riforma protestante, alla Rivoluzione scientifica, all’Illuminismo, alla Rivoluzione industriale, alla Rivoluzione francese, al Positivismo, all’Esistenzialismo, a tutta quella modernità che ragiona senza considerare la diversità e il corpo: “Disprezzano il corpo: lo hanno lasciato fuori del calcolo” (F. Nietzsche - “Frammenti postumi” 1888 - 14 (96)). Se si tenesse nel calcolo anche il corpo non capiterebbe, come capita oggi, che si ritenga indifferente se due genitori sono di sesso diverso o dello stesso sesso (omosessuali). La richiesta degli omosessuali di avere un bambino, sia pure tramite un’adozione, è solo una “pretesa” (hybris, tracotanza), stabilita dall’indifferenziato egualitarismo coscienziale, non un “diritto naturale”. L’indifferenza vale solo per la coscienza interiore, non per il Sé, il quale ultimo fa del corpo un elemento fondante ontologicamente. E’ un fatto che il moderno spirito della coscienza è intriso di interiorità e dualismo protestanti, manca una coscienza corporea di sé e degli altri al di fuori di un artificioso “mascherarsi” sociale.
    La “coscienza”, quindi, genera l’ignoranza del corpo, perché come “coscienza pura” o “interiore”, ha sempre il corpo come estraneo, la “coscienza” non è una “coscienza corporea”, non è il “Sé”. Compiuto questo distacco, la coscienza diventa un tutto-nulla che ha perso quanto di fondamentale ci insegna il corpo, cioè il senso del limite e dell’hic et nunc. Il corpo è sempre “qui ed ora”, mentre la coscienza ha la pretesa, come Dio, di essere dappertutto (comunicazioni e trasporti moderni sono quindi creazioni della coscienza). Se la coscienza si estende alla nazione, come nel nazionalismo, ogni connazionale viene confuso con l’Io, se la coscienza si estende all’Umanità, come  nel cristianesimo e nel comunismo, ogni essere umano viene confuso con l’Io. Questo sentirsi “infiniti” è del tutto irreale (mondo virtuale), giacché l’individuo nella sua realtà è il suo corpo e quindi ciò che gli appartiene ha i limiti del suo corpo, si determina in base all’hic et nunc: infatti qui ed ora c’è la casa in cui si vive, qui ed ora c’è la strada in cui si cammina, qui ed ora ci sono le persone che si amano; e, quando tutto ciò viene perso, perché la modernità ha creato, tramite le comunicazioni e i trasporti, la possibilità di scimmiottare l’infinito, si avverte che qualcosa ci manca, perché il corpo entra nella nostra personalità, con il suo hic et nunc, molto di più di quanto pensi l’intellettuale che si compiace della sua coscienza. Se qualcuno non sente mai nostalgia di niente, quando vaga per l’universo, vuol dire che ha alienato da sé un aspetto fondamentale della sua personalità. Tuttavia non potrà mai farlo del tutto, perché, ovunque si troverà, finirà sempre per dare più importanza all’hic et nunc, ad esempio schivando una valanga che incontra qui ed ora, a paragone di un’eruzione vulcanica, di cui è venuto a sapere, che avviene dall’altra parte del mondo. Siamo dei cialtroni e degli ipocriti, quando, facendo esercizio di infinito, ci riteniamo colpiti perché un terremoto ha colpito un lontano territorio della Cina, giacché soffre realmente solo chi con il corpo sta in Cina, giacché è il corpo, non la coscienza, il vero centro della nostra personalità. La pretesa di essere infiniti ci fa confondere con la comunità o con l’Umanità, e in tal modo perdiamo o al minimo deprimiamo i rapporti personali, gli affetti, i paesaggi, addirittura li tradiamo, visto che nell’uguaglianza soccorriamo chiunque esattamente come chi amiamo. Questo voler essere Gesù Cristo, cioè salvatori dell’Umanità, nasconde la più grande menzogna, perché il corpo, che ci lega all’hic et nunc, dice di noi un’altra verità, una verità naturalmente egoistica e sincera che ci racconta della nostra vita quotidiana, che non è quella di girare per il mondo a salvare il prossimo. La carità fatta occasionalmente è, poi, il classico caso per cui si rimuove il senso di colpa che crea la coscienza, come se noi fossimo debitori verso l’intera umanità. Gli animali non conoscono la carità, appunto perché vivono nell’hic et nunc e sanno benissimo chi sono coloro verso i quali devono sentirsi debitori, perché questi debitori sono persone concrete che si trovano a vivere anch’esse nell’hic et nunc, ma senza essere missionari o politici parassiti. C’è una grande tracotanza in questa presunzione di salvare il mondo e l’Umanità, una tracotanza simile a quella di Dio e, insieme, una totale mancanza di saggezza, perché significa non riconoscere, come capitò a Gesù Cristo e a Buddha (in questo due depravati), sentimenti personali, amici, affetti (tutte cose queste legate all’hic et nunc, perché legate al corpo), perché significa non riconoscere i nemici e i malintenzionati, visto che ogni essere umano è visto come tutt’uno con l’Io. Follia. Il mondo e l’Umanità sono troppo vaste perché io possa amarle indiscriminatamente e, come diceva saggiamente il taoista, è pericoloso pretendere di possedere l’infinito essendo finiti: “E’ pericoloso perseguire ciò che non ha limite con ciò che ha limite” (“Chuang-tzu” - II, III, 19). L’obiettivo di queste persone “salvatrici” è quello di prendersi cura del prossimo, il che è possibile solo ad un’élite ricca e agiata, come ben diceva Makarenko: “Il fatto che i ricchi avrebbero dato aiuto a me, povero, voleva dire che il ricco possedeva la ricchezza, che egli era in grado di aiutarmi, mentre io non avevo che da sperare..nell’aiuto del ricco. Io, indigente, ero l’oggetto della sua beneficenza” (A. S. Makarenko - “Pedagogia sovietica”). In queste anime infinite, cioè dominate dalla “coscienza”, il corpo entra nella personalità sempre in modo inconscio, per cui, mentre dichiarano di voler salvare l’Umanità, in realtà, nella loro vita quotidiana, si comportano in modo anche più meschino degli altri. Ma chi ha del corpo piena consapevolezza ha anche piena coscienza dei suoi limiti, quindi non segue la coscienza, ma l’hic et nunc, distingue parenti ed estranei, amici e nemici, perché non vede tutto indifferenziato nella coscienza, non ha un rapporto di identità mistica con l’Umanità. Il Sé e la coscienza si escludono a vicenda, il primo ha il senso del limite, la seconda non lo ha e rappresenta un pericolo per sé (non vede i pericoli) e per gli altri (è arroganza), manca di quel senso del rispetto che solo il Sé sa riconoscere, perché il Sé, essendo pura individualità e singolarità, è strettamente legato al senso del limite individuale. Per l’etica del Sé, ogni individuo è, rispetto ad ogni altro e contro ogni comunità o Umanità unita, una repubblica indipendente (anarchismo individualista). Per essere ancora più precisi: l’individualità esiste solo nell’hic et nunc e tutto ciò che non si riferisce all’hic et nunc non è individuale, equivale al nulla.
   Leggiamo, quindi, il decisivo attacco di Nietzsche alla “coscienza”: “Il problema della coscienza..ci compare dinanzi, soltanto allorché cominciamo a comprendere in che misura potremmo fare a meno di essa..La vita intera sarebbe possibile senza che ci si vedesse, per così dire, allo specchio <coscienza>..A che scopo una coscienza in generale, se essa è in sostanza superflua?..Mi sembra che..la forza della coscienza stia sempre in rapporto con la capacità di comunicazione di un uomo..e che la capacità di comunicazione sia d’altro canto in rapporto con il bisogno di comunicazione..mi è lecito procedere alla supposizione che la coscienza in generale si sia sviluppata soltanto sotto la pressione del bisogno di comunicazione, che sia stata all’inizio necessaria e utile soltanto tra uomo e uomo..l’uomo solitario, l’uomo bestia da preda non ne avrebbe avuto bisogno..essendo l’uomo l’animale maggiormente in pericolo, ebbe bisogno d’aiuto, di protezione; ebbe bisogno dei suoi simili, dovette esprimere le sue necessità, sapersi rendere comprensibile - e per tutto questo gli fu necessario, in primo luogo, ‘coscienza’, gli fu necessario anche ‘sapere’ quel che gli mancava, ‘sapere’ come si sentiva, ‘sapere’ quel che pensava..l’uomo, come ogni creatura vivente, pensa continuamente, ma non sa; il pensiero che diviene cosciente ne è soltanto una piccola parte <qui viene prefigurato l’inconscio freudiano, ma per Nietzsche esso non è un fatto psicologico, bensì un radicamento istintivo e passionale nel corpo>, diciamo pure la parte più superficiale e peggiore <il piano della coscienza e della ragione, quindi, è l’aspetto più superficiale e più cinico dell’uomo>: infatti soltanto questo pensiero consapevole si determina in parole <vedi la ‘coscienza’ di Lutero che si determina nella ‘Bibbia’>, cioè in segni di comunicazione, con la qual cosa si determina l’origine della coscienza medesima..L’uomo inventore di segni è insieme l’uomo sempre più acutamente cosciente di sé; solo come animale sociale l’uomo imparò a diventar cosciente di se stesso - è ciò che egli sta facendo ancora, ciò che egli fa sempre di più. Come si vede il mio pensiero è che la coscienza non appartenga propriamente all’esistenza individuale dell’uomo <cioè libera>, ma piuttosto a ciò che in esso è natura comunitaria e gregaria <chi si verbalizza prima non è l’individuo libero, ma quello schiavo>; e che di conseguenza ognuno di noi, con la migliore volontà di comprendere se stesso nel modo più individuale possibile, di ‘conoscere se stesso’, pur tuttavia renderà sempre oggetto di coscienza soltanto il non individuale, quel che in se stesso è esattamente la sua ‘misura media’; che il nostro stesso pensiero viene continuamente, per così dire, adeguato alla maggioranza e ritradotto nella prospettiva del gregge a opera del carattere della coscienza, del ‘genio della specie’ <uniformità antropologica> in essa imperante. Tutte quante le nostre azioni sono in fondo incomparabilmente personali, uniche, sconfinatamente individuali, non v’è dubbio; ma appena le traduciamo nella coscienza <e nella scienza>, non sembra che lo siano più..Questo è il vero fenomenalismo e prospettivismo, come lo intendo io <il prospettivismo, quindi, è una proiezione della coscienza, di conseguenza un appiattimento, la scienza stessa non è altro che ‘prospettivismo’, al di là di esso resta la realtà incomprensibile dell’individuo e della sua ‘necessità’>; la natura della coscienza animale implica che il mondo, di cui possiamo aver coscienza, è solo un mondo di superfici e di segni, un mondo generalizzato, volgarizzato; che tutto quanto si fa cosciente, diventa per ciò stesso piatto, esiguo, relativamente stupido, generico, segno distintivo del gregge; che a ogni farsi della coscienza è collegata una grande fondamentale alterazione, falsificazione, riduzione alla superficialità e generalizzazione. Lo svilupparsi della coscienza non è, infine, senza pericolo, e chi vive tra gli ipercoscienti europei sa anche che è una malattia <vedi intellettuali>..noi ‘sappiamo’ <in quanto ‘coscienza’> precisamente tanto quanto può essere vantaggioso sapere nell’interesse del gregge umano, della specie” (F. Nietzsche - “La gaia scienza” 334). La “coscienza”, con il suo appiattimento, ci espone anche a pericoli, nel momento, ad esempio, in cui non distingue più i nemici dagli amici (vedi pacifismo). Il passo-capolavoro appena citato ci rende consapevoli del fatto che le persone che hanno più coscienza sono anche quelle più schiave della comunità. Questo legame intrinseco tra “coscienza” e “comunità”, spiega bene perché un idiota come Heidegger, fanatico sostenitore di una visione chiusa della “coscienza”, abbia poi aderito alla comunità nazista quasi automaticamente. E questo è il volto misero della coscienza.
    Quello che è avvenuto da Spinoza a Nietzsche, ma non viene riconosciuto a livello di filosofia idealistica, marxista, positivista, religiosa, scientista, ecc., è l’innalzamento dal corpo al livello della coscienza, il che permette una maggiore consapevolezza della propria singola diversità, libertà, individualità e comporta quindi una regressione della coscienza interiore e della sua automatica sudditanza alla comunità, cioè al nesso uomo-uomo creato, come dice a ragione Nietzsche, sulla base della paura per la propria sopravvivenza. Coscienza, comunità e paura, in sostanza, si alimentano a vicenda. Quando si segue l’istinto si ha minore paura. Senza la coscienza interiore non esisterebbe alcun linguaggio, alcun concetto sociale, ci sarebbero solo rapporti istintivi, passionali, ma veri e autentici. La tirannia della società passa attraverso quel traditore interno di noi stessi che è la “coscienza”. La coscienza è il nostro nemico interno, ciò che Stirner, per i protestanti, definiva “polizia segreta”: “Il protestantesimo ha fatto dell’uomo propriamente un ‘Stato di polizia segreta’. La ‘coscienza’, spia sempre all’erta, sorveglia ogni movimento dello spirito..Questa dilacerazione dell’uomo in ‘impulso naturale’ e ‘coscienza’ (plebe interiore e polizia interiore) costituisce il protestante” (M. Stirner - “L’Unico e la sua proprietà”). La “coscienza” è l’interiorizzazione degli interessi altrui, della comunità. Ora, non si pretende che si diventi sfruttatori della gente, il rispetto è più che sufficiente, ma avere tanta coscienza da farsi schiavi del prossimo con la “bontà” è qualcosa che merita il più profondo disprezzo, disprezzo che coinvolge sia la coscienza che la comunità. I protestanti sono ossequiosi della comunità, fino al servilismo, fino a seguire Hitler nella catastrofe, perché la coscienza alimenta nella misera interiorità il “senso di colpa”. E l’uomo cade in continuazione nei trabocchetti della coscienza, questa spia interiore della comunità, attraverso il linguaggio, i concetti, la logica, la comunicazione, la scienza. Quando, poi, l’uomo fa o segue la politica, allora è il più miserevole dei protestanti, pensa di avere Dio stesso nella coscienza e quindi il criterio stesso del bene e del male da imporre all’intera comunità. Nessuno è più detestabile del prete, del politico e dello scienziato, tutti animati dallo stesso principio per cui nella loro coscienza pensante si troverebbe la regola dell’universo o dell’umanità. Ovviamente, quando la “coscienza” si è impadronita di un individuo, ogni violazione delle regole della comunità viene vissuta con “senso di colpa”, perché la comunità, il padrone, ritiene “responsabile” nei suoi confronti l’individuo senza avergli neppure chiesto se fosse disposto ad assumersi tale responsabilità. La bontà, la solidarietà sociale sono, appunto, questa “responsabilità” attribuita a priori agli altri, come se gli altri fossero tenuti moralmente ad occuparsi di noi a prescindere. E su questo abuso, questo esproprio della propria individualità operato mediante quella traditrice di noi stessi che è la coscienza, ritorna Nietzsche nella “Genealogia della morale”: “Questa appunto è la lunga storia dell’origine della responsabilità. Quel compito di allevare un animale che possa fare promesse, implica in sé, come già ci siamo resi conto, quale condizione e preparazione, il più immediato compito di rendere l’uomo, sino a un certo grado, necessario, uniforme, uguale tra gli uguali, regolare e di conseguenza calcolabile..La superba cognizione dello straordinario privilegio della responsabilità..è divenuta istinto, istinto dominante; quale nome <verrà dato>..a questo istinto dominante..? Ma non v’è dubbio: questo uomo sovrano lo chiama la sua coscienza..E’ possibile indovinare in anticipo che il concetto di ‘coscienza’..ha già dietro di sé una lunga storia e metamorfosi di forme..è un frutto maturo, ma anche un frutto tardivo - quanto a lungo questo frutto dovette pendere aspro e acerbo all’albero! <per tutta la preistoria non si parlò troppo di ‘coscienza’, con la civiltà, in mille forme diverse, il principio della responsabilità-coscienza divenne sempre più forte e con esso divenne sempre più forte la tirannia della comunità>..Ma come è venuta al mondo quell’altra ‘tetra faccenda’, la coscienza della colpa, tutta quanta la ‘cattiva coscienza’?..Il valore della pena deve essere quello di destare nel colpevole il sentimento della colpa, in essa si cerca il caratteristico istrumentum di quella reazione psichica che prende il nome di ‘cattiva coscienza’, di ‘rimorso’” (F. Nietzsche - “Genealogia della morale” 2° dis. 2, 3, 4, 14). Non solo nella storia dell’umanità la “coscienza” è un frutto tardivo, ma anche in ogni individuo che nasce è un frutto tardivo. Infatti quello che chiamiamo “coscienza” non sorge, completamente, prima dei tredici o quattordici anni. Il bambino, specie nei primi anni, è praticamente “senza coscienza”, per questo è felice. L’adorazione che i romantici ebbero verso i bambini (fino al “fanciullino” di Pascoli) e gli animali, nasconde questo rimpianto di un’età “senza coscienza”, di una nativa età dell’oro: è l’idea stessa di “Paradiso perduto”. Il senso di colpa che sorge a una certa età è dovuto per intero alla “coscienza”. I tedeschi non abbandonarono Hitler per “senso di colpa”, perché il tradimento della comunità viene imposta dalla coscienza come colpa (Socrate ne è l’esempio più clamoroso e più demenziale, sullo stesso livello di Gesù Cristo: “sia fatta la tua volontà”, in realtà l’espressione rimanda sempre alla volontà della comunità), così, per non tradire la comunità, si tradisce se stessi. La responsabilità, da cui viene fatto nascere il senso di colpa, rappresenta l’appropriazione della vita dell’individuo ad opera della comunità, la quale si attende da lui un determinato comportamento, o professionale o comunque protettivo, perché la comunità dà per prendere, per prendere anche la vita della persona. Sembra, addirittura, che per “responsabilità” alcuni professionisti: pompieri, poliziotti, capitani di navi, ecc., abbiano perfino il dovere di morire. Non si sputerà mai abbastanza sulla comunità, sulla coscienza, sulla responsabilità, sono i nostri veri tiranni.         
   

  

Roma, 30 gennaio 2016